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Un blog di nicchia. |
di Umberto Lenzi
con Thomas Milian, Pino Colizzi, Isa Danieli, Guido Leontini
Italia 1977
Il film che segna il passaggio di consegne tra il personaggio del Gobbo e quello del Monnezza può essere definito come un’opera “cessocentrica”. Altamente metaforica e sintomatica è la sequenza in cui il Gobbo, per fuggire dalla polizia, si nasconde dentro un’imboccatura fognaria. Un insistito campo lungo del bandito deforme che si fa strada tra i liquami, intervallato da dettagli di ratti smisurati che sguazzano per ogni dove. I fratelli protagonisti, insomma, sono la feccia delle società. Ma, all’interno di una visione populista (e anche troppo marcatamente demagogica e dicotomica), sono anche le vittime di un sistema in cui i capitalisti “padroni”, che signoreggiano tenendo in pugno la città, ricoprono la parte dei veri criminali. Come si sa, tra Milian e Lenzi non correva buon sangue e quest’ultimo non approvò mai la deriva pecoreccia e parolacciara del filone monnezzaro, che annacquava l’originaria vocazione poliziesca. L’istrionico attore scrisse di suo pugno i dialoghi di entrambe le proprie “creature”: in particolare quelli del Monnezza sono stornelli (spesso anche in rima) zozzissimi – una sorta di Belli o Trilussa narcotizzato e gettato nei capannoni di “Brutti, sporchi e cattivi” – giocati tutti sulla contrapposizione tra classi, in cui emerge l’anima reietta e, (molto) in fondo, pura del popolano borgataro. Non bisogna farsi ingannare però, perché nella “La banda del gobbo” palpita ancora l’anima polizi(ott)esca: la rapina, gli agguati e gli inseguimenti sono diretti con perfezionismo tecnico e amore per il genere duro e puro. La fine del Gobbo, sulle note di “Mamma Roma” di Antonello Venditi, raggiunge un afflato quasi lirico. Melodrammatica come una strofa in romanesco.
