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Un blog di nicchia. |
di Miike Takashi
con Ryo Ishibashi e Eihi Shiina
Giappone 1999
Colpisce a tradimento “Audition”, come una pugnalata alle spalle. L’incipit è melodrammatico: una mamma che muore e un bimbo innocente che gli porta gli auguri di guarigione (situazione programmaticamente miikiana). Ellissi, e ci ritroviamo con il figlio ormai cresciuto e la voglia del padre di farsi una nuova vita. La regia è piana, lo stile normalizzato, la trama tratta da un racconto di Murakami, con la trovata dell’audizione per cercare una nuova moglie, fa più pensare a un dramma sentimentale coreano che a un j-horror.
Dopo, a circa tre quarti di film, compaiono le prime avvisaglie: uno sfregio sulla coscia, uno strano sacco nella camera della ragazza. “Perturbanti” che creano come uno squarcio nel tessuto filmico e scaraventano la narrazione su un baratro sospeso tra allucinazione e realtà. Sogni incartati gli uni sugli altri, eventi confusi come tessere di un puzzle gettate a casaccio.
E poi, all’improvviso, sentiamo una lama dietro la schiena. La famigerata tortura di “Audition” colpisce più all’inconscio che agli occhi, perché materializza i più oscuri sentimenti di possesso, gelosia e follia narcisista mista a terrore dell’abbandono. Quel “kiri, kiri, kiri” (“spingi, spingi” l’ago nella carne) è come un mantra che evoca abissi così inquietanti da essere normalmente rimossi. Il dolore come viatico per la purezza dei sentimenti, le cicatrici indelebili di un passato che si reitera nel presente.
“Audition” non sarebbe lo stesso senza le interpretazioni di Ryo Ishibashi e Eihi Shiina: il primo di una naturalezza impressionate, in grado di rendere credibili anche i toni più parossistici della vicenda; la seconda dotata di un’autentica capacità trasformistica nel passare senza soluzione di continuità dall’atteggiamento dimesso e indifeso alla furia devastatrice.
