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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
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lunedì, 30 aprile 2007

R.I.P



Bobby "Boris" Pickett   11/2/1938 - 29/04/2007

Mi piace pensare che ogni Halloween uscirà dalla tomba per far danzare tutti i compagni di cimitero.
 
criticato da: rob81 alle ore 12:23 | link | commenti (2) |

categorie: altro

Barking dogs never bite

di Bong Joon-ho
con Lee Sung-jae, Bae Du-na, Byeon Hie-bong, Kim Ho-jung, Kim Roe-ha
Corea del Sud 2000
 
 
Prima dei fasti di “Memories of Murder” e “The Host”, Bong Joon-ho esordisce con questo quadretto metaforico e surreale, dal ritmo sincopato (scandito dalla straniante musica jazz di Sung-Woo Jo), che ha tutti i caratteri dell’opera prima – laconica, a tratti sperimentale, distante dal genere – ma già rivela lo straordinario talento compositivo dell’autore.
 
Uomini e cani. In un alienante palazzone di periferia (che ricorda moltissimo l’alveare di “Tokyo Fist”) si agitano figure sbiadite, quasi fantasmi (come quello di Boiler Kim, idraulico-spettro al centro di un bizzarro racconto) che percorrono inquietanti non-luoghi (terrazzoni, sottoscala, metropolitane), uggiolando come cuccioli smarriti. Personaggi non a caso inquadrati di spalle, oppure avviluppati da cappucci gialli (e, quindi, dall’aspetto ancor più fantasmatico). Identità sfocata, irrisolutezza cronica, abulia opprimente. Bong Joon-ho delinea un ritratto impietoso e disarmante della società coreana, soffermandosi su individui perdenti e marginali, prodotti di scarto dell’arrivismo e dei ritmi spersonalizzanti della metropoli.
 
Come in “Address Unknown”, la violenza, schizofrenica e ingiustificata, si accanisce contro indifese bestiole a quattro zampe. Ma se il film di Kim Ki-Duk circoscriveva l’atto macabro all’interno della cornice bellica, come una reazione meccanica e interiorizzata delle brutalità del conflitto, qui il gesto risulta forse ancora più grottescamente svuotato e privo di senso, la replica morta di atteggiamenti che risalgono al periodo della dittatura e di cui non ci si riesce ancora a liberare.
 
Negli anni seguenti Bong si voterà più disciplinatamente al genere, abbandonando toni così esageratamente stralunati, peraltro tipici di molta produzione sud-coreana (in questi casi di solito si cita “Save the Green Planet”). Ma non rinuncerà mai a una visione personale e a certe anomalie/ossessioni che ritroviamo anche in questo film, per esempio l’uso di alcuni oggetti con funzione straniante e quasi surrealista (uno specchietto retrovisore, delle noci e del rafano essiccato in “Barking Dogs…”; seppie e altre strane cibarie in “The Host”).
A Bong si deve anche il merito di aver scoperto l’incredibile Bae Du-na, consacrata poi definitivamente con “Sympathy for Mr. Vengeance” e “The Host”.
criticato da: rob81 alle ore 11:39 | link | commenti (1) |

categorie: altre visioni, bong joon-ho
mercoledì, 25 aprile 2007

Far East Film Festival: Udine 20-23 aprile

Un post riassuntivo che raduna tutte le considerazioni su questa mia piccola tre-giorni Udinese (più mattinata del 24 aprile).

Retrospettiva Patrick Tam: Dal cuore della New Wave ("The Sword", "Love Massacre", "Nomad",  "Final Victory", "After this our exile", più i lavori televisivi "C.I.D.", "Thirteen" e "Seven Women");

Giappone ("Dororo", "Umizaru 2: Test of Trust", "Death Note");

Corea del Sud ("Solace", "A Dirty Carnival", "The Host", "The Restless");

Hong Kong ("Eye in the sky", "Dog Bite Dog");

Filippine ("Agent X44");

Cina ("Young and Clueless").


Tag del Festival.


Link utili sul Far East Film:

Sito Ufficiale;

Blog Ufficiale (con foto e video);

Blog Alternativo;

Cineblog (aggiornato da Murda);

Asian Feast (cronaca in diretta).


Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno tenuto compagnia e a quelli che purtroppo sono riusciuto a incrociare solo per poco (tipo Torakiki, Pier Maria, e i ragazzacci di Asian Feast). Grazie a Carlo per avermi intrattenuto mentre la massa andava a vedere "Death Note 2". E grazie sopratutto a Lorenzo, anche se lui ha l'autografo di Patrick Tam e io no.  

criticato da: rob81 alle ore 20:21 | link | commenti (12) |

categorie: rob al feff 07

Far East Festival (20-23 aprile): Hong Kong

Eye in the sky
di Yau Nai-Hoi
con Simon Yam, Tony Leung Ka-fai, Kate Tsui, Lam Suet, Maggie Siu, Eddie Cheung
2007
 
Un film “a volo d’uccello”. È questa la metafora e la figura ricorrente che attraversa l’esordio alla regia di Yau Nai-Hoi, sceneggiatore di fiducia di Johnnie To. Yau in materia di spionistico sa il fatto suo e realizza un film asciutto, teso, matematico: un rimpiattino tra una sofisticata banda di rapinatori e la Sorveillance Unit delle polizia di Hong Kong. A guidare i rispettivi gruppi c’è il carisma di due stelle di punta della Milkyway, Tony Leung Ka-Fai e Simon Yam. Questo il pregio del film, ma paradossalmente anche il suo limite: si esaurisce tutto in questo gioco tra il guardare e nel non farsi vedere, tra lo spiare e il nascondersi.
Interessante è la riflessione sulla pervasività dei sistemi di sorveglianza che influisce anche sul coté stilistico (uso continuo dello zoom e fotografia sgranata che ricalca le immagine delle telecamere a circuito chiuso). Però, appunto, non c’è molto di più, e Yau non dimostra di aver ancora raggiunto uno stile davvero personale. Ma il ragazzo promette bene. 
 
 
 
Dog Bite Dog
di Soi Cheang
con Edison Chen, Sam Lee, Pei Pei
2006
 
Il nuovo film di Soi Cheang è una vera e propria sfida al modello dominate del cinema d’azione contemporaneo, che impone coreografie aggraziate e astratte, ralenty patinati e fotografia luccicante. “Dog bite dog” è invece un film sporco, brutale e animalesco come il suo protagonista, un guerrigliero cambogiano (cui presta il corpo un invasato Edison Chen) da sempre abituato a lottare per sopravvivere. Pang, questo il suo nome, uccide come se respirasse: come un atto naturale e in qualche modo necessario, senza la minima esitazione o senso di colpa. E fa impressione. 
È indicativo che buona parte del film si svolga in una gigantesca discarica abbandonata, dove Pang incontra un altro “rifiuto della società”, una ragazza mentalmente instabile brutalizzata dal padre. Si consuma una storia d’amore toccante, che deve combattere costantemente contro la violenza e l’accanimento delle forze esterne. Nel finale la disperazione si trasforma in ultimo ed estremo gesto di solare speranza. Se qualcosa bisogna rimproverare a Soi Cheang è il discorso a tesi un po’ troppo esplicito e didascalico sull’ineluttabilità della violenza e qualche metafora di troppo. Ma le luci sporche e sgranate, gli attori eccellenti e le scene d’azioni poco concilianti sono una boccata d’aria fresca per il cinema di Hong Kong.   
criticato da: rob81 alle ore 15:52 | link | commenti (5) |

categorie: rob al feff 07

Far East Festival (20-23 aprile): Corea del Sud

Solace
di di Byeon Seung-wook
con Han Seok-Gyu, Kim Ji-Soo, Lee Han-Wi
2006
 
Contro questo film si è scagliata pressoché unanime tutta la comunità di Asian Feast (coreanofili a parte). Le reazioni mi sembrano eccessive (si è osato addirittura paragonarlo al cinema italiano!). “Solace” è semplicemente un film di genere, un dramma sentimentale a sfondo urbano come ce ne sono tanti in Corea del Sud (l’anno scorso, ad esempio, al Far East c’era “Sa-kwa”). Qui si aggiunge alla storia d’amore anche il ritratto familiare intimista e il tema della malattia mentale. È vero, neanche un cliché manca all’appello e non si esce neanche per un momento al di fuori delle regole del genere tipicamente coreano (come il cambio repentino di registro e i finali plurimi). Ma si tratta in ogni caso di dignitoso cinema medio (come non si fa più in Italia!), che può piacere o non piacere a seconda delle proprie inclinazioni personali. Se proprio lo volete sapere, a me piace. Piace soprattutto osservare il paesaggio cittadino con quella bella fotografia iperrealista. E mi piace anche osservare Kim Ji-soo.
 
