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Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
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sabato, 27 ottobre 2007

A Day of Heaven – Incontro con Terrence Malick

Facciamo un gioco: quali sono, secondo voi, i quattro registi italiani preferiti da Terrence Malick?. Io, basandomi esclusivamente sulle (quattro) opere del regista, avrei tirato in ballo nomi del calibro di Pasolini, Antonioni, Bellocchio, Bertolucci. E invece… sorpresa, sorpresa! Il vero Malick non corrisponde per nulla allo stereotipo di intellettuale à la Salinger, ermetico eremita che dall’alto della sua eburnea torre rifiuta qualunque contatto con la cultura di massa. Lo si sarebbe già dovuto intuire dalle (provocatorie?) dichiarazioni dell’autore in merito a “Zoolander” come miglior film americano degli ultimi anni: ebbene sì, anche Terrence Malick ride. Anzi, si direbbe proprio che il suo genere preferito sia la commedia in tutte le sue varianti: il comico-burlesco di Antonio De Curtis, le derive grottesche di Pietro Germi, la stralunata ironia felliniana e l’amara satira sul “posto” di Olmi. Nonostante ci siano anche alcuni grandi autori nella lista di Malick, il filo rosso che lega tutte le sequenze è l’umorismo, a volte sfrenato, a volte lieve, umbratile e malinconico. E il regista-vate stupisce ancora di più perché dimostra di non scegliere le opere per meriti di sceneggiatura o di regia, ma esclusivamente attoriali. Il corpo, il corpo comico di Totò, Alberto Sordi, Roberto Benigni (e a questo punto anche Ben Stiller…): questa è l’unica cosa che conta, questo è ciò che veramente riempie lo schermo.  
Che sia tutta una provocazione, una posa anti-intellettuale, un espediente per svicolare da domande troppo personali su i suoi modelli di riferimento, il suo stile, il senso del suo cinema, francamente importa poco o nulla. Perché nel profondo Terrence Malick era sincero, lo si capiva dal suo volto sereno, dal tono della voce. E, in fondo, non poteva che essere così. Ciò che Malick apprezza di questi film è il prepotente vitalismo che da essi promana, la loro gioiosa pulsione a esistere. E per un regista che ha fatto di ogni sua opera un folle e disperato inno alla vita, non potrebbero esserci scelte più coerenti.
 
 
Trascrizione completa dell’incontro con Terrence Malick “Il mio amore per il cinema italiano” – Festa del Cinema di Roma 24/10/07
Moderatori: Antonio Monda e Mario Sesti.
 
Siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che Terrence Malick abbia accettato il nostro invito, dopo un corteggiamento durato ben un anno. Terrence Malick è un uomo molto timido e ha accettato di partecipare a questa conversazione ad alcune condizioni: nessuna fotografia o autografo, nessun intervento diretto del pubblico, ma semplicemente una chiacchierata informale del regista sul cinema italiano che più ama. 
Malick ha scelto quattro sequenze tratte dai suoi film italiani preferiti, che commenterà una per una.
 
La prima sequenza è dedicata a Totò: la danza burattinesca di “Totò a colori” di Steno e la celebre lezione sullo scassinamento de “I soliti ignoti” di Monicelli.
 
Questo è il primo film di Totò che ho visto. Ho scoperto che esisteva qualcuno grande come Chaplin, in grado di trasmettere la pienezza della vita. Credo che “I soliti ignoti” sia stato per lungo tempo l’unico film di Totò reperibile in Usa (di “Totò a colori” ho avuto modo di vedere da qualche parte solo la sequenza del burattino). La grandezza di Totò sta nel suo volto malinconico, come quello di Buster Keaton, che nasconde dietro di sé anche un lato oscuro, legato alla morte. Ho sentito dire da amici italiani che da bambini avevano paura del volto di Totò. La sua maschera può incutere riso e paura al tempo stesso.
 
 
Quando era in vita Totò non fu molto apprezzato dai critici italiani, il suo talento fu riconosciuto unanimemente solo dopo.
 
