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Un blog di nicchia. |
Per Kim Ki-Duk l’amore può esistere solo in assenza (o meglio, in (non) presenza per usare termini ghezziani). In “Ferro 3” si arriva addirittura allo smaterializzarsi del corpo, alla sublimazione platonica di un abbraccio nel nulla. Ma in “Bad Guy” la (non) presenza aveva già raggiunto l’apice dell’elaborazione formale e intellettuale. Essa si estrinseca su due motivi. Il primo è la separazione dei corpi attraverso un vetro. Questo malato, voyeuristico amore in vitro nasce come barriera di protezione per Han-ki, ma ben presto diventa “prigione” da infrangere (per tutto il film lo vediamo rompere finestre e, addirittura, essere ferito da una lastra di vetro). Anche dopo che Sun-hwa “attraversa lo specchio”, quando lo squarcio di realtà piomba su di lei, l’amore non riesce a risolversi se non in un’altra (non) presenza: un sentimento “ritagliato”, fotografato in un ricordo che forse non è mai esistito (né forse esisterà mai). A suo modo un lieto fine, in senso kimkidukkiano s’intende, giacché la fragilità umana non può garantire niente di meglio.
