di Giuseppe Bertolucci
con Roberto Benigni, Alida Valli, Carlo Monni, Mario Pachi
Italia 1977

“Sono passati trent’anni ma sembra che il tempo si sia fermato, per esempio mi ricordo che nel 1977 il Festival di Sanremo lo conduceva Pippo Baudo… La differenza è che i Settantasettini di allora sono diventati settantasettenni…Oggi però non potrebbe più esistere un ‘Berlinguer ti voglio bene’, perché i militanti della sinistra non nutrono più passione nei confronti dei loro leader, al massimo Emilio Fede potrebbe dirigere ‘Berlusconi ti amo’”.
Va’ a ruota libera Roberto Benigni nel presentare alla platea del teatro Manzoni di Bologna il suo primo e per certi versi più riuscito film, che inaugura “Route 77”, un ciclo di proiezioni e incontri per celebrare il Settantasette. A fargli compagnia c’erano anche Giuseppe Bertolucci e il presidente della A.M.A. Film, rispettivamente “l’unico regista e l’unico produttore che non sono riusciti ad avere successo con un film di Benigni”, come li presenta il Robertone nazionale.
Perché “Berlinguer ti voglio bene”, vietato ai minori di diciotto anni e aspramente criticato all’uscita, appartiene a un’epoca in cui l’opinione pubblica si riusciva ancora a scandalizzare e in cui si faceva presto a boicottare le opere ritenute lesive della morale. A tal proposito i tre ospiti raccontano della reazione sconcertata di una tal contessa Cicogna, potenziale finanziatrice del progetto, a cui Benigni lesse in maniera particolarmente concitata la zozzissima sceneggiatura.
Per certi versi oggi non ce la passiamo meglio: “Un film come questo nel 2007 non si potrebbe concepire” – dice amareggiato Bertolucci. “A causa del totale appiattimento al modello televisivo è impossibile ormai trovare un produttore che abbia il coraggio di osare o degli attori, come all’epoca una star del calibro di Alida Valli, disposti a mettersi in gioco”.
Rivisto oggi “Berlinguer ti voglio bene” conserva immutata tutta la sua carica eversiva, restituendoci il perfetto manifesto di una generazione che, superate le utopie sessantottesche, si trovava ormai in balia dello sbando più nichilista. Benigni è decisamente punk quando si cimenta in quelle interminabili catene di turpiloqui e bestemmie (“la merda della maiala degli stronzoli del culo della fica coi budelli dei vitelli nelle cosce della sposa con le poppe pien di piscio nella bocca che gli puzza dentro il corpo dei coglioni che gli scoppian sulle palle troppe seghe dentro il cazzo troppi cazzi dentro il culo…”) che, tuttavia, come afferma lo stesso attore, proprio perché così iperboliche e reiterate, finiscono per diventare innocenti e caste, acquistando le cadenze di un cantico popolaresco, quasi una sorta di rap ante litteram.
Cioni Mario in fondo era già un poeta, non però un lirico zuccheroso e svenevole come l’Attilio di Giovanni de “La tigre e la neve”, ma un cantore terricolo e triviale alla Cecco Angiolieri, decisamente molto più autentico e capace di catturare le pulsioni e i turbamenti di un’epoca.
L’unico contemporaneo che attualmente sembra aver raccolto la sua eredità è un altro toscanaccio, Massimo Ceccherini, che per “Lucignolo” si è ispirato quasi alla lettera all’esordio benignesco, senza però raggiungere lo stesso furore anarchico e rivoluzionario.