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domenica, 04 febbraio 2007

L’arte del sogno (La science des rêves)

di Michel Gondry
con Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou
Francia/Italia 2006
 
Prima di tutto il titolo. “Scienza del sogno” e non “Arte del sogno” (Michel Gondry evidentemente deve avere poca fortuna con l’adattamento italiano). La scienza, la (pseudo)scienza, la (fanta)scienza, sono temi ricorrenti del regista di Versailles. Il suo esordio al lungometraggio, “Human Nature”, era un divertissement parodico sulla teoria evoluzionistica. Il successivo “Se mi lasci ti cancello” (cioè “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, chiamiamo le cose con il loro nome) si concentrava sul processo mnemonico, ipotizzando l’esistenza della clinica “Lacuna”, in grado di fare tabula rasa dei ricordi dolorosi legati alle delusioni sentimentali. Più in generale, tutto il movimento degli artisti americani indipendenti provenienti dal videoclip sembra essere interessato a sondare le misteriose potenzialità del cervello umano (“la cosa più complessa dell’universo, e sta proprio dietro al naso”, lo definisce il protagonista di questo film). Lo stesso Charlie Kaufman, sceneggiatore dei primi due lungometraggi di Gondry, ha intrapreso più volte viaggi allucinanti nei meandri del pensiero, da “Essere John Malkovich” a “Confessioni di una mente pericolosa”.
 
Il regista, orfano di Kaufman e per la prima volta autore della sceneggiatura, non rinuncia neanche questa volta alla rappresentazione in chiave artistica delle facoltà celebrali. “La scienza del sogno” è un mind game popolato di sconclusionate teorie oniriche (il controllo della fase REM tramite il movimento degli occhi), di invenzioni assurde e fanciullesche (la macchina per viaggiare un secondo nel tempo, quella per trasmettere i pensieri altrui), di concetti fondati sulla fantasmagoria e sul paradosso (la “casualità sincronizzata parallela” che consente l’incontro di due anime spaiate, la teoria del caos applicata a un cavalluccio di pezza). Viene quasi da pensare ai lambiccati macchinari dadaisti: forse qui c’è meno furia iconoclasta, ma la volontà di messa a soqquadro della logica razionale è la medesima. Oppure ai tentativi surrealisti di afferrare l’inconscio e farne un’opera d’arte. 
Gondry sa bene che è impossibile fondare una scienza che radiografi l’io, l’estrema soggettività dei moti psico-emozionali, l’enigma della creatività. Da simili questioni è possibile cavarne soltanto autobiografismo ermetico, colorata confusione rappresentativa, fantasia al potere.
 
I film sono sempre materiali eterei, impalpabili. Ma quelli di Gondry sono ancora più liquidi, fluttuanti, perché costruiti sulle scivolose virtualità del ricordo e del sogno. Senza Kaufman a fare da ancora intellettuale, la storia si attorciglia su se stessa come un gomitolo di lana, i personaggi girano in tondo, persi nelle proprie elucubrazioni, l’universo pare sospeso in uno stato perenne di lunare torpore. Stéphane e Stéphanie sono i degni eredi di Joel e Clementine di “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, sempre più emotivamente confusi, impossibilitati a conoscere se stessi e l’altro, incapaci di distinguere tra realtà e finzione. La dimensione melanconica prende il sopravvento: chi ci dice che tutto il film non sia un unico, lungo, viaggio onirico, una rappresentazione della mente di Stéphane, mandata in onda dal suo personalissimo studio televisivo di cartone? Chi ci dice che Stéphanie non sia altri che la proiezione dei suoi desideri, l’anima gemella così perfetta da essere (non solo nominalmente) identica? Tutto, insomma, si risolverebbe in un gigantesco gioco solipsistico e autistico? Siamo una barchetta che nuota disperata nell’oceano alla ricerca della foresta che può essere solo dentro di noi?
 
Le cose non stanno proprio così. È l’arte a salvare Stéphane (e a salvare Gondry, ché “La scienza del sogno” è smaccatamente un’autobiografia personale ed artistica), a permettergli un contatto con l’esterno, a consentirgli di uscire indenne dal buco nero della vita ordinaria. E tutti i trucchi, così affascinanti proprio perché naif, artigianali e antitecnologici, il mare di cellophane e le macchine di cartone, l’animazione a passo uno e i giochetti à la Méliès, sono delle coperte rassicuranti per proteggersi dalla freddezza del mondo circostante.
 
Gondry è stato definito da alcuni il nuovo Lynch, da altri il nuovo Gilliam. Ma gli incubi perturbanti, il pessimismo nichilista e le implicazioni sottilmente politiche di questi registi mi paiono distanti dall’autore francese, non a caso più vicino a uno spirito europeo, fantasioso e introspettivo, che assocerei maggiormente a un Truffaut in vena di fantasticherie o a un Fellini. Ecco, “La scienza del sogno” è un po’ l’“8 e mezzo” di Michel Gondry.
 

