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Un blog di nicchia. |
Con “Hero” e con “La foresta dei pugnali volanti” Zhang Yimou ha preso in prestito l’impalcatura del wuxiapian per costruirci sopra tormentati melodrammi e per dar libero sfogo alle sue allucinazioni visive (coadiuvate da Christopher Doyle). Ma già otto anni prima Wong Kar-Wai si era cimentato in un’impresa simile con “Ashes of time”, in cui trasferiva le proprie ossessioni tematiche (l’amore vissuto come perdita e come distacco, la nostalgia del ricordo, l’isolamento dell’essere umano) in un contesto del tutto differente rispetto alla solitaria metropoli di “Hong Kong Express” (che stava girando in contemporanea, nelle pause di lavorazione).
Il risultato è un capolavoro della messa in scena, dove l’ambiente naturale sembra trovarsi in sintonia empatica con i personaggi: il “deserto dei sentimenti” in cui si incrociano i destini di un’umanità sola e sbandata, l’incresparsi delle onde o il turbinare di
una lanterna che catturano un moto emotivo inquieto e cangiante. Merito anche qui ovviamente di Christopher Doyle, la cui presenza è come si sa inscindibile dal lavoro di Wong.
I pochi combattimenti sembrano svolgersi in un tempo diverso da quello fisico (quello interiore?): il ralenty congela i corpi, li prolunga e li deforma nello
spazio, in segno di continuità fisica con l’ambiente. Almeno una sequenza è stata citata quasi alla lettera da Zhang Yimou: il combattimento sul pelo dell’acqua tra Yin e Yang.
Il cast riunisce una serie di miti del cinema di Hong Kong che oggi nessun budget, credo, potrebbe permettersi di reclutare insieme: Leslie Cheung, i due Tony Leung, Maggie Cheung, Brigitte Lin e una giovane Charlie Young. Maggie Cheung è capace di sostenere dieci minuti di macchina da presa fissa sul suo volto: davvero inarrivabile.