Non riesco propria a capire il motivo per cui non si siano subito accorti della grandezza di Totò. Era come Buster Keaton. Negli Stati Uniti, in effetti, è stato apprezzato quasi immediatamente.
 
 
La tua giovinezza è stata segnata dall’amicizia con la generazione dei ragazzi terribili degli anni Settanta come Spielberg, Coppola, Scorsese ecc. Eravate tutti amanti del cinema europeo. Vi capitava di ritrovarvi a parlare di film, scambiandovi pareri su opere e autori?
 
Sì, ne parlavamo. Non ricordo una discussione in particolare su un argomento specifico, ma discutevamo spesso sui nostri film e autori preferiti. Abbiamo sempre pensato che il cinema fosse una finestra sul mondo, in grado di dischiudere la mente. In questo senso ci affascinavano moltissimo i film europei.
 
 
Quali sono i film che ami di più della generazione americana degli anni Settanta?
 
Ce ne sono tanti, non sono certo in grado di sceglierne qualcuno in particolare. Sarebbe come voler scegliere una stella tra tutte quelle del firmamento. Il giudizio spesso non era ispirato da analisi critiche, ma da semplice affetto e passione emotiva, perché stavano giudicando il lavoro di amici e colleghi.
 
 
Poco fa, dietro le quinte, parlavi di un’analogia tra Totò e Roberto Benigni, che tra l’altro è tuo amico.
 
Sì, credo che Benigni oggi sia l’unico erede di questa grande tradizione di comici rappresentata da Chaplin, Keaton, Totò. In loro c’è l’allegria che all’improvviso può trasformarsi in malinconia, ma anche la dimensione vitalistica. Il loro modo di essere ha a che fare con la gioia di vivere, con la dimensione del gioco che riporta all’infanzia.
 
 
La seconda sequenza è tratta da “Sedotta e abbandonata” di Germi, la scena in cui Saro Urzì scopre che Stefania Sandrelli è incinta. Ancora una volta una scena comica, grottesca. Come mai sei attratto così tanto dalla dimensione comica, che invece è del tutto assente dal tuo cinema?
 
Innanzitutto ammiro queste scene in quanto tali. Con riferimento a “Sedotta e abbandonata”, penso che l’onore sia importante per la famiglia. Il film esprime un valore reale, che oggi non esiste più. Oggi sarebbe estremamente difficile fare un film su questo tema. La scena non è comica in senso stretto. Non fa tanto ridere, ma piuttosto emana una sorta di sensazione di calore… Ti fa sentire lieto come un bambino, come se si potessero dimenticare i dolori del mondo adulto. È un tipo di comicità molto diverso dall’ironia di oggi, che è nichilista e non ammira niente e nessuno. Questi film invece sono come una terapia. In “divorzio all’italiana” ti si illumina qualcosa dentro in ogni scena in cui appare Marcello Mastroianni.
 
 
“Sedotta e abbandonata” è stato uno dei pochi film stranieri a vincere un Oscar per la miglior sceneggiatura. Per molto tempo è stato considerato in America un vero e proprio modello da imitare. La sua passione per questo film risale a quel periodo?
 
Non lo so, non riesco a ricordare da cosa sia nata la mia passione per questo film. Queste commedie hanno il potere contagioso di riempirti di vita. Quando guardo i film in realtà io non penso alla sceneggiatura, ma agli attori. In particolare amo l’attore che recita la parte del padre (Saro Urzì ndRob), che purtroppo non ho più rivisto in nessun altro film.
 
 
Dove risiede la grandezza di un attore per te?
 
Gli attori grandi sono quelli in cui risplende la vita, quelli in grado di prendere vita dentro al film. In queste commedie all’italiana tutti gli attori sono sempre un’esplosione di vita.
 
 
Da cosa pensi che derivi l’amore degli attori per il tuo cinema? Moltissimi farebbero di tutto per recitare nei tuoi film.
 
