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Un blog di nicchia. |
Sei ore di fila di inseguimenti, sparatorie, agguati, risse e tanto tanto sangue. La sensazione all’uscita della Sala Volpi è stata straniante. Per me, che non avevo mai visto un Fukasaku è stata una scoperta. Per descriverli ai non orientofili, i yakuza movie realizzati dal maestro possono essere paragonati ai poliziotteschi italiani di un certo livello (Fernando di Leo e Umberto Lenzi in primis). È naturale poi che gli stili nei rispettivi paesi arrivino a differenziarsi anche sensibilmente, ma senza ombra di dubbio un’osmosi reciproca deve esserci stata.
In particolare Fukasaku Kinji ha dato vita a un linguaggio unico, a metà strada tra il realismo documentario (frequenti le didascalie esplicative) e l’iperrealismo visionario (tipica è la posizione della macchina da presa inclinata durante le esecuzioni). In ogni caso c’è moltissima fedeltà alla materia trattata (quasi tutte le trame si basano su fatti realmente accaduti). La crudezza espressiva non risparmia niente e nessuno ma che è assolutamente funzionale nel dipingere una società giapponese ormai marcia fino al midollo, senza più nessun punto di riferimento né legami col passato (non resiste nemmeno il tradizionale codice d’onore mafioso). Sugawara Bunta è l’essere perfetto per incarnare questo cinico e nerissimo sguardo sull’umanità. Della trilogia qui presentata il vero capolavoro è il film centrale - giustamente pubblicizzato da Quentin Tarantino - per la frenesia del montaggio e la precisione nella costruzione delle scene action, ma anche per la dovizia di particolari con cui sono descritti gli atteggiamenti e i rituali degli yakuza (dal taglio del dito, ai tatuaggi, alle riunioni dei capi).
