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venerdì, 22 giugno 2007

criticato da: rob81 alle ore 11:51 | link | commenti (21) |

categorie: altro
giovedì, 14 giugno 2007

Mio fratello è figlio unico

di Daniele Luchetti
con Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Angela Finocchiaro, Luca Zingaretti
Italia 2007
 
In certi momenti, certi teneri istanti, “Mio fratello è figlio unico” riesce a diventare per davvero metafora di una generazione e di un intero popolo. Costituisce il degno contrappunto alle parole di Rino Gaetano, non tanto quelle del brano che dà il titolo al film, ma piuttosto quelle di “Aida”, vero manifesto di un’Italia divisa e tormentata, che però trova sempre, non si sa mai come, la forza per andare avanti. 
 
Certo, si tratta di attimi. Potenza di sguardi o di semplici cenni del viso, il cui merito è in larga parte da attribuire agli interpreti, tutti meravigliosi (Elio Germano e Angela Finocchiaro in particolare, ma anche Scamarcio, incredibilmente, se la cava). Per il resto, il film si situa su binari ben assestati, a metà strada tra le belle commedie all’italiana di una volta, in cui la grande Storia entrava di riflesso, ma permeava totalmente le piccole storie di un’umanità cialtronesca ma non buffona (forse l’esempio definitivo rimane “C’eravamo tanto amati”); e le nuove tendenze del dramma ad affresco storico sul filone de “La meglio gioventù”, in cui saga familiare e bildungsroman diventano il metro per misurare trasformazioni e tensioni sociali.
 
Luchetti si espone a diversi rischi, quello di macchettizzare i rituali politici (deformando grottescamente estrema sinistra ed estrema destra, con una leggera predominanza per quest’ultima), quello di risolvere le tensioni con un “ahò, ma che cazzo stai a dì” generalizzato e quello della “carineria” per sciogliere gli spettatori (colonna sonora “facile” inclusa). Ma, non si sa mai come, riesce sempre all’ultimo momento a svicolarsi e a volgere i potenziali cedimenti a suo favore, amalgamando con abilità registri alti e bassi.
 
In questo modo gli improvvisi attimi di violenza sono ancor più acuiti dall’accostamento con i toni bonari li incorniciano. E la zuffa caciarona che segna le vite dei due fratelli d’Italia Accio e Manrico diventa espediente per confrontare realtà e punti di vista: le scelte politiche (dall’acquistare i 33 giri con i discorsi del Duce, al votare il “partito delle casette”) non sono determinate dalla dialettica intellettualoide; bensì da amicizia, amore, coincidenze fortuite, semplice desiderio di vivere in modo umano e dignitoso. Alla fine è solo questo che conta, come ci rivela il volto sorridente di Accio, che dopo la maturazione conseguita attraverso i necessari travagli e il paradigmatico lutto sacrificale, ha finalmente guadagnato “un posto al sole” per la sua famiglia (nessun’allusione politica, ovviamente).

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 13:48 | link | commenti (13) |

categorie: prima visione, daniele luchetti
lunedì, 11 giugno 2007

Biografilm Festival 2007

Non sono più il vecchio leone di una volta. Ai bei tempi ero capace di incollare il mio culo nella poltroncina della sala e vedere cinque/sei proiezioni di fila, sopportando anche cose abominevoli. Invece adesso mi sono ridotto a due/tre film o incontri a giornata. Il Biografilm comunque conferma la sua vocazione commerciale e popolaresca: punta su nomi di grande richiamo e tenta di coinvolgere spettatori non necessariamente interessati al cinema.  Questo non è di per sé un male, anzi probabilmente è una strategia che paga, visto il numero di sponsor privati che finanziano il Biografilm. Del resto, complice anche il successo della Festa di Roma, la tendenza attuale sembra essere questa. Non ci sono più i bei festival cinefili e snob di un tempo …
 
