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Masters of Horror 2.05 – Pro-Life
Masters of Horror 2.06 – Pelts
Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream
Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
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giovedì, 19 ottobre 2006

Festa di Roma: Martedì 17 Ottobre

After This Our Exile (Fu Zi)
di Patrick Tam
con Aaron Kwok, Charlie Young
Hong Kong 2006
[Cinema ‘06]
 
Patrik Tam mette le mani avanti con una dedica iniziale che più o meno recita (vado a memoria): i film possono essere belli o brutti, ma l’importante è che scuotano lo spettatore aprendogli la porta a qualcosa che non ha mai sperimentato prima. “Fu Zi” va preso proprio così, nonostante tutti i suoi difetti, con la gioia di riabbracciare il maestro della new wave hongkonghese in pausa artistica da diciassette anni. Difetti che sono soprattutto di montaggio – viene quasi da credere alle voci circolanti che parlano di un rifiuto del film al Festival di Venezia perché montato male – imputabili all’attaccamento cieco e sconfinato di Tam per storia e personaggi, che gli impedisce di razionalizzare i tempi (150 minuti sono davvero un’esagerazione). Una trama così semplice ed essenziale – il disfacimento di una famiglia: il padre è un fannullone indebitato, la madre scappa via e si risposa e il figlio subisce da ambo le parti – avrebbe forse guadagnato da una narrazione più ellittica e smozzicata. Però lo stile di Tam inonda ogni inquadratura: le luci suadenti e vivide, i corpi ripresi sempre attraverso le sbarre (di una finestra, di una porta, un cancello), come ingabbiati dal circolo vizioso delle loro azioni che ne segna il destino, i primi piani struggenti.
Voto:
 
 
The Colonel (Mon Colonel)
di Laurent Herbiet
con Olivier Gourmet, Robinson Stévenin, Cécile De France
Francia/Belgio 2006
[Cinema ‘06]
 
Non dovrei scrivere nulla di questo film, perché in effetti non l’ho visto, se non per una manciata di minuti (dovevo correre a piazza del Popolo a vedere Zhang Yimou, che però, sorpresa sorpesa, all’ultimo momento è stato posticipato di mezz’ora). Però ci tenevo comunque a esprimere il seguente concetto: come si fa nel 2006 a fare ancora i flashback in bianco e nero? Cioè, quando il tenente incaricato di indagare sull’assassinio di un ex colonnello inizia a leggere il diario del suo vecchio attendente, prima c’è la soggettiva delle pagine, poi la voce off del tenente e poi parte il bianco e nero. Per carità, il film sarà anche importantissimo, vibrante denuncia sugli orrori commessi dall’esercito francese durante la guerra d’Algeria, dettagliata radiografia della depravazione del potere, ecc, ecc, però, cacchio, il bianco e nero…
 
 
Mille miglia… lontano
di Zhang Yimou
con Ken Takakura, Shinobu Terajima, Kiichi Nakai
Cina/Hong Kong/Giappone 2005
[Extra]
 
Che bello! Finalmente Zhang Yimou ha riposto nello sgabuzzino spade e pugnali e torna a dirigere ciò che sa fare meglio, vale a dire il melodramma intimista con pieghe e risvolti sociali. Kurosawiano nello stile (oltre le pennellate di certi paesaggi, il film mi ha ricordato a tratti “Vivere” e Ken Takakura dalla coppola onnipresente è monumentale quasi quanto Takashi Shimura e il suo cappello), “Mille miglia… lontano” affronta il tema dominante di tutta la Festa, vale a dire la riscoperta del legame padre-figlio, un percorso emotivo che in questo caso prende corpo in un viaggio reale, dal Giappone alla Cina. Scontri tra culture e scontri generazionali, difficoltà di comunicazione e incapacità di tradurre i propri sentimenti. Sicuramente non il migliore Yimou, ma comunque delicato, lieve e commovente.
Però non riesco a capire come il film possa essere stato censurato in Cina (almeno a quanto dice il Corriere…), Yimou ormai è perfettamente integrato nel regime, basta vedere come descrive la prigione, dotata di ogni confort (lettore dvd e megaschermo: non ce li ha neanche Borat), con secondini affabilissimi e condiscendenti e compagni carcerati da volemose bene.
Voto:
 
The Namesake
di Mira Nair
con Kal Penn, Tabu, Irfan Khan
Usa/India 2006
[Première]
 
L’ennesimo film ibrido indiano-americano, incentrato sulle difficoltà d’integrazione di una famiglia di Calcutta a New York e sulla crescita di un figlio dal nome importante (Gogol), in bilico tra abbandono e recupero delle proprie radici.
Quella della Nair è cucina indiana per occidentali, i piatti hanno un gusto meno speziato di quelli autentici per adeguarsi al nostro palato (ad esempio, la colonna sonora bollywoodiana è sostituita da un orribile pop Usa). La mistura degli ingredienti è però di migliore qualità rispetto a quel fast food, a metà tra McDonald e un chiosco di Kebab, che è Gurinder Chadha. Leggero (pur se con improvvise svolte drammatiche) ma non banale, affronta il tema del recupero delle tradizioni familiari e culturali attraverso un’idea affascinante: il nome come espressione dell’identità e solco in cui è tracciato il destino di un uomo.
Voto:
 
 
The Prestige
di Christopher Nolan
con Christian Bale, Hugh Jackman, Scarlett Johansson, Micheal Caine, David Bowie, Andy Serkis
Usa 2006
[Première]
 
Quando “The Prestige” è iniziato erano le 23.00, io ormai vivevo in uno stato allucinatorio causato dalle precedenti otto ore di visione continuata, e, considerando che la durata è di 135 minuti, non ho retto un granché bene. Però una cosa l’ho capita ugualmente, “The Prestige” è un bel film. E c’è David Bowie che fa lo scienziato pazzo. Magia, mistero, apparizioni, sparizioni, inganni, rivalità, sdoppiamenti (triplicamenti? Quadruplicamenti?), scienza ibridata con misticismo, il teletrasbordo, l’età vittoriana, cappelli a cilindro, uccellini spappolati, proiettili afferrati con le dita, prigioni dickensiane, lande innevate. The pledge, the turn, the prestige; l’occhio sa di essere ingannato, ma la mente vuole credere nell’inganno: di che cosa stiamo parlando se non del cinema?
Nessuno avrebbe potuto dirigere un film del genere meglio di Nolan, forse uno degli ultimi registi a essere così fortemente ancorato all’idea classica della settima arte come regno dell’illusione e dell’impossibile, dell’onnipotenza registica che arriva fino alla manipolazione delle leggi naturali (anche quelle dello spazio e soprattutto del tempo, a partire da “Memento”).
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 22:46 | link | commenti |

categorie: prima visione, rob alla festa di roma

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