Non so se le cose stiano veramente così, ma mi farebbe piacere se fosse vero. Da parte loro penso solo ci sia una grande generosità.
 
 
Non ami essere fotografato, né apparire in pubblico. Ma in un tuo film, “La rabbia giovane”, compari in una piccola parte. Come mai?
 
Per “La rabbia giovane” è stato necessario, perché l’attore che doveva recitare non si è più presentato. Ho detto per scherzo che avrei recitato io, e alla fine l’ho fatto veramente. Martin Sheen mi ha preso in giro tutto il tempo mentre giravamo quella scena. Alla fine avrei voluto rigirarla con un altro attore, ma Sheen ha insistito tanto che è rimasta così. Ma per me è stata un’esperienza importante perché per la prima volta mi sono messo dalla parte degli attori, ho capito come ci si sente a recitare.
 
 
Terrence ha studiato parecchi mesi per prepararsi a questo incontro, guardando moltissimi film italiani. Vorremmo ringraziare anche sua moglie che ha visto i film assieme a lui, e la cui presenza è stata importante.
 
La terza sequenza è tratta da “Lo sceicco bianco” di Fellini, la scena in cui compare Alberto Sordi in altalena. Perché hai scelto proprio questa scena?
 
Questa è la scena più famosa. Sarebbe difficile scegliere una scena tra le tante. La protagonista è una giovane ingenua, che crede nell’esistenza di un mondo da favola, più bello e gioioso del nostro, e per questo attira la nostra simpatia. Lo sceicco si comporta da vero eroe delle favole, ma noi sappiamo che in realtà è un mascalzone, che è tutta scena. È umorismo, ma pieno di calore.
 
 
Secondo me “La rosa purpurea del Cairo” di Woody Allen si ispira abbondantemente a questo film. Cosa ne pensi?
 
Veramente non ho ma visto questo film di Woody Allen. Ma non escludo sia possibile, “Lo sceicco bianco” deve avere ispirato molti autori.
 
 
Forse ciò che ti piace di questa scena è lo sguardo bucolico? La natura è una componente fondamentale in tutti i tuoi film.
 
Forse, non so dire il motivo per cui mi piace questa scena. Non mi ricordo perché mi ha colpito la prima volta che l’ho vista. 
 
 
Ti piace Alberto Sordi?
 
Assolutamente sì. Sordi è un grande come Totò. Mi travolgeva e mi riportava all’infanzia.
 
 
La quarta e ultima sequenza è tratta da “Il posto” di Olmi, la scena in cui al protagonista appena assunto è assegnata la sua scrivania. Cosa lo ha toccato di questo film?
 
Inizialmente ho apprezzato la scena per quello che era, per quello che il regista voleva rappresentare. Poi ho riflettuto su quello che provavo da giovane quando il mondo si rimpiccioliva tutto intorno a me. Ma dentro il protagonista del film ci si accorge che c’è ancora una piccola fiamma che continua a bruciare e che non si spegnerà mai. Nonostante tutto “Il posto” è un film lieve, attraversato da piccoli tocchi di umorismo.
 
 
Sappiamo che Terrence Malick è molto restio a parlare di sé. Siamo riusciti a convincerlo a commentare due sequenze dei suoi film. La prima è tratta da “La rabbia giovane”, la scena in cui Martin Sheen spara al padre di Sissy Spacek. Vorrei farle una domanda proprio dal punto di vista tecnico: come ha girato questa sequenza?
 
Da quel che mi ricordo questa scena è rimasta molto simile a come era stata prevista in fase di sceneggiatura. È stata una delle prime che abbiamo girato, quando ancora seguivamo abbastanza fedelmente la sceneggiatura, da cui ci siamo progressivamente distaccati con il passare del tempo. È stato molto difficile lavorare in uno spazio limitato come quello. Abbiamo faticato per trovare le inquadrature giuste.
 
 
Lei lavora spesso con attori esordienti o poco conosciuti. Come ha scelto i protagonisti de “La rabbia giovane”?
 