 
A Dirty Carnival
di Yoo Ha
con Jo In-seong, Jeon Ho-jin, Yoon Jae-moon, Ku Jin, Nam Gung-min, Lee Bo-young
2006
 
Andiamo con ordine. Prima di tutto, “A Dirty Carnival” detiene un primato, quello di miglior scena di rissa con mazza da baseball nella storia del cinema. Secondo, oltre le sequenze di combattimento (inusuali, realistiche, mai patinate) c’è di più. C’è una storia dalla tenuta impressionate, visti i suoi 141 minuti, fresca e compatta che – come tutti i film battenti bandiera coreana – declina magnificamente generi diversi (gangster movie, storia d’amore, intermezzi comici). C’è un siparietto metacinematografico (con conseguente presa per il culo delle tendenze coreografiche più fantasmagoriche) parecchio divertente. C’è un Jo In-sung strepitoso.
Non c’è forse una particolarità di sguardo che elevi il film su un gradino più su di quello del semplice genere. Ma, visto l’andazzo, ci si accontenta. Murda è impazzito.


The Host (vecchia conoscenza, rimando all’entusiastico post originario).
 

The Restless
di Cho Dong-Ho
Con Jun-ho Heo, Woo-sung Jung
2006

La domanda è la seguente: perché i wuxia coreani sembrano tutti uguali? A me è parso di assistere a un incrocio tra “Bichunmoo” e “Sword in the moon” (inquadrature lunari comprese). In più, questa è una coproduzione cinese, cosa che garantisce la più totale asetticità dei combattimenti (inoltre, visto che il protagonista si trova in una specie di Purgatorio a combattere contro gli spiriti dei defunti, non scorre neanche una goccia di sangue).
Io li manderei tutti a rivedere
“The Sword”.
criticato da: rob81 alle ore 15:27 | link | commenti (6) |

categorie: rob al feff 07

Far East Festival (20-23 aprile): Filippine e Cina

Agent X44
di Joyce Bernal
con Vhong Navarro, Mariel Rodriguez, Pokwang, Mura, Tony Ferrer
Filippine 2007
 
Ci sono solo due posti sul pianeta in cui le commedie di Joyce Bernal sono acclamate dal pubblico: le Filippine e Udine. Come sia potuto esplodere questo fenomeno di culto tra gli spalti del Teatro Nuovo ha per me dell’inesplicabile, fatto sta che la simpatica regista è ormai da tempo una presenza fissa del Festival. A dire il vero quest’anno anche il bel Vhong Navarro, vero e proprio idolo delle teenagers filippine (e non solo), era previsto come ospite, ma sul più bello ha dato forfait alle fan adoranti.
Con i film della Bernal non ha senso essere critici: si tratta semplicemente di produzioni locali nate per soddisfare il gusto della platea filippina più popolare. Non bisogna pretendere granché. La comicità è ingenua e basica, all’insegna della regressione infantile più totale. Si gioca con parrucche, trucco e costumi carnevaleschi, con le facce e le mossettine buffe e, naturalmente, con la cacca e il culo. Si ride, ma solo di pancia. Le ossessioni surreali di “Bangok Loco”, per fare un esempio, si trovano a un livello di consapevolezza infinitamente superiore. Vhong Navarro però è bravo a fare le smorfiette alla Jim Carrey.
 
 
 
Young and Clueless
di Tang Danian
con Tian Yuan, Pu Pu, Song Ning, Wu Xiaoliang
Cina 2006
 
