di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, John C. Reilly, Alec Baldwin, Ian Holm
U.S.A. / Giappone / Germania 2004
La vita di Howard Hughes è senza mezze misure: nel lampo di un flash si passa dalle vette del successo agli abissi della follia e i sogni si infrangono come vetro sotto i piedi. Un attimo prima un aeroplano può solcare la stratosfera e un attimo dopo può ritrovarsi schiantato al suolo. Come in tutti i grandi uomini che hanno fatto la storia, il genio convive con la sregolatezza e capita che intraprendenza e follia spesso si diano la mano. È così che Martin Scorsese ci restituisce sullo schermo il ritratto di questo magnate del cinema e dell’aviazione. Un ritratto che ha il piglio della tragedia greca, come è per tutti i grandi eroi scorsesiani, da Jake La Motta a Henry Hill. “The Aviator” però non è solo il sogno di un uomo, è il sogno di un’epoca intera. Il film copre vent’anni di storia americana (dal 1927 al 1947), vent’anni di scoperte e di successi, ma anche di guerra e decadimento politico e morale.
In quei vent’anni l’industria di Hollywood usciva dal pionierismo ed entrava nel suo periodo di massimo fulgore, quello dei grandi studios e delle mitiche “divine” (molte delle quali, tra cui Ava Gardner e Jean Harlow, conquistate dal carisma di Hughes). “The Aviator” è dunque, ancora, un omaggio appassionato al cinema classico americano, passaggio chiave di tutta la poetica di Scorsese, oggetto anche dell’accurato documentario del 1995 “Viaggio nel cinema americano”. 
E Scorsese, proprio applicando i modelli classici e riprendendo gli stili che hanno segnato le diverse epoche, riesce a realizzare una grande epopea, un’opera solidissima, impeccabile e affascinante, ricca di scene dall’enorme impatto visivo ed emotivo (una per tutte, il tragico volo dell’“XF-11” sulle note della “Toccata e Fuga” di J. S. Bach). Com’è stato già detto da molti, dietro ogni inquadratura di “The Aviator” si cela l’ombra scomoda di “Quarto potere”. Fare paragoni con la pietra miliare per eccellenza della storia del cinema è ingiusto. Si può solo dire che siamo di fronte a un ottimo film (che, è quasi sicuro, vincerà la maggior parte delle undici statuette alle quali è candidato, tra cui quella di miglior scenografia per Dante Ferretti). A causa di qualche difetto (è un po’ troppo lungo, soprattutto le scene giudiziarie nella parte finale sono prive di tensione) non raggiunge i livelli e il fascino dei grandi capolavori scorsesiani, ma poco ci manca.
Merito anche delle ottime prove di tutto il numerosissimo cast (che annovera anche i cammei di Jude Law, Gwen Stefani, William Dafoe). Un maturo Leonardo DiCaprio è qui probabilmente al suo ruolo migliore (ne è passata di acqua sotto i ponti dal “Titanic”…). Da applauso anche Cate Blanchett, che si cimenta nell’impresa quasi impossibile di impersonare Katharine Hepburn uscendone vittoriosa.
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