 
Giovedì 07 giugno
 
 
Reign Over me
di Mike Binder
con Adam Sandler, Don Cheadle, Liv Tayler
Usa 2007
 
Se il filo rosso che cuce tutte le proiezioni, incontri, eventi dell’edizione di quest’anno è indubbiamente la musica, in tutte le sue forme, ma intesa specialmente come strumento di lotta politica e culturale, da Woodstock a Fela Kuti, da Bob Dylan ai Blues Brothers, la programmazione del festival permette però di approfondire ulteriori sguardi e tematiche. Una di queste è la ferita dell’undici settembre, che anima anche il documentario “The Cats of Mirikitani”, è che è al centro di questo film di Mike Binder. Charlie Fineman diventa pazzo dopo aver perso la moglie e le tre figlie, passeggere su uno degli aerei dirottati contro il World Trade Center. Capiamo subito che è matto perché ha i capelli arruffati, si sposta in monopattino, e soprattutto gioca ore e ore ai videogiochi, come si sa simbolo dell’alienazione per eccellenza. Ad aiutarlo ci pensa un vecchio amico del college (Don Cheadle), che a sua volta riuscirà grazie all’amicizia di Charlie a risolvere i suoi problemi familiari.    
Ovviamente non c’è neanche il minimo tentativo di fare un discorso sociale, la si butta sul caso umano come in qualunque tv movie “basato su una storia vera” da quattro soldi. Inutile, diabetico, noioso (fra l’altro dura 124 minuti). Ma forse a dare più fastidio sono i particolari di contorno, dal product placement veramente di cattivo gusto per un film con un tema del genere (la Heineken in primo piano, interi minuti spesi solo a magnificare il videogame “Shadows of the Colossus”), a stereotipi afroamericani che nel 2007 fanno veramente incazzare (il buddy movie in cui il buon nero salva il bianco, la segretaria burbera ma simpatica). Liv Tyler l’abbiamo persa per sempre. Adam Sandler (mi sa che anche lui l’abbiamo perso) gioca a fare il “Rain man” della situazione.
 
 
Notes on Marie Menken
di Martina Kudlcek
Austria 2007
 
Appunti su Marie Menken, pittrice e regista, esponente poco conosciuta dell’avanguardia newyorkese. Le sue creazioni di videoarte sono componimenti minimali, girati rigorosamente con una piccola camera a mano, e rivelatrici di una sensibilità lirica molto delicata e “femminile”. Il documentario di Martina Kudlcek recupera diverso materiale inedito (tra cui uno “scontro” a colpi di cinepresa con Andy Warhol) e lo alterna a interviste di personaggi importanti dello scenario newyorkese (di cui poco si è potuto capire, perché a un certo punto i sottotitoli si sono volatilizzati). La regista austriaca usa spesso uno stile ricercato e sperimentale, consono alla materia affrontata.
 
 
Venerdì 8 giugno
 
Incontro su Fela Anikulapo Kuti
 
Fela Anikulapo Kuti è un personaggio che ocupa di certo un posto importante nella storia della musica: è il più famoso musicista africano di tutti i tempi, inventore di un vero e proprio genere, l’Afrobeat, e fondatore di un movimento politico socialista e panafricano. Praticamente un Bob Marley nigeriano, anche perché in quanto a stile di via eccentrico non era da meno: fumava cannoni enormi, si è sposato con una trentina di bellissime ragazze (tutte cantanti e ballerine del suo complesso) e aveva proclamato la sua casa una Repubblica indipendente dal governo della Nigeria (per giunta con fuso orario differente). I filmati, provenienti da un archivio privato, documentano lo scombinato tour italiano del 1980 (durante il quale Fela venne arrestato perché tra i bagagli giunti all’aeroporto furono rinvenuti qualcosa come 20 kg di marijuana…), un matrimonio collettivo, e i funerali del 1997, in cui tutta la popolazione di Lagos si riversò per le strade.
 
