di Bong Joon-ho
con Song Kang-ho, Byeon Hie-bong, Park Hae-il, Bae Du-na, Ko Ah-sung
Corea del Sud 2006
La grandezza del cinema coreano contemporaneo e di un autore a tutto tondo come Bong Joon-ho rispetto al canone hollywoodiano può essere esemplificata nel confronto tra “The Host” e “La guerra dei mondi”, due film facilmente sovrapponibili sia dal punto di vista della sovrastruttura di genere (il catastrofico fantascientifico con mostri grossi) sia da quello delle tematiche interne (la protezione familiare, la metafora politica). E però il divario è nettissimo.
Nella sua penultima regia Spielberg dà la sensazione di essere imprigionato dalla macchina produttiva hollywoodiana e, salvo qualche isolato momento, rinuncia allo sguardo veramente originale che ha caratterizzato quasi tutti i suoi film precedenti. Bong (che già con “Memories of murder” aveva dimostrato di andare oltre il semplice genere per regalarci un sorprendente trattato sull’insondabilità del reale) tiene invece ben salda una visione autoriale durante tutto il film. Ciò non significa che i meccanismi di genere non funzionino a dovere: tutt’altro. “The Host” è un adrenalinico film d’azione (con sequenze girate e montate in maniera sbalorditiva, e spettacolari effetti speciali della Weta), un’esilarante commedia e un commovente dramma parentale al tempo stesso (come da miglior tradizione coreana). Tuttavia, tanto nella cura dei particolari (la lattina di birra, le pietanze a base di calamaro), quanto nella scelta delle marche stilistiche (movimenti di macchina, visioni parziali, apparizioni “immaginarie” della figlioletta), appare evidente che c’è qualcosa di più del semplice genere.
Il film di Bong è limpido e sincero nel mostrare i lati più estremi della violenza e del dolore. Lo psicodramma dal gusto agrodolce che si consuma nel centro accoglienza tra i membri della famiglia Park ha semplicemente del sensazionale. Sia negli aspetti più intimistici (quando il gruppo si riunisce per mangiare, ad esempio), in cui vengono fuori le personalità complesse dei protagonisti, sia nei momenti più drammatici (ovvero nella morte) c’è un’autenticità, una commozione viva e vera che il cinema Usa di oggi se la sogna. Ovvio come sia in gran parte merito degli strabilianti attori, soprattutto di quel Song Kang-ho che è ormai un monumento (vi prego: non guardate mai questo film doppiato). Ma dico, in quale altra cinematografia commerciale occidentale sarebbe possibile un finale del genere?
Entrambi i film, infine, hanno dei chiari significati politici. In “The Host” però non si fermano solo agli aspetti più evidenti e, diciamocelo pure, più grossolani dell’antiamericanismo e dell’antimperialismo. Sì, c’è lo scienziato pazzo (e strabico per giunta) americano, che è messo lì per personificare il tradizionale approccio con cui gli Stati Uniti di solito risolvono i problemi (ovvero spaccare tutto). Ma, anche qui, c’è di più. Tanto per cominciare un riferimento reiterato alla politica coreana. Il fratello minore di Kang-du, per esempio, ha partecipato alle lotte rivoluzionarie per la Repubblica (e la sua abilità con le molotov sta lì a testimoniarlo), ma non ne ha ottenuto alcun riconoscimento. Il padre, invece, è un perfetto depositario della cultura del vecchio regime: ossequioso con l’autorità, fiducioso (“se il governo dice così, dobbiamo crederci”), sa che bisogna oliare gli ingranaggi statali con le bustarelle
In effetti “The Host” potrebbe benissimo essere letto come l’odissea kafkiana di un uomo che lotta contro le maglie di un potere che, anziché proteggerlo come dovrebbe, minaccia la sua esistenza e gli impedisce di assolvere al suo ruolo di padre.
Parimenti ne “La guerra dei mondi” Ray Ferrier è il volto dell’american way of life e dell’individualismo statunitense, ma lo sguardo è qui fin troppo condiscendente e fiducioso e finisce per sfociare nella retorica. Il film di Bong, da questo punto di vista, è invece cinico e spietato, cupo e isterico.
Il paragone era più che altro un pretesto per sistematizzare tutti i pensieri confusi e imprecisi che ho partorito in queste 24 ore trascorse dalla visione del film. Forse ho sbrodolato un po’ troppo, ma penso sul serio che “The Host” sia davvero tutto ciò che un film d’intrattenimento dovrebbe essere.
Voto: 
P.S. L’evento è stata anche occasione per incontrare i soliti matti (Andrea, Bebr, Ohdaesu) e conoscerne di nuovi (Astor, Violetta). I had a great time.
P. P. S. Mentre scrivo la Corea sta pareggiando con la Francia. Un altro mondo è possibile.