- Arthur e il popolo dei Minimei
di Luc Besson
con Freddie Highmore, Mia Farrow
Francia/Usa 2006

Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi è ufficiale: Luc Besson si è ormai bevuto il cervello. Che il regista parigino si fosse messo in testa di “voler far l’ammeregano” lo si sapeva da sempre, ma ormai l’autore di “Léon” e “Nikita” (bei tempi quelli) importa dal modello Usa soltanto le caratteristiche più scontate e superficiali. Questo “Arthur e il popolo dei Minimei” è una specie di incrocio tra “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e “David Gnomo”, dove un bambino che per recuperare il tesoro del nonno – bisogna pagare i debiti per riscattare la casa, proprio come nei “Goonies” – si catapulta nel mondo di questi Minimoys, una tribù di folletti alta due millimetri che vivono nel giardino di casa, realizzata totalmente in
computer graphic. Nessuna delle situazioni, battute, personaggi, riferimenti che popolano ciclicamente il cinema per l’infanzia da, diciamo, vent’anni ci è ovviamente risparmiato.
In realtà Besson dirige pensando probabilmente più al videogioco che al film: la maggior parte delle sequenze si risolve in: correre, fuggire, combattere i nemici, sciogliere enigmi, e robe così. Più verosimilmente il prodotto cinematografico è un derivato del videogame (anche questo presentato al Future Film Festival) e non viceversa. D'altronde si sa che oggi il mercato più remunerativo dell’intrattenimento è quello dei giochi elettronici. Tutto sommato Luc Besson forse non si è proprio bevuto il cervello.
Con la partecipazione della solita vagonata di star superpagate per pronunciare un paio di battute a un microfono (Madonna, Robert De Niro, David Bowie, Snoop Dog, Harvey Keitel, ecc..) e con una resuscitata Mia Farrow. In compenso c’è da dire che il culo digitale della principessa minimea non è male.
- The girl who leapt throught time
di Mamouro Hosoda
Giappone 2006

Che cosa accadrebbe se una normalissima studentessa di liceo, carina ed estroversa, acquisisse improvvisamente la facoltà di balzare indietro nel tempo? Ma naturalmente impiegherebbe il miracoloso potere per le sciocchezzuole più banali e futili, come tornare a mangiare il
pudding che le ha spazzolato la sorella, cantare al
karaoke con gli amici per dieci ore di fila, o superare brillantemente i compiti in classe. Ma la ragazza scoprirà ben presto che i salti temporali possono nuocere alle persone che la circondano e, tra i primi piccoli problemi di cuore e gli sconquassi confusionali tipici della pubertà, crescerà imparando a dare il giusto valore al tempo.
Perfetta commistione tra fantascienza – il film è tratto da un racconto di Tsutsui Yasutaka – e commedia scolastica
shojo, ricco di momenti piacevoli e divertenti, “The girl who leapt throught time” non è altro che un racconto di formazione che fa ricorso a una prospettiva originale e insolita. Il regista Mamouro Hosoda, che per la Toho aveva realizzato prevalentemente
anime rivolti a un target infantile, passa alla Mad House cimentandosi per la prima volta con il genere adolescenziale e ottenendo in patria un enorme successo di critica e pubblico.
Per quanto mi riguarda non chiedo altro: buon “cinema d’animazione medio”, gradevole e ottimamente disegnato nello splendore delle sue due dimensioni. Ormai solo l’Oriente produce opere di questo genere. Anche il pubblico del Future Film Festival ha apprezzato molto.