 
Storie: Antonino Caponnetto
di Gianni Minà
 
Il Biografilm Festival istituisce quest’anno il premio “Lancia – Celebration of Lives” e lo dedica a Gianni Minà e alla sua prolificissima attività di intervistatore. Indipendentemente da tutto quello che si può pensare su Minà e sulle sue posizioni politiche, è indubbio che sia un gran professionista, sempre fedele a un suo personale principio ideale. Nonostante gli anni passino, lo sguardo vispo degli occhi è rimasto intatto e lo spirito battagliero è più indomito che mai.
La “Storia” di Antonino Caponnetto non potevo perderla, perché gli anni del pool antimafia, conclusisi con le stragi di Falcone e Borsellino, io li ho vissuti in prima persona, da ragazzino palermitano. Vedendo un uomo straordinario come Caponnetto che si commuove ricordando i momenti passati con i suoi due“figli”, è impossibile trattenere le lacrime.
 
  
Jerry Lee Lewis
di D.A. Pennebaker e Chris Hedegus
Usa 1990
e
Shake – Otis at Monterey
di D.A. Pennebaker, Chris Hedegus, David Dawkins
Usa 1986
 
 
Una sezione del festival è interamente dedicata al lavoro di Pennebaker e Hedegus, tra i più famosi autori di documentari musicali. I loro film sono semplici, diretti, con pochi artifici e voci over: fanno semplicemente parlare la musica e consacrano totalmente la regia alle performance degli artisti. In questo caso si tratta di due veri e propri miti: Jerry Lee Lewis, di cui viene proposta l’esibizione per il Toronto Rock & Roll Revival del 1969 (alternato con filmati e materiali d’epoca) e Otis Redding, ritratto in un live al Monterey Pop Festival del 1967. Jerry Lee Lewis non era invecchiato neanche un po’, continuava a zompettare e a suonare il pianoforte con i piedi come se il tempo si fosse fermato. Per l’esibizione di Otis semplicemente non si trovano le parole, peccato solo che al cinema non ci si possa alzare in piedi e ballare.
 
 
Sabato 9 giugno
 
Get-Out “Come sono? Boh!”
di Roberto Quagliano
Italia 2007
 
 
Seconda avventura del progetto Get-Out, ideato dalla Kamel Film di Bologna, che prevede la realizzazione di un circuito cinematografico rivolto esclusivamente al pubblico dei teenager, tramite proiezione nella sale di film girati dai giovani. Se sulla carta l’esperimento è interessante e potenzialmente educativo, la sua effettiva realizzazione suscita qualche perplessità. “Come sono? Boh!” funziona bene quando i suoi protagonisti un po’ sbandatelli si esprimono a ruota libera e immortalano le loro bravate; meno bene quando i ragazzi rispondono a classiche interviste su argomenti predeterminati (come l’immigrazione e il divorzio) e lascia interdetti quando interviene la regia di Quagliano con inserti che vogliono suggerire a tutti i costi una chiave di interpretazione (come la voce fuori campo che discetta sul rapporto tra uomo, natura e tecnologia). Il risultato d’insieme è poco organico, e il rischio più grande nel lasciare le videocamerine ai ragazzi senza un progetto prestabilito è quello di produrre risultati che sconfinano nella banalità da videodiario. In ogni caso può essere un interessante esperimento dal punto di vista sociologico e pedagogico, forse un po’ meno da quello cinematografico.
 
