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Un blog di nicchia. |
Prima di tutto il titolo. “Scienza del sogno” e non “Arte del sogno” (Michel Gondry evidentemente deve avere poca fortuna con l’adattamento italiano). La scienza, la (pseudo)scienza, la (fanta)scienza, sono temi ricorrenti del regista di Versailles. Il suo esordio al lungometraggio, “Human Nature”, era un divertissement parodico sulla teoria evoluzionistica. Il successivo “Se mi lasci ti cancello” (cioè “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, chiamiamo le cose con il loro nome) si concentrava sul processo mnemonico, ipotizzando l’esistenza della clinica “Lacuna”, in grado di fare tabula rasa dei ricordi dolorosi legati alle delusioni sentimentali. Più in generale, tutto il movimento degli artisti americani indipendenti provenienti dal videoclip sembra essere interessato a sondare le misteriose potenzialità del cervello umano (“la cosa più complessa dell’universo, e sta proprio dietro al naso”, lo definisce il protagonista di questo film). Lo stesso Charlie Kaufman, sceneggiatore dei primi due lungometraggi di Gondry, ha intrapreso più volte viaggi allucinanti nei meandri del pensiero, da “Essere John Malkovich” a “Confessioni di una mente pericolosa”.
I film sono sempre materiali eterei, impalpabili. Ma quelli di Gondry sono ancora più liquidi, fluttuanti, perché costruiti sulle scivolose virtualità del ricordo e del sogno. Senza Kaufman a fare da ancora intellettuale, la storia si attorciglia su se stessa come un gomitolo di lana, i personaggi girano in tondo, persi nelle proprie elucubrazioni, l’universo pare sospeso in uno stato perenne di lunare torpore. Stéphane e Stéphanie sono i degni eredi di Joel e Clementine di “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, sempre più emotivamente confusi, impossibilitati a conoscere se stessi e l’altro, incapaci di distinguere tra realtà e finzione. La dimensione melanconica prende il sopravvento: chi ci dice che tutto il film non sia un unico, lungo, viaggio onirico, una rappresentazione della mente di Stéphane, mandata in onda dal suo personalissimo studio televisivo di cartone? Chi ci dice che Stéphanie non sia altri che la proiezione dei suoi desideri, l’anima gemella così perfetta da essere (non solo nominalmente) identica? Tutto, insomma, si risolverebbe in un gigantesco gioco solipsistico e autistico? Siamo una barchetta che nuota disperata nell’oceano alla ricerca della foresta che può essere solo dentro di noi?
Gondry è stato definito da alcuni il nuovo Lynch, da altri il nuovo Gilliam. Ma gli incubi perturbanti, il pessimismo nichilista e le implicazioni sottilmente politiche di questi registi mi paiono distanti dall’autore francese, non a caso più vicino a uno spirito europeo, fantasioso e introspettivo, che assocerei maggiormente a un Truffaut in vena di fantasticherie o a un Fellini. Ecco, “La scienza del sogno” è un po’ l’“8 e mezzo” di Michel Gondry.
