di Jacques Audiard
con Romain Duris, Aure Atika, Emmanuelle Devos, Niels Arestrup, Jonathan Zaccaï, Gilles Cohen
Francia 2005
Preambolo. la visione di questo film costituisce per me un evento, oserei dire, di portata storica: la prima proiezione della mia vita, fuori dai circuiti festivalieri, in compagnia di un illustrissimo cineblogger. Le lacrime e i brividi sono fioccati come la neve che stava li lì per sopraggiungere (ma per fortuna poi non è arrivata). Peccato non aver condiviso il momento anche con questi due.
A volte la differenza sta tutta in un titolo. In italiano, “Tutti i battiti del mio cuore”, sembra l’ennesima commedia romantica francese. Nell’originale, “De battre mon coeur s'est arrêté”, letteralmente “Il mio cuore ha smesso di battere”, si percepisce già l’alone di sofferenza e disagio interiore che tutto il film si trascina appresso, come una cappa opprimente che stenta a diradarsi anche nel finale.
A Thomas, infatti, il cuore ha smesso di battere già da tempo. Messi in soffitta i ricordi della madre pianista e del proprio talento musicale, adesso è lo scagnozzo di un proprietario immobiliare senza scrupoli, per il quale commette le più efferate atrocità. Le sue mani, che un tempo accarezzavano la tastiera, adesso sono imbrattate di sangue e coperte di cerotti. Stretto tra la ruvidezza di un padre, che lo sfrutta solo come tirapiedi per regolare i conti coi creditori, e la precarietà di un rapporto clandestino con la moglie di un collega, a Thomas gli si offre però la fantomatica “occasione della vita”: un’audizione concertistica presso il vecchio impresario della madre. Il ragazzo sembra per un breve attimo recuperare il battito perduto: si dedica con tutto se stesso a far riardere le ceneri dell’antica passione, e pare riuscirci, grazie alla mut(u)a complicità che si instaura con la studentessa cinese Lin, che gli impartisce lezioni private. Lei non sa una parola di francese e i due riusciranno a conoscersi in profondità proprio tramite il linguaggio della musica, il più innato e istintivo.
Ma tutto non andrà come sembrerebbe a prima vista, e Jacques Audiard, cosceneggiatore assieme a Tonino Benaquista, riesce bene a tradurre in scrittura filmica l’imprevedibilità, crudeltà e perfino circolarità della vita.
Quello di Audiard è un cinema di primi piani, sempre intento a braccare i personaggi come un mastino, a incollarli alla macchina da presa, all’altezza del cuore, per tentare di filmarne l’anima. Un cinema che mescola sapientemente il noir – che era la cifra predominante di “Rapsodia per un killer”, il film cult di James Toback cui l’autore si è dichiaratamente ispirato – con il film d’autore, i temi sociali di una Parigi in crisi d’identità con quelli psicologici delle contraddittorietà umane e familiari. Infine un cinema di personaggi e dunque d’attori, che non sarebbe concepibile senza la straordinaria, commovente, partecipata prova di Romain Duris, al quale sarebbe dovuto andare un premio nello scorso Festival di Berlino. Alla Berlinale, invece, il film si è aggiudicato meritatamente l’Orso d’argento per la miglior colonna sonora.
Voto: 