 
Incontro con Judith Belushi Pisano
 
Ecco il pezzo forte del Festival: per celebrare i quindici anni della scomparsa del mito Belushi arriva in Italia nientemeno che la moglie Judith, compagna, confidente e sostegno per l’intera vita di John. Un evento straordinario per diversi motivi. Sentire raccontare dalla viva voce di Judith la storia di John, dagli esordi al college, all’apprendistato teatrale con Second City, dall’incursione dinamitarda al Saturday Night Live alla genesi mitologica di Jake & Elwood Blues, fa un certo effetto. Merito anche della moderatrice Giulia D’Agnolo Vallan, competente e brava nell’indirizzare la discussione in un percorso coerente. Se a tutto questo ci aggiungete degli sketch storici del Saturday Night Live (dal Samurai, al Ristorante Olympia, da Beethoven in versione blues, a Marlon Brando-Padrino che va in analisi molti anni prima di “Terapia e pallottole” e “I Soprano”, per concludere con lo struggente e poetico “Don’t look back in anger”) è quasi impossibile non essere soddisfatti. Grazie John, we love you.
 
 
Animal House
di John Landis
con John Belushi, Tim Matheson, John Vernon, Verna Bloom
Usa 1978
 
Non ha davvero senso spendere ancora oggi parole per “Animal House”. Se nel corso di tutti questi anni vi è sfuggito, allora è come se vi foste persi una generazione intera. Più che un film, l’archetipo universale di tutti i college movie, serbatoio inesauribile di situazioni per anni e anni a venire. Più che un film, la materializzazione degli impulsi più sfrenati e spontanei, mai condannati né irregimentati, ma glorificati dall’inizio alla fine. Ogni cosa è travolta e fagocitata da una gargantuesca e irresistibile forza d’attrazione: il buco nero Bluto Blutarsky, il buon selvaggio che tutti noi abbiamo dentro. C’è una cosa in cui John Landis eccelle più d’ogni altro regista: la perfetta rappresentazione del caos, basta guardare la parata conclusiva di “Animal House” (in cui Landis sfoga anche la sua vena più paradossale) o il mostruoso incidente di “The Blues Brothers” per rendersene conto.
 
Mentre ero in sala fuori si consumava un “toga party” (curato da Fedemc di Radio Città del Capo) nel delirio più totale, pieno di gente con indosso solo un lenzuolo. La maratona Belushi è continuata con altri due classici: “Chiamami Aquila” e “The Blues Brothers” in versione estesa.
 
 
Domenica 10 giugno
 
Incontro con Amalie R. Rothschild
 
Non sono la persona più indicata per parlare di un evento del genere, ma qualunque appassionato di musica rock anni Settanta sarebbe forse svenuto per overdose. Amalie Rothschild, con le sue fotografie e ai suoi filmati, ha immortalato il concerto di Woodstock, nonché la gloriosa stagione del Filmore East Theatre di New York, in cui si è fatta la storia del rock. Alcune fotografie sono entrate nell’immaginario collettivo (quelle di Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Grateful Dad, Crosby, Stills, Nash & Young, solo per citarne alcune). Tra i filmati alcune chicche come l’esibizione a sorpresa di John Lennon & Yoko a un concerto di Frank Zappa. I tre eseguono la delirante “scumbag”: Yoko miagola e rantola (a un certo punto le mettono pure un sacco in testa) e Zappa fa in continuazione il gesto dell’ombrello. Brutti drogati!
 
 
Kill Gill vol. 2
di Gil Rossellini
Italia 2006
 
Impossibile giudicare questo film secondo i normali parametri delle opere di fiction, o anche delle opere documentarie nelle quali rimane ancora una qualche mediazione tra il soggetto osservatore e la materia indagata. Perché “Kill Gil vol. 2” non è altro che un videodiario artigianale, il seguito delle terribili vicissitudini ospedaliere di Gil Rossellini, vittima di una rarissima infezione che gli ha paralizzato le gambe e prodotto altri gravi danni. Rossellini non ci risparmia nulla della sua dolorosa degenza e ci mostra perfino le piaghe da decubito e le riprese delle operazioni chirurgiche, suscitando nello spettatore una sensazione di angoscia mista a imbarazzo. Ma per fortuna Gill è anche molto autoironico – come si evince già dai titoli scelti per il suo documentario – e grazie al suo commento riesce ad alleggerire la tensione e a evitare la morbosità ricattatoria.
Il regista/protagonista non è potuto essere presente perché da qualche giorno è ritornato in ospedale. In bocca al lupo.
 
