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Un blog di nicchia. |
Se il filo rosso che cuce tutte le proiezioni, incontri, eventi dell’edizione di quest’anno è indubbiamente la musica, in tutte le sue forme, ma intesa specialmente come strumento di lotta politica e culturale, da Woodstock a Fela Kuti, da Bob Dylan ai Blues Brothers, la programmazione del festival permette però di approfondire ulteriori sguardi e tematiche. Una di queste è la ferita dell’undici settembre, che anima anche il documentario “The Cats of Mirikitani”, è che è al centro di questo film di Mike Binder. Charlie Fineman diventa pazzo dopo aver perso la moglie e le tre figlie, passeggere su uno degli aerei dirottati contro il World Trade Center. Capiamo subito che è matto perché ha i capelli arruffati, si sposta in monopattino, e soprattutto gioca ore e ore ai videogiochi, come si sa simbolo dell’alienazione per eccellenza. Ad aiutarlo ci pensa un vecchio amico del college (Don Cheadle), che a sua volta riuscirà grazie all’amicizia di Charlie a risolvere i suoi problemi familiari.
Appunti su Marie Menken, pittrice e regista, esponente poco conosciuta dell’avanguardia newyorkese. Le sue creazioni di videoarte sono componimenti minimali, girati rigorosamente con una piccola camera a mano, e rivelatrici di una sensibilità lirica molto delicata e “femminile”. Il documentario di Martina Kudlcek recupera diverso materiale inedito (tra cui uno “scontro” a colpi di cinepresa con Andy Warhol) e lo alterna a interviste di personaggi importanti dello scenario newyorkese (di cui poco si è potuto capire, perché a un certo punto i sottotitoli si sono volatilizzati). La regista austriaca usa spesso uno stile ricercato e sperimentale, consono alla materia affrontata.
Fela Anikulapo Kuti è un personaggio che ocupa di certo un posto importante nella storia della musica: è il più famoso musicista africano di tutti i tempi, inventore di un vero e proprio genere, l’Afrobeat, e fondatore di un movimento politico socialista e panafricano. Praticamente un Bob Marley nigeriano, anche perché in quanto a stile di via eccentrico non era da meno: fumava cannoni enormi, si è sposato con una trentina di bellissime ragazze (tutte cantanti e ballerine del suo complesso) e aveva proclamato la sua casa una Repubblica indipendente dal governo della Nigeria (per giunta con fuso orario differente). I filmati, provenienti da un archivio privato, documentano lo scombinato tour italiano del 1980 (durante il quale Fela venne arrestato perché tra i bagagli giunti all’aeroporto furono rinvenuti qualcosa come 20 kg di marijuana…), un matrimonio collettivo, e i funerali del 1997, in cui tutta la popolazione di Lagos si riversò per le strade.
Il Biografilm Festival istituisce quest’anno il premio “Lancia – Celebration of Lives” e lo dedica a Gianni Minà e alla sua prolificissima attività di intervistatore. Indipendentemente da tutto quello che si può pensare su Minà e sulle sue posizioni politiche, è indubbio che sia un gran professionista, sempre fedele a un suo personale principio ideale. Nonostante gli anni passino, lo sguardo vispo degli occhi è rimasto intatto e lo spirito battagliero è più indomito che mai.
Una sezione del festival è interamente dedicata al lavoro di Pennebaker e Hedegus, tra i più famosi autori di documentari musicali. I loro film sono semplici, diretti, con pochi artifici e voci over: fanno semplicemente parlare la musica e consacrano totalmente la regia alle performance degli artisti. In questo caso si tratta di due veri e propri miti: Jerry Lee Lewis, di cui viene proposta l’esibizione per il Toronto Rock & Roll Revival del 1969 (alternato con filmati e materiali d’epoca) e Otis Redding, ritratto in un live al Monterey Pop Festival del 1967. Jerry Lee Lewis non era invecchiato neanche un po’, continuava a zompettare e a suonare il pianoforte con i piedi come se il tempo si fosse fermato. Per l’esibizione di Otis semplicemente non si trovano le parole, peccato solo che al cinema non ci si possa alzare in piedi e ballare.
Seconda avventura del progetto Get-Out, ideato dalla Kamel Film di Bologna, che prevede la realizzazione di un circuito cinematografico rivolto esclusivamente al pubblico dei teenager, tramite proiezione nella sale di film girati dai giovani. Se sulla carta l’esperimento è interessante e potenzialmente educativo, la sua effettiva realizzazione suscita qualche perplessità. “Come sono? Boh!” funziona bene quando i suoi protagonisti un po’ sbandatelli si esprimono a ruota libera e immortalano le loro bravate; meno bene quando i ragazzi rispondono a classiche interviste su argomenti predeterminati (come l’immigrazione e il divorzio) e lascia interdetti quando interviene la regia di Quagliano con inserti che vogliono suggerire a tutti i costi una chiave di interpretazione (come la voce fuori campo che discetta sul rapporto tra uomo, natura e tecnologia). Il risultato d’insieme è poco organico, e il rischio più grande nel lasciare le videocamerine ai ragazzi senza un progetto prestabilito è quello di produrre risultati che sconfinano nella banalità da videodiario. In ogni caso può essere un interessante esperimento dal punto di vista sociologico e pedagogico, forse un po’ meno da quello cinematografico.
