di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, Dominic West, Vincent Regan, Rodrigo Santoro
Usa 2006
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Negli anni Ottanta, in tempi di guerra fredda e d’imperialismo reaganiano, c’erano i Rambo e i Commando a tendere polpacci e bicipiti in difesa dell’ideale americano. Oggi, in epoca di conflitti incandescenti e di scontri tra civiltà, si rispolvera con rinnovato turgore lo stesso slancio
machista e palestrofilo, si riesumano salme di glorie imbalsamate (i Rocky e i Rambo, per l’appunto) e si cerca di coniugare il conservatorismo ideologico con la nuova estetica silicon-grafica. Con una differenza: l’aggiornamento è in realtà un ulteriore ritorno all’indietro, verso i lidi del
fantasy e del
peplum mitologico, come se Hollywood, grazie alla seconda giovinezza del digitale, volesse riappropriarsi della cinemascopica
grandeur del tempo che fu.
Il “Signore degli anelli” ha fatto tanti danni e tanti probabilmente ne farà in futuro: per certi versi tutto (ri)comincia da lì. Ma anche “Il Gladiatore” ha le sue colpe. “300”, dal punto di vista delle influenze estetiche, potrebbe essere definito come una fusi€one di entrambi i film, con l’aggiunta d’abbondante “spremuta de sangue” proveniente dritta da “The Passion” e “Apocalypto” (anche Mel non è esattamente un progressista: coincidenza?), più il ralenty e la patina delle pubblicità della Campari e dello yogurt Müller.
Il problema è che se negli anni Ottanta, ad esempio, per dirigere “Conan il barbaro” si poteva contare su uno come John Milius, che certo di epica se ne intendeva, adesso invece ci tocca Zack Snyder: un uomo che deve essersi assentato alla scuola di regia il giorno in cui spiegavano il concetto di “etica dello sguardo”. Se penso che Zack Snyder – un uomo al cui confronto Robert Rodriguez “c’ha le mani de fata” – sta adattando un’opera dalle infinite complessità e sottigliezze come “Watchmen” mi vengono le convulsioni. Non mi avrà mai, al costo di emigrare in Iran.
“300” potrebbe anche essere interessante per capire dove il cinema contemporaneo può arrivare se si portano alle estreme conseguenze alcune tendenze, come appunto il culto della carne, l’immagine plastificata e cartoonizzata e il cripto-fascismo (mica tanto cripto in verità) dei nuovi blockbuster. Però non mi venite a dire che questo è cinema nuovo (o, peggio, è “Il” cinema nuovo: ci sarebbe da spararsi). “300” è decrepito nella morale patriottico-reazionaria, negli espedienti narrativi (il ciondolo come pegno d’amore? Ma stiamo scherzando?) e nello stile espressivo (la voce over che, come in “Sin City”, sostituisce le didascalie del fumetto perché non si riesce a inventare di meglio).
Speriamo sia solo un imbarazzante passo falso che non condizioni il futuro degli adattamenti fumettistici su grande schermo.
Voto: 