 
 
The Cats of Mirikitani
di Linda Hattendorf
con Jimmy Mirikitani
Usa 2006
 
Preceduto da un bel corto-intervista sulla dj viennese Electic Indigo (il progetto si chiama “Girls on the Wheels of Steel” e prevede otto storie dedicate a donne affermatesi nel campo musicale), questo film è stato riproposto a fine manifestazione perché vincitore del Biografilm Audience Award. Il motivo per cui piace tanto il documentario di Linda Hattendorf (vincitore anche del premio del pubblico a Tribeca) sta tutto nel fascino del suo straordinario protagonista, Jimmy Mirikitani, americano di origini giapponesi che durante la Seconda guerra mondiale ha passato tre anni nel campo di internamento nippo-americano di Tula Lake. L’arzillissimo ottantenne “Gran Master Artist” (come si definisce lui) trascorreva le sue giornate in mezzo a una strada a dipingere gatti, fin quando la regista Linda Hattendorf non si è presa cura di lui ospitandolo e aiutandolo a ottenere l’assistenza sociale. Gli eventi dell’11 settembre risvegliano in Mirikitani dolorosi ricordi e le sue riflessioni finiscono per assumere un valore politico. Ma il film sfugge al didascalismo e alla banalità della morale pacifista, sottolineando semplicemente come in momenti di panico e crisi è molto facile farsi prendere da paranoie razziste e commettere recriminazioni contro innocenti. In realtà, alla fine del film ciò che rimane è soprattutto la simpatia di Mirikitani, un buffo ometto che canta in giapponese (facendo miagolare il gatto), imita le mosse di karate e guarda con gusto i samurai movie di Toshiro Mifune.
criticato da: rob81 alle ore 21:10 | link | commenti (4) |

categorie: john belushi, rob al biografilm07
giovedì, 07 giugno 2007

Grindhouse – Death Proof (A prova di morte)

di Quentin Tarantino
con Kurt Russell, Rosario Dawson, Zoë Bell, Sydney Tamiia Poitier
Usa 2007
 
Di fronte a un film come “Death Proof” la critica deve dichiarare la propria inadeguatezza e rinunciare ad un’analisi condotta con strumenti tradizionali. Fondamentalmente perché Quentin Tarantino è un regista che sfugge a qualunque tentativo di ingabbiamento ed etichettamento dei canoni classici. Per Tarantino, forse, il cinema non è né Arte (e quindi le interpretazioni canoniche, di tipo femminista, politico, autoriflessivo lasciano un po’ il tempo che trovano), né Industria (e quindi i giudizi sulla coerenza interna e la coesione narrativa che si applicano ai normali film d’intrattenimento qui hanno scarso valore), ma qualcosa d’altro. Qualcosa di nuovo e diverso, che include anche elementi artistici (soprattutto avanguardistici, come il collage, il pastiche, il ready made, la pop art) e commerciali (naturalmente…), ma che si estende a comprendere, per esempio, anche la sfera del gioco, dell’imitazione, della comunicazione tra pari (i cinefili), dell’eccitazione erotica e di molto altro ancora. 
 
E ancor di più si fatica a inquadrare un’opera dallo statuto instabile come “Death Proof”. È da intendersi come lungometraggio a sé stante, o come tassello del progetto più grande di “Grindhouse”? È possibile giudicare “A prova di morte” ignorando tutti i rimandi e i riferimenti che quasi sicuramente intrecciano questo episodio con quello di Rodriguez? Una cosa è sicura, è cioè che “Death Proof” al di fuori del contesto del double feature acquista un significato del tutto differente (e parziale), almeno per ciò che concerne le reazioni dello spettatore.
 
