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Un blog di nicchia. |
Se si vuole semplificare algebricamente si potrebbe dire che “Hong Kong Express” : “Angeli perduti” = “In the mood for love” : “2046”. Wong Kar Wai dà un taglio tutto particolare alle sue creazioni: non si limita “a fare sempre lo stesso film” (come accade ai grandi autori), ma si può quasi dire che tutta la sua filmografia sia assimilabile a un unico, lungo, aperto film che si arricchisce nel tempo, sviluppando le propaggini dell’immaginario lirico/onirico del regista. Nel caso di “Angeli perduti” questa osmosi è ancora più diretta, perché lo script originale doveva costituire il terzo episodio di “Hong Kong Express”, ma poi ha preso vita propria e si è guadagnato la sua indipendenza. Pochi dubbi: gli scorci di una metropoli notturna, solitaria e appiccicaticcia, i jukebox che inondano di anni ’60 vecchi localini fumosi, il ralenti, la fotografia pastosa di Christopher Doyle sono proprio quelli che avevamo visto due anni prima. E anche la doppia coppia di
personaggi Agent/ Ming e Ho/Cherry, condividono lo stesso destino di quelli di “Chungking Express”: si sfiorano ma non si toccano mai, vittime dell’incomunicabilità (non a caso Ho è muto, Cherry non fa che parlare a vuoto al telefono, mentre Agent e Ming si mandano persaggi attraverso le parole delle canzoni) e prigionieri di esistenze borderline (Agent fa il killer, Ming gli organizza il lavoro, Ho di notte occupa i negozi di altre persone).