La scelta è stata del tutto fortuita. Martin Sheen faceva teatro in quel periodo. Il direttore del casting lo incontrò per caso e lo invitò a fare il provino. Per quanto riguarda Sissy Spacek, stava accompagnando una sua amica al provino. A quel tempo cantava, portava con sé una chitarra. Abbiamo parlato un po’ del Texas. L’ho scelta perché conosceva bene l’ambiente in cui si svolge il film.
 
 
I protagonisti del film sono assassini, eppure lei riesce in qualche modo a renderceli simpatici.
 
I personaggi non li ricordo bene, non ricordo come fossero definiti dalla sceneggiatura. Gli attori invece li adoravo. È tutto merito loro se hanno reso umani i personaggi.
 
 
Il film è diventato con gli anni un cult, è amatissimo anche da Quentin Tarantino. Una caratteristica del suo stile è l’accostamento di una voce narrante di stampo letterario con immagini appartenenti al mondo naturale che provocano un contrasto stridente.
 
Io lavoro molto sul contrasto tra immagini e musica. Spero che la musica mi aiuti a rappresentare un quid che trascenda le immagini, che riesca a manifestare la presenza di qualcosa di più grande.
  
 
Lo stile dei suoi film ha molto in comune con la scrittura di Cormac McCarthy, di cui è tra l’altro amico. È da poco uscito “No country for old men” dei fratelli Coen, tratto da un lavoro di McCarty. Lei ha mai pensato di adattare un suo libro?
 
Il film dei Coen è bellissimo. McCarty non lo definirei un amico, ma piuttosto un conoscente. Anche il suo ultimo romanzo diventerà un film. Io in verità non avevo mai pensato di adattare un suo lavoro, ma devo dire che le sue opere si prestano particolarmente a una visione cinematografica.
 
 
Ci sono alcune similitudini tra la storia raccontata dei fratelli Coen e quella de “La rabbia giovane”.
 
Direi che è soprattutto il paesaggio e l’ambiente a essere lo stesso.
 
 
Adesso vorrei chiederle qualcosa di completamente diverso. Prima di diventare regista lei è stato corrispondente del “New Yorker”. È vero che l’hanno inviata in Bolivia subito dopo l’insurrezione e che ha incontrato Che Guevara?
 
Sì, è vero, sono stato mandato dal “New Yorker” in Bolivia. Ho anche scritto l’articolo ma, siccome non ritenevo di aver compreso veramente la situazione del paese, non l’ho mai inviato.
 
 
L’ultima sequenza è tratta da “The New World”, il primo contatto tra i nativi americani e i coloni inglesi. Perché ha scelto Mozart, il concerto per piano n. 23, come sottofondo musicale di questa sequenza?
 
All’inizio non era stato previsto Mozart. Ma poi ho pensato che quella musica riusciva maggiormente a trasmettere il senso di innocenza dei nativi. Volevo che gli spettatori si rendessero conto di qual era la purezza dell’America prima che noi la distruggessimo completamente.
 
 
L’inizio del film è straordinario. Ti attieni fedelmente a quanto è previsto alla sceneggiatura, o lasci campo libero all’improvvisazione?
 
In questo caso sono rimasto fedele alla sceneggiatura, ma non sempre è così. Quello che cercavo di fare in questo caso era di trasmettere lo stupore dei nativi nel percepire il forte afrore dei coloni. La differenza è veicolata attraverso l’olfatto.
 
 
Si dice che tu abbia scritto molte sceneggiature non accreditato, contribuendo al successo di numerosi film.
 
Non è vero, non ho mai contribuito al successo di nessun film. Certo, prima di diventare regista ho fatto lo sceneggiatore. Ho lavorato anche con Jack Nicholson, ma solo per un paio di giorni!
 
 
Il tempo a nostra disposizione è finito, perché Terrence deve andare a vedere il film del suo amico Sean Penn “Into the Wild”. Vorrei concludere solamente facendogli un grande applauso.