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Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream
Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
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martedì, 29 maggio 2007

Zodiac

di David Fincher
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr, Anthony Edwards, Brian Cox, Chloë Sevigny, Elias Koteas
Usa 2007

 
Zodiac è uno psicopatico. Ma uno psicopatico cinefilo. E questo dovrà pur dire qualcosa. La figura di Zodiac vive dell’immaginario cinefilo e ne è vissuto, è insieme reagente e prodotto di reazione, antenato e al tempo stesso erede, in un perenne corto-circuito mediale di tipo cannibalesco, che si alimenta ingozzandosi delle proprie carni di celluloide.
 
Zodiac in quanto personaggio diegetico s’ispira a “La pericolosa partita” di Schoedsack e Pichel. “Zodiac” in quanto icona extra-diegetica è l’archetipo immaginifico in cui approdano, nell’ordine, “Bullitt”, “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!” (direttamente omaggiato), “Seven” (naturalmente) e chissà quanti altri ritratti di killer psicopatici e di detective ossessionati che listano l’immenso album hollywoodiano.
 
Troppo forte la tentazione di interpretare “Zodiac” come un film sulla cinefilia. Sul lato morboso della “magnifica ossessione”. Sulla pulsione – sempre irrisolta – che si spinge di là dello scopico, per divenire materia e sangue. L’incipit è epifanico. Zodiac parcheggia dietro la macchina delle sue prime vittime e accende i fari. Il film comincia veramente adesso, quando la coppia, avvolta da un’impalpabile aura luminosa, si tramuta quasi in una presenza fantasmatica.
 
Beninteso: la pulsione che anima l’ispettore David Toschi e il vignettista Robert Graysmith è uguale e contraria, votata anch’essa alla – impossibile – materializzazione di un’immagine. Fincher divide semplicemente il film in due metà speculari, mostrando le facce ambivalenti della medaglia schermica: performer e pubblico, ossessione per vedere e per l’essere guardati.     
 
Ma la lettura cinefila è riduttiva. Il cerchio mediatico che attornia Zodiac si è estende per un raggio ben più ampio, e risucchia a sé tutte le pratiche della comunicazione di massa: dalla manipolazione ideologica della stampa all’onnipresenza della televisione, dalla pervasività pubblicitaria (importantissima, perché da essa ha origine il nome e il simbolo dell’assassino), alle prime timide forme della virtualità (“Pong” che gira a vuoto nella stamberga di Paul Avery). Mai un thriller aveva mostrato così poco un serial killer in azione e così tanto gli effetti psico-mediatici che questi si trascina, tracciando evidenti parallelismi con il terrorismo dei giorni nostri.
 
L’evanescenza di Zodiac è l’incarnazione della volatilità e bidimensionalità dell’immagine contemporanea. E, da questo punto di vista, il ricorso al digitale appare come un approdo naturale e necessario.
È finita l’epoca dei thriller hitchcockiani: Fincher inquadra a volo d’uccello le città, le strade e le automobili, come se volesse seguire la lezione di “Intrigo internazionale”, ma la realtà di oggi non può più essere dominata dall’alto. Il thriller post-moderno è la radicalizzazione del dubbio e dell’incertezza conoscitiva e ontologica. E, non a caso, la nuova generazione della detection si apre con la faccia attonita e interdetta di Song Kang-ho in “Memories of murder”.
 

Voto:
 

criticato da: rob81 alle ore 17:38 | link | commenti (19) |

categorie: prima visione, david fincher
giovedì, 17 maggio 2007

La parola definitiva su "300"

Una lezione dei Wu Ming 1, pubblicata su "Carmilla on line" (una delle poche riviste che val la pena di leggere).

E i Wu Ming si confermano gli ultimi esemplari di intellettuali veri - leggi, senza pregiudizi né preconcetti - rimasti in Italia. Una razza in via d'estinzione.

criticato da: rob81 alle ore 00:01 | link | commenti (13) |

categorie: altro
mercoledì, 16 maggio 2007

Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream

di Tom Holland
con Maxwell Neck, Gordon Grice, Alexis Llewellyn, Dryden Dion
Usa 2007
 
Ecco un episodio che risponde all’annosa questione: può un gelato incutere paura? 
 
