di Bong Joon-ho
con Lee Sung-jae, Bae Du-na, Byeon Hie-bong, Kim Ho-jung, Kim Roe-ha
Corea del Sud 2000

Prima dei fasti di
“Memories of Murder” e
“The Host”, Bong Joon-ho esordisce con questo quadretto metaforico e surreale, dal ritmo sincopato (scandito dalla straniante musica jazz di Sung-Woo Jo), che ha tutti i caratteri dell’opera prima – laconica, a tratti sperimentale, distante dal genere – ma già rivela lo straordinario talento compositivo dell’autore.
Uomini e cani. In un alienante palazzone di periferia (che ricorda moltissimo l’alveare di
“Tokyo Fist”) si agitano figure sbiadite, quasi fantasmi (come quello di Boiler Kim, idraulico-spettro al centro di un bizzarro racconto) che percorrono inquietanti non-luoghi (terrazzoni, sottoscala, metropolitane), uggiolando come cuccioli smarriti. Personaggi non a caso inquadrati di spalle, oppure avviluppati da cappucci gialli (e, quindi, dall’aspetto ancor più fantasmatico). Identità sfocata, irrisolutezza cronica, abulia opprimente. Bong Joon-ho delinea un ritratto impietoso e disarmante della società coreana, soffermandosi su individui perdenti e marginali, prodotti di scarto dell’arrivismo e dei ritmi spersonalizzanti della metropoli.
Come in
“Address Unknown”, la violenza, schizofrenica e ingiustificata, si accanisce contro indifese bestiole a quattro zampe. Ma se il film di Kim Ki-Duk circoscriveva l’atto macabro all’interno della cornice bellica, come una reazione meccanica e interiorizzata delle brutalità del conflitto, qui il gesto risulta forse ancora più grottescamente svuotato e privo di senso, la replica morta di atteggiamenti che risalgono al periodo della dittatura e di cui non ci si riesce ancora a liberare.
Negli anni seguenti Bong si voterà più disciplinatamente al genere, abbandonando toni così esageratamente stralunati, peraltro tipici di molta produzione sud-coreana (in questi casi di solito si cita
“Save the Green Planet”). Ma non rinuncerà mai a una visione personale e a certe anomalie/ossessioni che ritroviamo anche in questo film, per esempio l’uso di alcuni oggetti con funzione straniante e quasi surrealista (uno specchietto retrovisore, delle noci e del rafano essiccato in “Barking Dogs…”; seppie e altre strane cibarie in “The Host”).
A Bong si deve anche il merito di aver scoperto l’incredibile Bae Du-na, consacrata poi definitivamente con
“Sympathy for Mr. Vengeance” e “The Host”.