Ecco il pezzo forte del Festival: per celebrare i quindici anni della scomparsa del mito Belushi arriva in Italia nientemeno che la moglie Judith, compagna, confidente e sostegno per l’intera vita di John. Un evento straordinario per diversi motivi. Sentire raccontare dalla viva voce di Judith la storia di John, dagli esordi al college, all’apprendistato teatrale con Second City, dall’incursione dinamitarda al Saturday Night Live alla genesi mitologica di Jake & Elwood Blues, fa un certo effetto. Merito anche della moderatrice Giulia D’Agnolo Vallan, competente e brava nell’indirizzare la discussione in un percorso coerente. Se a tutto questo ci aggiungete degli sketch storici del Saturday Night Live (dal Samurai, al Ristorante Olympia, da Beethoven in versione blues, a Marlon Brando-Padrino che va in analisi molti anni prima di “Terapia e pallottole” e “I Soprano”, per concludere con lo struggente e poetico “Don’t look back in anger”) è quasi impossibile non essere soddisfatti. Grazie John, we love you.
Non ha davvero senso spendere ancora oggi parole per “Animal House”. Se nel corso di tutti questi anni vi è sfuggito, allora è come se vi foste persi una generazione intera. Più che un film, l’archetipo universale di tutti i college movie, serbatoio inesauribile di situazioni per anni e anni a venire. Più che un film, la materializzazione degli impulsi più sfrenati e spontanei, mai condannati né irregimentati, ma glorificati dall’inizio alla fine. Ogni cosa è travolta e fagocitata da una gargantuesca e irresistibile forza d’attrazione: il buco nero Bluto Blutarsky, il buon selvaggio che tutti noi abbiamo dentro. C’è una cosa in cui John Landis eccelle più d’ogni altro regista: la perfetta rappresentazione del caos, basta guardare la parata conclusiva di “Animal House” (in cui Landis sfoga anche la sua vena più paradossale) o il mostruoso incidente di “The Blues Brothers” per rendersene conto.
Non sono la persona più indicata per parlare di un evento del genere, ma qualunque appassionato di musica rock anni Settanta sarebbe forse svenuto per overdose. Amalie Rothschild, con le sue fotografie e ai suoi filmati, ha immortalato il concerto di Woodstock, nonché la gloriosa stagione del Filmore East Theatre di New York, in cui si è fatta la storia del rock. Alcune fotografie sono entrate nell’immaginario collettivo (quelle di Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Grateful Dad, Crosby, Stills, Nash & Young, solo per citarne alcune). Tra i filmati alcune chicche come l’esibizione a sorpresa di John Lennon & Yoko a un concerto di Frank Zappa. I tre eseguono la delirante “scumbag”: Yoko miagola e rantola (a un certo punto le mettono pure un sacco in testa) e Zappa fa in continuazione il gesto dell’ombrello. Brutti drogati!
Impossibile giudicare questo film secondo i normali parametri delle opere di fiction, o anche delle opere documentarie nelle quali rimane ancora una qualche mediazione tra il soggetto osservatore e la materia indagata. Perché “Kill Gil vol. 2” non è altro che un videodiario artigianale, il seguito delle terribili vicissitudini ospedaliere di Gil Rossellini, vittima di una rarissima infezione che gli ha paralizzato le gambe e prodotto altri gravi danni. Rossellini non ci risparmia nulla della sua dolorosa degenza e ci mostra perfino le piaghe da decubito e le riprese delle operazioni chirurgiche, suscitando nello spettatore una sensazione di angoscia mista a imbarazzo. Ma per fortuna Gill è anche molto autoironico – come si evince già dai titoli scelti per il suo documentario – e grazie al suo commento riesce ad alleggerire la tensione e a evitare la morbosità ricattatoria.
Preceduto da un bel corto-intervista sulla dj viennese Electic Indigo (il progetto si chiama “Girls on the Wheels of Steel” e prevede otto storie dedicate a donne affermatesi nel campo musicale), questo film è stato riproposto a fine manifestazione perché vincitore del Biografilm Audience Award. Il motivo per cui piace tanto il documentario di Linda Hattendorf (vincitore anche del premio del pubblico a Tribeca) sta tutto nel fascino del suo straordinario protagonista, Jimmy Mirikitani, americano di origini giapponesi che durante la Seconda guerra mondiale ha passato tre anni nel campo di internamento nippo-americano di Tula Lake. L’arzillissimo ottantenne “Gran Master Artist” (come si definisce lui) trascorreva le sue giornate in mezzo a una strada a dipingere gatti, fin quando la regista Linda Hattendorf non si è presa cura di lui ospitandolo e aiutandolo a ottenere l’assistenza sociale. Gli eventi dell’11 settembre risvegliano in Mirikitani dolorosi ricordi e le sue riflessioni finiscono per assumere un valore politico. Ma il film sfugge al didascalismo e alla banalità della morale pacifista, sottolineando semplicemente come in momenti di panico e crisi è molto facile farsi prendere da paranoie razziste e commettere recriminazioni contro innocenti. In realtà, alla fine del film ciò che rimane è soprattutto la simpatia di Mirikitani, un buffo ometto che canta in giapponese (facendo miagolare il gatto), imita le mosse di karate e guarda con gusto i samurai movie di Toshiro Mifune.