Beh, nel caso ve lo stiate davvero domandando, la risposta è no.
Tanto più che – lo so, pare impossibile – ma non si tratta nemmeno del primo tentativo in questa direzione: “The Stuff - Il gelato che uccide” aveva già detto, bene o male, tutto sull’argomento. In più, se ci mettiamo pure il cugino scemo di “It” che urla come un ossesso “I scream for ice cream” come neanche il Benigni in “Daunbailò”, si può capire facilmente come l’episodio di Tom Holland, risulti più rancido di uno spumone andato a male. Holland – stando almeno quanto si legge su Imdb – pare essere molto ispirato dall’immaginario di Stephen King. E al Re del brivido si appoggia pure per ricostruire l’atmosfera di provincia Usa anni ‘50 che fa così tanto “Stand by me”. Le uniche trovate, per così dire, originali raggiungono il ridicolo involontario: le vittime muoiono letteralmente “liquefacendosi” come Steccolecco al sole, e non vi accenno neanche alla stupidità del modo in cui viene fatto fuori il clown assassino perché non ci credereste.
Con un soggetto del genere l’unico modo per uscirne fuori con dignità sarebbe stato buttarla sul ridere, magari anche sulla parodia citazionista. Il guaio è che qui si ambisce, per giunta, a fare un discorso serio sull’infanzia perduta. E tutto risulta appesantito da situazioni statiche e verbosissime.
I siti americani ovviamente ne parlano bene. I francesi sono capaci di scriverci un saggio incazzandosi come delle bestie. I tedeschi non li capisco. Io, comunque, mi fermo qui.
 
Mi spaventa di più il Maxicono chiuso nel mio frigidaire.
(nota: ho usato il termine frigidaire, nonostante il correttore di Word me lo sconsigli, perché secondo Repubblica è una parola da salvare).
criticato da: rob81 alle ore 23:51 | link | commenti (9) |

categorie: serie tv, masters of horror
lunedì, 07 maggio 2007

Adotta un lanternino cinese

Aderisco con gioia a questa iniziativa di  Asian Feast. Anche io ho "appeso" nel mio blog un simbolico lanternino cinese per protestare contro l'ennesimo rigurgito razzista del nostro Belpaese che sembra avere recentemente preso di mira gli immigrati cinesi.
L'ultima - delirante - sparata viene da una vecchia conoscenza, il vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini che ha imposto con un'ordinanza a tutti i negozi cinesi di togliere le loro caratteristiche lanternine, perché "troppe insegne orientali stanno snaturando la bellezza di Treviso".
Dietro la preoccupazione burocratica-amministrativo (l'autorizzazione per le insegne) si nasconde l'ennesimo strisciante pregiudizio.  Io non ci sto e rivendico il diritto di appendere ciò che più piace nel proprio spazio privato.

Chiunque volesse il simpatico lanternino nel proprio blog, sito web, forum, basta che copi questo codice:
<div style="position:absolute; border:0px; z-index:10000;
margin-left:00px; top:0px; left:0px;">
<img src="http://www.asianfeast.org/images/lanterna.gif" border="0"> </div>
criticato da: rob81 alle ore 13:26 | link | commenti (11) |

categorie:
giovedì, 03 maggio 2007

Spider-man 3

di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard
 
 
Il terzo capitolo della saga aracnofila di Sam Raimi prende una piega decisamente inaspettata, invertendo la rotta rispetto agli episodi precedenti. La componente d’azione e fantasy/horror assume una portata secondaria (Raimi si ricorda da dove viene solo in poche situazioni, giusto quando appaiono i mostri mutaforma), mentre prende decisamente il sopravvento la commedia romantica (con frequenti intercalari comici, alcuni molto riusciti, grazie agli impareggiabili mattatori Bruce Campbell e J. K. Simmons) e soprattutto la dimensione soap (che peraltro era una componente fondamentale anche nel fumetto originario).
In effetti, questo “Spider-man 3” pare quasi un aggiornamento delle “commedie del rimatrimonio” anni Cinquanta travestito da film supereroistico, con il facciotto bolso e l’acconciatura demodé di Maguire/Parker a riecheggiare quella del buon vecchio Jimmy Stewart. Del resto sembra che per questa saga Sam Raimi abbia voluto riallacciarsi a un’estetica (neo)classica (con tanto di flashback in bianco e nero e oggetti come anelli e ciondoli che simboleggiano legami amorosi), lasciando da parte le derivazioni più postmoderne e ipercinetiche dell’action contemporaneo.
 
Il tutto è inserito in un contesto quasi da feuletton d’antan alla Eugene Sue – con tanto di improbabili rivelazioni, messaggio morale didascalico, proliferazione di personaggi e finale in cui “tutti chiagneno” ™ – che conferisce alla storia una patina pop e kitch più esagerata rispetto ai primi due episodi.
“Spider-man 3” è (stranamente) accostabile a “Superman III” per quanto riguarda la deriva pacchiana e molto “anni Ottanta” di alcune sequenze, come quella in cui il nostro Spidey si pavoneggia per strada tra le ragazze, o quella, un po’ alla “Dr. Jerryl”, in cui fa il matto con il pianoforte. Inoltre viene ripreso anche il tema del “doppio malvagio del supereroe” presente già nel film di Richard Lester.
E forse non è nemmeno un caso che nei “volume III” si tenda a esplorare la dimensione del lato oscuro. Perché, giunti oltre a una certa soglia di capitoli cinematografici, si sente quasi la necessità di fare un discorso autoriflessivo e interrogarsi sull’essenza del personaggio e del film/fumetto stesso.
 
