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Un blog di nicchia. |
Patrik Tam mette le mani avanti con una dedica iniziale che più o meno recita (vado a memoria): i film possono essere belli o brutti, ma l’importante è che scuotano lo spettatore aprendogli la porta a qualcosa che non ha mai sperimentato prima. “Fu Zi” va preso proprio così, nonostante tutti i suoi difetti, con la gioia di riabbracciare il maestro della new wave hongkonghese in pausa artistica da diciassette anni. Difetti che sono soprattutto di montaggio – viene quasi da credere alle voci circolanti che parlano di un rifiuto del film al Festival di Venezia perché montato male – imputabili all’attaccamento cieco e sconfinato di Tam per storia e personaggi, che gli impedisce di razionalizzare i tempi (150 minuti sono davvero un’esagerazione). Una trama così semplice ed essenziale – il disfacimento di una famiglia: il padre è un fannullone indebitato, la madre scappa via e si risposa e il figlio subisce da ambo le parti – avrebbe forse guadagnato da una narrazione più ellittica e smozzicata. Però lo stile di Tam inonda ogni inquadratura: le luci suadenti e vivide, i corpi ripresi sempre attraverso le sbarre (di una finestra, di una porta, un cancello), come ingabbiati dal circolo vizioso delle loro azioni che ne segna il destino, i primi piani struggenti. 
Che bello! Finalmente Zhang Yimou ha riposto nello sgabuzzino spade e pugnali e torna a dirigere ciò che sa fare meglio, vale a dire il melodramma intimista con pieghe e risvolti sociali. Kurosawiano nello stile (oltre le pennellate di certi paesaggi, il film mi ha ricordato a tratti “Vivere” e Ken Takakura dalla coppola onnipresente è monumentale quasi quanto Takashi Shimura e il suo cappello), “Mille miglia… lontano” affronta il tema dominante di tutta la Festa, vale a dire la riscoperta del legame padre-figlio, un percorso emotivo che in questo caso prende corpo in un viaggio reale, dal Giappone alla Cina. Scontri tra culture e scontri generazionali, difficoltà di comunicazione e incapacità di tradurre i propri sentimenti. Sicuramente non il migliore Yimou, ma comunque delicato, lieve e commovente. 
L’ennesimo film ibrido indiano-americano, incentrato sulle difficoltà d’integrazione di una famiglia di Calcutta a New York e sulla crescita di un figlio dal nome importante (Gogol), in bilico tra abbandono e recupero delle proprie radici.
Quando “The Prestige” è iniziato erano le 23.00, io ormai vivevo in uno stato allucinatorio causato dalle precedenti otto ore di visione continuata, e, considerando che la durata è di 135 minuti, non ho retto un granché bene. Però una cosa l’ho capita ugualmente, “The Prestige” è un bel film. E c’è David Bowie che fa lo scienziato pazzo. Magia, mistero, apparizioni, sparizioni, inganni, rivalità, sdoppiamenti (triplicamenti? Quadruplicamenti?), scienza ibridata con misticismo, il teletrasbordo, l’età vittoriana, cappelli a cilindro, uccellini spappolati, proiettili afferrati con le dita, prigioni dickensiane, lande innevate. The pledge, the turn, the prestige; l’occhio sa di essere ingannato, ma la mente vuole credere nell’inganno: di che cosa stiamo parlando se non del cinema?
