Cacchio, tre giorni passano così in fretta. Nel gran finale compare qualche titolo interessante, ma nel complesso quest’ultimo terzo di festival (ma anche l’intera edizione, a detta di tutti) manca di un vero capolavoro in grado di imporsi sopra una patina di generale mediocrità.
- Bystanders di Im Kyung-soo, Corea del Sud 2005
Anche con tutte le attenuanti del caso (sono arrivato in ritardo, ero ancora mezzo addormentato) “Bystanders” è davvero l’thriller coreano senza arte né parte. Una poliziotta single (ma con nipote a carico) indaga sull’omicidio di un ragazzino, sotto il quale si annidano bullismo (di nuovo: è una fissa in Corea) e disagi familiari. Tutto già visto e anche un po’ noioso. C’è la diva di “Lost”.
- Superkid di Cha Chuen-yee, Hong Kong 2006
“Superkid” è un film per bambini. Magari piacerà a loro, certo non a me. Bambini vengono nutriti con OGM e diventano supergeni e assi del kung fu, ma ciò che desiderano veramente è la felicità familiare (???). Dieci minuti, e mi sono sembrati anche troppi.
- You are my sunshine di Park Jin-pyo, Corea del Sud 2005
Tipico esempio d’impasto tra generi come solo i coreani sanno fare, “You are my sunshine” è una commedia romantica campagnola con gag sull’ingenuità contadina al livello di “un ragazzo di campagna” di pozzettiana memoria. Ma poi vira improvvisamente sul dramma estremo, che spalanca la porta a AIDS, prostituzione e carcere. Insospettabili momenti forti (il bellissimo incontro in carcere tra i due innamorati) e grandi protagonisti.
- Hello Yasothorn di Petchthai Wongkamlao, Tailandia 2005
Un musical thailandese, quindi: colori sgranati, cieli e laghi verdi, battutacce e situazioni folli. La storia è quella di sempre: due amanti ostacolati dai genitori di lei perché lui è povero. Ma è solo un pretesto infarcire il tutto con musichette e gag. Non si raggiungono le vette sperimentali e avanguardistiche di “Bangkok loco”: qui è più che altro ordinaria amministrazione. C’è pure un equivalente della celebre scenetta di “Totò, Peppino e la malafemmina”, e la battuta più bella di tutto il festival: “my sperm in meaningless”, pronunciato dal protagonista che si crede abbandonato dall’amata.
- Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyun, Corea del Sud 2005
Guerra di Corea. In un villaggio sperduto nel bosco dove il tempo sembra essersi fermato approdano due soldati sudcoreani, tre nordcoreani e un aviatore americano il cui aereo è precipitato nelle vicinanze. L’atmosfera magica del luogo, che non conosce né armi né guerre, riuscirà a sciogliere le tensioni anche tra nemici così agguerriti. Uno dei cinque più grandi incassi
coreani di tutti i tempi, “Welcome to Dongmakgol” è un blockbuster con l’anima, pieno di visioni fantastiche (il popcorn che piove dal cielo, un cinghiale portentoso), con un forte messaggio pacifista al di sopra delle parti (nessuna propaganda anticoreana, qui sono gli americani a non fare una bella figura). Risente un po’ troppo dell’“effetto La vita è bella”, certi passaggi sono troppo sdolcinati e certe cose erano state dette meglio da “Joint Security Area”, ma nel complesso un buon film, il vincitore scontato del premio del pubblico.
- Always: Sunset on third street di Yamazaki Takashi, Giappone 2005
Com’erano belli gli Anni ’50... Il secondo classificato nell’Audience Award di quest’edizione è una rivisitazione nostalgica (e un po’ oleografica) dei bei vecchi tempi andati, una sorta di “Radio days” nipponico, solo che qui è la televisione a dominare i pensieri del bambino protagonista. Buona la prima parte dai toni semplici e leggeri da commedia (l’incacchiatura del signor Suzuki), poi finisce per prendere il sopravvento la componente melodrammatica e si colpisce basso alla ghiandola lacrimale. Lodevole comunque la meticolosa ricostruzione scenografica. Uno dei più grandi successi di questa stagione in patria.