Concordo con chi definisce il film “al 100% teorico e allo stesso tempo al 100% di puro genere”, senza che si possa stabilire la predominanza di uno dei due termini. E ciò è in parte conseguenza diretta della poetica “ingurgitatutto” di Tarantino, che ricompone brandelli di celluloide presi in prestito tanto dal cinema A, quanto dal cinema Bis. Accanto a Fernando Di Leo, Umberto Lenzi e Kinji Fukasaku, uno dei massimi riferimenti di Quentin è Jean Luc Godard, tanto che al maestro della Nouvelle vague dedica addirittura il nome della sua casa di produzione. Un elemento che di solito viene trascurato o sottovalutato nell’analisi della filmografia tarantiniana (su questo argomento mi ricordo soltanto di un saggio di Roy Menarini e poco più). La cosa vale soprattutto per “Death Proof”, dove i rimandi al buon Jean Luc sono più evidenti che altrove, a partire dal paradigmatico incipit.
 
Il film abbonda di scavalcamenti di campo, interruzioni della continuità narrativa, sguardi in macchina, ribaltamenti e moltiplicazioni di prospettiva, giochi con il bianco e nero e il colore e con il montaggio. Da un lato si può pensare a un’imitazione filologica degli errori tipici delle produzioni di serie Z o delle proiezioni in locali di serie Z, come appunto i grindhouse. E, quindi, raccordi delle inquadrature sbagliati, sfasamenti nel colore della pellicola, rulli mancanti. Ma, dall’altro lato, questi artifici possono anche essere considerati come deliberate trasgressioni al linguaggio classico del cinema di genere hollywoodiano, più o meno come facevano i “giovani turchi” ai tempi di “Pierrot le fou”. Sfilacciamento narrativo e logorroicità dei dialoghi inclusi. Secondo me non c’è da propendere per un’ipotesi oppure per un’altra; semplicemente sussistono contemporaneamente entrambi i casi, proprio perché “Death Proof” è “al cento percento autoriale e al cento percento di genere”.
 
Tarantino, viola le convenzioni cinematografiche pur non spingendosi mai alla destrutturazione massima. Rispetta (in questo caso con rigore quasi matematico) le regole, i tempi, i ritmi, il sistema di attese del cinema di genere, ma mai fino a coincidere o a sovrapporsi con esso, a raggiungerne l’essenza. Quindi, in lui non si ritrova né la distruzione anarchica finalizzata alla riflessione intellettuale e allo scardinamento ideologico (come nel caro Jean-Luc), né il recupero della passione sanguigna e terrigna, dell’emotività dei personaggi che caratterizzava l’autentico exploitation degli anni ’70. Tarantino si situa in mezzo a questi due estremi, esattamente nel territorio delle pulsioni né razionalizzate né rielaborate passionalmente. E con “Death Proof” compie un viaggio allucinato attraverso le pulsionalità più radicate nell’inconscio umano, dal feticismo al voyeurismo, dal masochismo all’autolesionismo, fino all’esplorazione dell’immaginario erotico in tutte le sue polimorfiche varianti. Immergendoci direttamente in esse senza alcuna mediazione. Un cinema chimico, che inietta di botto adrenalina con una siringata nel cuore, che letteralmente scaraventa lo spettatore sul cofano di un bolide a cento miglia all’ora (è forse questa la metafora più precisa del tarantinismo?).
 
Che piaccia o no, si tratta di uno stile autonomo, unico e innovativo (e che, purtroppo, ha figliato innumerevoli mediocri proseliti). Poi, le mie remore nei confronti di questo modo d’intendere la settima arte rimangono (il cinema non deve riflettere solo se stesso, ma anche la vita). Però si deve tributare il giusto merito a un gran regista e un gran sceneggiatore la cui opera è stata ingenuamente esaltata o aprioristicamente disprezzata, ma in ogni caso quasi sempre fraintesa.

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 18:11 | link | commenti (35) |

categorie: prima visione, quentin tarantino
venerdì, 01 giugno 2007

L'estate di mio fratello

di Pietro Reggiani