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 22:29 | link | commenti (16) |

categorie: prima visione, michel gondry

Commenti
#1   04 Febbraio 2007 - 23:25
 
perfettamente d'accordo, anche se per me l'assenza di kaufman pesa come un macigno sulla riuscita del film. non riesco a leggere il voto: quanto gli dai?
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#2   05 Febbraio 2007 - 00:44
 
4. A "Eternal Sunshine" avevo dato 5. Quel punto di differenza sta proprio in kaufman: anche io ho sentito un po' la mancanza del suo stile.

Ciaoo Rob
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#3   05 Febbraio 2007 - 02:02
 
francamente i due film li ho trovati molto differenti. entrambi però stupendi. Trovo si metta davvero troppa enfasi sulle differenti firme poste sulle sceneggiature. Dopotutto non è che Gondry dovrebbe fare sempre film con Charlie Kaufman anzi. Trovo che lo stile di Kaufman si sposi megli con registi maggiormente in possesso d'uno stile convenzionale e non di rottura del linguaggio cinematografico, come appunto Gondry.
"La scienza del sonno" è assai più libero e meno geometrico d'una sceneggiatura ad orologeria, più simile -in fondo- alla vita...
utente anonimo

#4   05 Febbraio 2007 - 08:33
 
@kulturadimazza lo stile di gondry romperebbe il linguaggio cinematografico? dove? io non ci ho visto nulla di simile



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#5   05 Febbraio 2007 - 09:32
 
8 palle e mezzo al post:)
Ma per kaufman è stato un bene che nn ci fosse dai, alla fine sapendo che è praticamente autobiografico, gondry, ha potuto dare SOLO se stesso con i pro e i contro. "Giusto così, Viva Gondry"
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#6   05 Febbraio 2007 - 10:40
 
Perfettamente d'accordo sullo stile europeo di Gondry e sull'OTTO E MEZZO.
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#7   05 Febbraio 2007 - 13:12
 
perfettamente d'accordo
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#8   05 Febbraio 2007 - 17:42
 
leggi certi post e ti chiedi: perche' non l'ho scritto io?
8 e 1/2 piu' che confermato anche da me
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#9   05 Febbraio 2007 - 19:26
 
bravissimo
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#10   05 Febbraio 2007 - 22:25
 
ma arrossisco....

Comunque, per quanto riguarda la diatriba Kaufman sì / Kaufman no, penso che in fin dei conti si tratti di una questione puramente soggettiva. A Molti Kaufman non piace perché lo considerano troppo cerebrale e cervellotico. Io trovo che le sue sceneggiature diano più sostegno ai film di Gondry. Nonostante ciò "Science of Sleep" mi è piaciuto molto e mi sa che ha ragione Astor a dire che questo doveva essere per forza un film "totalmente" gondriano.

Ciaoo Rob
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#11   06 Febbraio 2007 - 02:14
 
sostanzialmente d'accordo.
e mi schiero anche io tra i pro-kaufman.

rob, ma sbaglio o stai diventando sempre più prolisso? (non che ci sia niente di male, eh, anzi: beato te che hai sempre molto da dire).

Andrea
utente anonimo

#12   06 Febbraio 2007 - 03:23
 
Lungo stò post. Bello, eh. Ma lungo. ^^
UnProKaufmanDiPassaggio.
(bravo Gondry comunque)
(però "Stéphane e Stéphanie degni eredi di Joel e Clementine" no, non te lo concedo)
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#13   06 Febbraio 2007 - 11:57
 
Io questo film aspetto di vederlo da agosto. Ma da noi è dura liberarsi dei cine-panettoni e dalla gang del bosco. Voglio piangere. Voglio Gondry.
utente anonimo

#14   06 Febbraio 2007 - 19:53
 
Andrea, hai ragione (anche se questa rece è più lunga perché va su Balarm.it), sono prolisso, ed è un MALE. Beato te che hai il dono della sintesi ;).

Uno, perché? Non pensi che ci siano continuità con i vecchi personaggi?

Suzie, ancora i cinepanettoni?? O_o Ma siamo già a Carnevale inoltrato!

Ciaoo Rob
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#15   06 Febbraio 2007 - 20:16
 
Certamente una recensione molto bella, è bene ripeterlo anche se dovrai leggerlo per la 14esima volta :)

Nonostante sia così fluttuante, a me è sembrato ancora di più molto razionale, nonostante anche l'assenza di Kauffman.

..su questo però sono d'accordo con kultura: durante e dopo il film non mi è dispiaciuta la mancanza dello sceneggiatore, non mi sono ricordato di lui perchè avevo in mente molto di più i suoi videoclip che il film precedente.

ciao
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#16   07 Febbraio 2007 - 03:16
 
@murdaz . rompere e di rottura non sono la stessa cosa. ritengo che gondry dia poderose spallate all'ingessato linguaggio cinematografico del "solito" cinema. Altrimenti questo film non verre colto come "eccentrico". Non dico che passa ad altro dal cinema ma che utilizza un linguaggio deflagrante.
utente anonimo

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