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Un blog di nicchia. |
Strumento ambiguo è l’arco. Dalla sua corda tesa può scaturire il massimo dolore (se da essa scoccano frecce) oppure il massimo piacere (se da essa si propagano vibrazioni musicali). Ambiguo come può esserlo il rapporto che si instaura tra un vecchio e una ragazzina che vivono isolati per anni su di una barca in alto mare. Lui l’ha trovata quando aveva sei anni, l’ha allevata, se ne è innamorato e aspetta che compia i diciassette per sposarla. Nonno, padre e amante al tempo stesso, col suo arco la protegge dalle incursioni del mondo esterno (i clienti che salgono sulla barca per pescare) e la intrattiene suonando. Fino a quando non arriva un ragazzo a perturbare gli equilibri.
Il film è una summa kimkidukkiana. Vi ritroviamo i silenzi di “Ferro3” (anche in questo caso i protagonisti non aprono bocca), la tematica scabrosa della “Samaritana” (nonché una delle sue protagoniste), l’unità di luogo e l’umanità alla deriva di “L’Isola”. Rispetto a quest’ultimo, però “L’arco” è molto più stilizzato, lirico, rarefatto. La violenza e il rapporto sessuale ormai si sublimano solo attraverso la metafora. Questa è la strada definitivamente intrapresa da Kim Ki-Duk da “Primavera…” in poi. Può piacere o non piacere (a me piace). Innegabile è però la bravura del regista, la straordinaria capacità di raccontare in situazioni estreme (spazi, attori, dialoghi limitati), l’intensità che riesce a conferire ai primi piani. Molto si deve naturalmente anche alla straordinarietà degli interpreti di cui si circonda e al fascino straniente ed evocativo della colonna sonora.
