- Black Jack – The Two Doctors of Darkness
di Makoto Tezuka
Giappone 2005

Comincia bene, con un’ansiogena sequenza in cui una bomba sta per esplodere in un grande magazzino, che sembra una citazione a metà tra Hitchcock e De Palma (per lo
split screen). Ma sfortunatamente le aspettative vengono disattese quasi subito: la tensione cala ben presto, perdendosi del tutto in un intreccio eccessivamente lineare ed elementare, cui la poca credibilità degli eventi dà la mazzata finale.
Peccato perché la complementarietà necessaria tra la figura di Black Jack, chirurgo miracoloso quanto costoso, strenuamente attaccato alla vita dei suoi pazienti, e la sua nemesi Kiriko, l’”Angelo della morte” che fa dell’eutanasia una vera e propria missione (oltre che un lucroso lavoro), era un tema parecchio affascinante.
Un lungometraggio d’animazione molto naif, vecchio stampo, a partire dal disegno che conserva scrupolosamente il Tezuka’s touch. Tuttavia un impianto del genere ai giorni nostri risulta troppo ingenuo (cose come l’aiutante-bambina Pinoko e il cane mascotte appartengono a un’era ormai trascorsa dell’animazione giapponese) e forse un’operazione di ammodernamento si sarebbe resa necessaria (per quanto possa capire che l’opera dell’“Imperatore dei manga” possieda un’aura di intoccabilità).
L’impressione è che Makoto Tezuka si limiti ad eseguire il compitino senza particolare passione, preoccupandosi forse troppo della fedeltà al testo originale e finendo per rimanere imprigionato tra le orme paterne (com’è successo anche a Miyazaki junior). Forse se se ne fosse occupato Rintaro...
- La principessa dal ventaglio di ferro
di Wan Laiming e Wan Guchan
Cina 1941

Il primo lungometraggio d’animazione cinese, dopo essere stato restaurato e presentato nell’ambito della “Storia segreta del cinema asiatico” della 62 Biennale di Venezia, ha conosciuto una seconda giovinezza e un’ampia popolarità anche in Italia. Non potevo quindi esimermi da recuperare questo grande classico, un vero e proprio film “fondativo” per diversi motivi. Realizzato dai fratelli Wan, i primi animatori della Cina e completato con notevoli difficoltà durante l’occupazione giapponese, il lungometraggio è anche il primo di una lunga serie di adattamenti del “Viaggio in Occidente”, antichissimo e celeberrimo racconto della tradizione cinese in cui compare anche il personaggio dello “Scimmiotto” (che si “reincarnerà” anche nel Son Goku di “Dragonball”). Quando si dice “pietra miliare”. Quando si dice “fascino rimasto immutato nel tempo”. Nonostante qualche piccola imperfezione qua e là nelle animazioni, lo sforzo tecnico per l’epoca è davvero notevole e non ha nulla da invidiare alle produzioni Disney dello stesso periodo.
- Princess
di Anders Morgenthaler
Germania/Danimarca 2006

“Princess” nasce da una sfida: riuscire a raccontare attraverso lo strumento dell’animazione temi problematici e delicati come la pornografia, la violenza, gli abusi sui minori. Il regista danese Anders Morgenthaler si affida a un ibrido di tecniche per convogliare le tensioni emotive e donare profondità ai personaggi: animazione bidimensionale che costituisce la quasi totalità del racconto, sequenze animate in 3D per alcune situazioni di forte impatto e filmati con attori in carne e ossa che ricostruiscono il passato dei protagonisti.
Il film, presentato con successo allo scorso Festival di Cannes, vince però la sfida solo a metà. Da una parte dimostra come il disegno animato non abbia nulla da invidiare al live action quanto a carica drammatica, scavo psicologico ed espressione dell’emotività (ma questo lo si sapeva già da tempo). Dall’altra l’opera di Morgenthaler suscita più di una perplessità per quanto attiene all’impostazione ideologica di fondo: a parte alcune scene che paiono essere messe lì giusto per provocare e far scandalo, il racconto è condotto secondo un punto di vista abbastanza moralistico e manicheo.
Il protagonista August, nel momento in cui la sorella, famosa pornodiva, muore lasciando orfana la figlioletta Mia, non trova niente di meglio che tramutarsi in un “giustiziere del porno” e distruggere tutto il materiale a luci rosse che la riguarda. Anche Mia verrà coinvolta in questa folle escalation vendicativa che non potrà che sfociare nell’autodistruzione più totale. La sequenza finale, artificiosamente riparatoria, stride molto con il contesto generale e fa accrescere l’amaro in bocca.