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Un blog di nicchia. |
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nell’ambito della mostra “Cina XXI secolo. Arte tra identità e trasformazione”, sta giungendo a conclusione la panoramica “Il Nuovo Cinema Cinese”, curata da Marco Müller con l’obiettivo di fornire uno sguardo d’insieme sull’ultima generazione di cineasti della Repubblica Popolare. In programma molti dei “protetti” di Müller, registi coccolati durante le sue direzioni di festival, a cominciare dai celeberrimi Zhang Yuan e Jia Zhangke. Ma anche nomi meno noti al pubblico occidentale, come Wang Xiaoshuai, Jiang Wen, Ning Ying, e per l’appunto Wang Shuo, vincitore con questo film del Pardo d’oro a Locarno proprio nell’edizione “mülleriana” del 2000.
Bagnato da una luca calda e soffusa, attraversato da una colonna sonora magniloquente, il film affronta il tema del conflitto generazionale (ovvia metafora di un ben più ampio e generalizzato conflitto politico) scegliendo il registro un po’ scombiccherato della commedia grottesca. In effetti, i principi della potestà paterna non vengono mai messi in discussione fino in fondo (e troveranno una naturale legittimazione nella scontata riconciliazione finale), ma il modo in cui viene presentata la figura di Ma Linsheng è tra le più dissacranti e demitizzanti. Un uomo debole e inetto, che non perde occasione per piangere, pieno di goffe idiosincrasie (tra cui bere costantemente del tè da un enorme recipiente) e del tutto privo di autorità, tanto da farsi incastrare in un matrimonio assolutamente non voluto; ma in fin dei conti simpatico e amorevole.
