di Clint Eastwood
con Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Shido Nakamura, Hiroshi Watanabe, Takumi Bando
Giappone 2006

Qualsiasi considerazione su “Lettere da Iwo Jima” non può prescindere da una riflessione storica: la nazione vincitrice di una guerra acquisisce un potere reale, ma soprattutto simbolico, ovvero la facoltà di elaborare e tramandare un “discorso” sul conflitto e di affermarlo non già come la propria versione dei fatti, ma come testimonianza di verità oggettiva.
Ci sono voluti più di sessant’anni, infatti, perché si smettesse di riferirsi ai soldati nipponici in termini di “sporchi musi gialli” o si abbandonasse la tradizionale iconografia degli invasati tutti harakiri, kamikaze e “banzaaai!”. “Lettere da Iwo Jima” rappresenta da questo punto di vista quasi una rivoluzione copernicana nel cinema di guerra statunitense, paragonabile a quella trasformazione incorsa nel western in epoca New Hollywood, quando i nativi americani si trasformarono da selvaggi sanguinari a pacifico popolo oppresso (e anzi considerare questo dittico dedicato ad Iwo Jima come una prosecuzione dell’opera demistificatrice intrapresa con “gli Spietati” mi sembra tutt’altro che sbagliato). Importantissima quindi è anche la cornice, ambientata ai nostri giorni, che racchiude la principale narrazione bellica, proprio a sottolineare la valenza archeologica e filologica del recupero della memoria.
Un’altra precisazione, banale forse, ma in ogni caso necessaria, riguarda la matrice culturale da cui scaturisce questo film. “Lettere da Iwo Jima” è giapponese nella storia di partenza (tratta dalle lettere originali del generale Kuribayashi), negli attori, nelle ambientazioni autentiche, e perfino nella lingua (come hanno già detto in molti bisognava aspettare un
blockbuster a stelle e strisce perché uscisse nei cinema italiani un film parlato in giapponese con i sottotitoli!). Ma è americano per quanto concerne la regia, la sceneggiatura (di Paul Haggis e della nippo-americana Iris Yamashita), le maestranze, l’apparato produttivo e, soprattutto, per la modalità di racconto, che è quella del cinema (post)classico hollywoodiano tipico di Eastwood.
Imdb ci dice inequivocabilmente che il paese di produzione è Usa: non stiamo parlando nemmeno di una coproduzione Stati Uniti / Giappone.

Questo giusto per chiarire che “Lettere da Iwo Jima” non è
la guerra vista dalla prospettiva degli sconfitti, ma piuttosto, ancora una volta,
come i vincitori vedono (a distanza, e quindi, con maggior lucidità e distacco)
gli sconfitti, concedendogli il ruolo di protagonisti. Non è nemmeno il frutto di un’auto-elaborazione personale della disfatta come, ad esempio, “La caduta”. Ed è forse un po’ triste pensare che un film che inciderà così profondamente nella memoria collettiva dei giapponesi, da cui le future generazioni attingeranno per ritrovare la loro storia, è in realtà l’ennesimo prodotto dell’imperialismo culturale
ammeregano.
Ma tant’è. Forse queste distinzioni sono pure sbagliate in epoca di multiculturalismo e di globalizzazione imperversante. In realtà il film di Estwood è volutamente un ibrido culturale, in fondo lo era anche
“Flags of our Fathers”, se si pensa all’importanza che assume il ruolo dell’indiano Ira Hayes. Il dittico sulla battaglia di Iwo Jima non fa altro che mettere a raffronto le differenze tra due popoli per poi mostrare con afflato umanista che tutto sommato le differenze non sussistono. Qui il simbolo dell’integrazione è incarnato soprattutto nel generale Kuribayashi, il cui ruolo è stato affidato con una felice intuizione a Ken Watanabe, a sua volta emblema, al di fuori dello schermo, della commistione cinematografica tra Occidente e Oriente.

Mentre Clint ci andava giù pesante in “Flags of our Fathers” contro la mistificazione dell’apparato bellico americano, qui si mostra più indulgente, nonostante l’aspra condanna per certe derive disumane e schizoidi radicate nella cultura nipponica. Lo stile è saldo e fermo (con molti guizzi, però, tipo la canzone che i bambini intonano alla radio per il generale Kuribayashi, o la pioggia di lettere e parole conclusiva), come si conviene per un’opera che ha insieme ambizioni storiche, epiche e morali. Uno straordinario manifesto patriottico e pacifista (sembra impossibile conciliare entrambi i termini, ma in qualche modo Eastwood ci riesce), che esalta gli umili (il saggio panettiere Saigo) e i valori più semplici e umani.
P.S. Pensavo di aver scritto delle cose intelligenti, ma poi ho letto lo straordinario post di Manu su
secondavisione e mi sono sentito piccino picciò.
Voto: 