di John Waters
con Melanie Griffith, Stephen Dorff, Alicia Witt, Adrian Grenier
Usa 2000
Al grido di “potere al popolo che si oppone alla cinematografia di merda!” un manipolo di kamikaze cinematografari battezzatosi “le emulsioni scadute”, guidato dal regista-terrorista Cecil B. Demented (un nome, una poetica), sequestra la glamourosa diva di pellicole svenevoli Honey Whitlock (un’inaspettata Melanie Griffith) per costringerla a interpretare un film underground che mini alle fondamenta il marcio hollywoodiano.
Contro il becerume delle produzioni strappalacrime e politically correct (spassose le prese per i fondelli al biopic su Patch Adams e a “Forrest Gump”) ciascun membro della troupe oppone uno spirito guida di celluloide tatuato sul proprio braccio: Otto Preminger, Andy Warhol, Sam Peckimpah, Samuel Fuller, Hershell Gordon Lewis, Kenneth Anger, Rainer W. Fassbinder, Pedro Almodòvar, Spike Lee, David Lynch, William Castle.
E contro la triviale vacuità del pubblico mainstream invoca tre diverse frange di spettatori ancora incontaminate: i cinéphile, il pubblico di nicchia (che va a vedere un film di kung fu!) e gli estimatori del porno.
Uno scontro da cui nessuna fazione uscirà vincitrice. Perché la stupidità dell’esercito produttivo hollywoodiano e la schizofrenica guerriglia dell’estremismo a tutti i costi (il cui mantra è “Demented forever!”) sono semplicemente due facce della stessa medaglia. Quando anche l’orgia cinefila da fine riprese s’inceppa in un coitus interruptus e quando la dolce Honey, neo-convertita alle istanze dell’avanguardia indipendentista e martire al rogo per la causa, continua a essere adorata dalla moltitudine prostrante dei fan, si capisce che davvero non c’è speranza.
Più lucido di quanto possa sembrare a prima vista, più pessimista di quanto l’apparente leggerezza di tono possa lasciare intendere, più graffiante di quanto traspaia dalla confezione tutto sommato commerciale, il penultimo film di John Waters è un’auto-riflessione sulla reale possibilità di fare lotta cinematografica al giorno d’oggi. Se nel 1972 Divine poteva ancora mangiare la merda, adesso che di escrementi ne ingurgitiamo tutti i giorni, più o meno consapevoli e condiscendenti, le vecchie strategie non funzionano più. E, forse, la chiave giusta è agire dall’interno, come sta tentando di fare Waters da fine anni Ottanta in poi.
Ma Waters ha ingurgitato il sistema o è il sistema che ha divorato lui? Nonostante tutto continuo a confidare nella prima ipotesi, anche se l’imminente remake di “Hairspray” (alias “Grasso è bello”) potrebbe assestare un colpo definitivo alle speranze.