di Jim Thompson
1952
Edizione Italiana Fanucci
“Un’erbaccia è una pianta fuori dal proprio elemento”
Questa volta si fa uno strappo alla regola e si passa dalla celluloide alla cellulosa. Ma si tratta di un’eccezione ben giustificata.Perché “L’assassino che è in me” è un romanzo prepotentemente cinematografico, perché Stanley Kubrick rimase talmente affascinato da questo libro che chiamò Thompson a co-sceneggiare “Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria”, perché da molte opere di questo semisconosciuto autore sono stati ricavati film, tra cui il più importante è senza dubbio “The Getaway” di Peckimpah. Ma soprattutto perché “L’assassino che in me” è uno dei libri più folgoranti che siano passati tra le mani del sottoscritto. Una discesa a precipizio nei meandri di una psiche malata, un impressionante ritratto in prima persona di un’anti-America, malsana e oscura, ipocrita e bigotta, un viaggio claustrofobico e infernale, dove non c’è spazio per le vie di fuga e le ancore di salvezza.La scrittura di Jim Thompson è immediata, secca, volutamente grezza e a tratti colorita, eppure è più penetrante di una lama e più precisa di un bisturi. È stato un errore imperdonabile considerarlo per molti anni uno scribacchino buono solo per pulp stories e questo libro (considerato il suo capolavoro) ne è la prova. Egli riesce a trasformare un canovaccio lineare e risaputo – anche se per l’epoca decisamente fuori dagli schemi – in un racconto in soggettiva – innovazione quasi rivoluzionaria all’interno del genere – che è anche una dolorosissima riflessione sulla solitudine dell’uomo di fronte a un destino segnato da colpe non proprie. Spero di avervi convinto a leggerlo e ringrazio la Fanucci (una delle case più stimolanti che ci siano in circolazione) per avere curato la pubblicazione delle sue opere.
“Tutti noi che abbiamo cominciato la partita con una stecca storta, che volevamo così tanto e abbiamo avuto così poco, che avevamo intenzioni tanto buone e abbiamo fatto tanto male. Tutti quanti noi.”