di Kim Ki-Duk
con Yang Dong-Kun, Ban Min-Jung, Kim Young-Min, Cho Jae-Hyun, Bang Eun-Jin, Myung Kye-Nam
Corea del Sud 2001
La visione ravvicinata di “Address Unknown” e “Bad Guy” non può che suggerirmi una lettura che ponga in risalto la chiave dello sguardo.
Eh sì, perché, “Address Unknown” è ovviamente un film di guerra, anzi forse uno dei pochi film che ci mostra il risvolto più autenticamente drammatico della guerra: non tanto le battaglie in sé, quanto i traumi e le ferite fisico-psicologiche che esse continuano ad arrecare anche al termine del conflitto (sono passati circa vent’anni dalla guerra di Corea, ma è come se il tempo si fosse fermato). Il dolore dei reduci, delle famiglie lacerate dai morti e di quelle abbandonate dai soldati americani sono solo alcune delle facce di una violenza che rimane attaccata come una cicatrice, interiorizzata e tramandata alle future generazioni, e che a volte esplode in atti insensati contro gli esseri più deboli e indifesi (che si tratti di ragazzi o cagnolini poco importa).
Ma, oltre a questo, è possibile ritracciare anche tutta una sottolettura legata alla visione: il film è un ripetersi ossessivo del tema dell’accecamento (ben tre personaggi rimangono feriti ad un occhio) e quello dell’alterazione visiva (la realtà è spesso inquadrata attraverso specchi, teloni di plastica, superfici riflettenti, finanche l’“annebbiamento” per effetto di LSD). Una metafora (i personaggi sono “ciechi”, inconsapevoli di agire per effetto di traumi che hanno rimosso) ma anche una dichiarazione estetica che si concreta attraverso l’uso del fuori campo.
Sarebbe forse il mio Kim preferito se non fosse per gli ultimi venti minuti, in cui gli eventi tragici si accumulano con un eccesso grottesco e parossistico che a tratti smorza l’intensità emotiva.