Come ci si aspetterebbe da un film che ha al centro la figura di Venom, gli sceneggiatori non perdono occasione per infilare e alludere al tema del doppio. Via libera quindi al proliferare dei duplicati, non solo relativi alla figura (già per sua natura duale) di Spiderman/Peter Parker, che viene quadruplicato rispettivamente in Venom/Eddie Brock, ma anche per ciò che attiene agli altri personaggi (Harry Osborne “reincarnazione” del padre, Mary Jane riflessa nella rivale in amore Gwen Stacy). E alla moltiplicazione di sequenze che ricalcano i precedenti episodi (il riaffiorare delle sabbie del passato tramite la figura di Sandman), come già presagito dagli emblematici titoli di testa. 
Un film tutto giocato sullo psicologismo (anche freudiano, seppur all’acqua di rose) e sulle relazioni intime tra personaggi finisce, per forza di cose, per abbandonare – nonostante le stelle e strisce sventolanti sul finale – la vocazione più collettiva e “politica” che caratterizzava le prime due tappe sullo schermo del Ragno (e anche il paesaggio urbano newyorkese assume qui minore centralità). E si finisce anche con l’appiattire la tensione emotiva su toni insipidi e mediani. 
Sarebbe grave se si trattasse della conclusione di una trilogia. Invece, dato che è in programma addirittura un’esalogia (ormai il minimo per le saghe di Hollywood), siamo solo nella fase di riflessione e di quiete prima della tempesta.

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 11:52 | link | commenti (17) |

categorie: prima visione
martedì, 01 maggio 2007

Hard Boiled

di John Woo
con Chow Yun-Fat, Tony Leung Chiu-Wai, Anthony Wong, Theresa Mo, Phillip Chan, Phillip Kwok
Hong Kong 1992
 

È il paradosso di tutti i film di John Woo: da una parte la mattanza sanguinaria e dall’altra l’intransigenza quasi cavalleresca dei suoi condottieri (qualcuno ha scritto che i personaggi dei film di Woo sono eroi del wuxia con la pistola, viene quasi da dire angeli con la pistola). Da una parte l’estetismo della violenza (Tarantino, ricordiamocelo, viene da qui) e dall’altra la cattolicissima morale del sacrificio e del senso di colpa.
 
“Hard Boiled” è un titolo programmatico: una sequela senza fine di sparatorie hardcore, un campionario d’artiglieria (mitra, lanciagranate, esplosivo al plastico e chi più ne ha più ne metta) da far spavento.“Hard Boiled”contiene forse più ammazzamenti di “300” ma, a differenza del manifesto videoludico di Snyder, ogni singolo morto ha un suo peso, ogni uccisione è sempre sofferta. Cosa che fa di questo film, come di tutti quelli di Woo, un’esperienza iperbolicamente melodrammatica e potentemente tragica (nella sequenza della biblioteca la pistola è nascosta dentro un libro di Shakespeare… e non potrebbe essere altrimenti).
I film americani hanno importato dall’heroic bloodshed di Hong Kong solo la prima parte della lezione, quella tecnica, dimenticandosi della seconda, quella umanista. Lo stesso Woo è stato messo al servizio di Hollywood solo come mestierante, purtroppo.
 
“Hard Boiled” è un testamento d’addio nei confronti di questo genere di cinema. Un film summa, in qualche modo, per questo motivo votato all’eccesso e all’accumulo ancora più dei precedenti. Un film teorico, anche, in cui il regista ripropone, magari un po’ troppo “a schema”, tutti i cardini della sua poetica, sia di contenuto che di forma. Un film, in definitiva, più riflessivo e, forse per questo, privo della spontaneità emotiva e della profondità psicologica di “The Killer” o dei due “A Better Tomorrow”.
A conferma di ciò lo stesso John Woo compare direttamente nel film in un cameo che esplicita il suo ruolo di demiurgo: è il proprietario di un night club che non lesina consigli ai personaggi della (sua) storia.
 
La fabula è archetipica (la classica amicizia virile tra due poliziotti, uno troppo violento e l’altro sotto copertura) e i suoi echi si trascinano fino ai giorni nostri (alcune sequenze di “Infernal Affairs” sembrano citazioni esplicite). Anche la presenza di due pilastri dello star system hongkonghese come Chow Yun-Fat e Tony Leung Chiu-Wai ha un suo valore simbolico. Quanto allo stile, basta dire che il regista non rinuncia a nessuno dei suoi classici espedienti, dall’ossessione impressionista per il dettaglio (lo stuzzicadenti di Chow contrapposta alla sigaretta di Leung, la tequila agitata, le gru di carta gettate in mare), al montaggio analogico e atemporale. Montaggio che rimanda naturalmente a Peckinpah, ma che trova le sue radici direttamente in Eisenstein. Del resto, la sequenza del bebè in mezzo al caos della sparatoria non vi ha forse ricordato la “Corazzata Potëmkin”?
 
Da segnalare l'ottima recensione di Hong Kong Express.
criticato da: rob81 alle ore 12:08 | link | commenti (1) |

categorie: altre visioni, john woo