La Cina è lontana… dal cinema di genere, almeno per il momento. Però negli ultimi anni sta provando, a passettini, a svecchiarsi e adottare nuove formule (censura governativa permettendo). “” per esempio è il tentativo, ancora acerbo, di fare buona e sana commedia adolescenziale. L’aggettivo che si adatta meglio a descrivere il film è “vergine”, e non solo per via dei giovani protagonisti. L’opera è permeata di quell’ingenuità un po’ fantastica e un po’ lirica che caratterizza solitamente questo tipo di produzioni. Per questo cinema non è ancora possibile fare a meno di certe convenzioni, come la riflessione d’Autore (in questo caso su fato e destino), l’onirismo, il messaggio didascalico, il commento sociale.
Tuttavia il film ha il pregio di catturare con immediatezza ed efficacia l’immaturità e la naivité dei primi turbamenti amorosi. Ed è interessante lo spaccato sociologico delineato: una gioventù piccolo-borghese, che, terminati gli studi, lascia il paese d’origine per andare a lavorare in città, vive in enormi palazzoni e trascorre il tempo libero in modo poi non tanto dissimile dai coetanei occidentali. Immagini un po’ distanti dal solito stereotipo del villaggio rurale isolato oppure delle baraccopoli ai margini dei grossi centri urbani.
Non è escluso che nei prossimi anni assisteremo a grandi sconvolgimenti nel paesaggio cinematografico di questo paese.
criticato da: rob81 alle ore 15:02 | link | commenti (2) |

categorie: rob al feff 07

Far East Festival (20-23 aprile): Giappone

Ma cos’è successo al cinema giapponese? Negli ultimi anni sembra sia capace solo di sfornare giganteschi e faraonici blockbuster, pieni zeppi di computer grafica grossolana, che si limitano a scimmiottare il modello statunitense. Le ragioni di questa deriva sono molteplici, ma il fattore decisivo è il coinvolgimento dei network televisivi nipponici nella maggior parte delle produzioni su grande schermo. Il risultato è un cinema massificato, che si preoccupa solo d’intercettare la fetta più ampia possibile di pubblico, con le ovvie semplificazioni di stile e l’appiattimento retorico che ciò comporta. Ma poiché il mercato cinematografico giapponese è oggi forte come non mai (gli incassi complessivi dei film nazionali hanno addirittura superato quelli americani) è prevedibile che la tendenza non si arresterà. E così via libera a kolossal catastrofici, live action ispirati a manga e anime e patriottiche rievocazioni storiche. Fortuna che anche all’interno del mercato c’è anche spazio per elaborazioni più personali, come “Memories of Matsuko” di Tetsuya Nakashima.
 
 
 
Dororo
di Akihiko Shiota
con Satoshi Tsumabuki, Kou Shibasaki, Kumiko Aso
2007
 
Il film d’apertura del Far East Festival 2007 è in pratica un rimescolamento postmoderno tra Pinocchio, Frankenstein, l’atmosfera fantasy e i film di samurai..
Il padre di Dororo sigla un patto demoniaco per ottenere successo in battaglia, acconsentendo che il figlio venga trasformato in una sorta di aborto umano. Il piccolo è salvato da un erborista santone che, novello Geppetto, gli fabbrica un corpo artificiale con tanto di katana incorporata nel braccio. Per riconquistare il suo corpo e la sua “umanità” Dororo dovrà sconfiggere 48 demoni, ciascuno dei quali possiede un suo organo.
La storia, tratta dall’omonimo manga di Osamu Tezuka è suggestiva, e ispirerebbe riflessioni su temi come l’aberrazione del potere e la definizione dell’identità umana. Ma Akihiko Shiota sembra infischiarsene di soggetto, trama e personaggi, e rovina tutto imbastendo un carrozzone di 135 minuti, che alterna brutti mostri in digitale con brutti mostri di gommapiuma (che almeno fanno rimembrare i bei tempi di “Kamen Raider”), musica straniante (cosa c’entra il flamenco?) con gag pseudo-comiche (il calcione nelle palle finale). Aridatece (il pur brutto) “Shinobi”.
 
 
Umizaru 2: Test of Trust
di Hasumi Eiichiro
con Ito Hideaki, Kato Ai, Sato Ryuta, Ohtsuka Nene, Fukikoshi Mitsuru
2006
 
Allora, vediamo un po’. La nave sta affondando. Il livello inferiore è già pieno d’acqua. In quello superiore invece divampa un incendio. In un compartimento chiuso, stretti fra acqua e fuoco, ci sono quattro personaggi: il sommozzatore della guardia costiera a un giorno dal matrimonio, il suo fedele amico e collega e, tanto per rendere la cosa più stuzzicante, una donna incinta e un rompicoglioni ferito a una gamba. Mi meraviglio che non si sia abbattuto un meteorite sopra il relitto o che la nave non trasportasse testate nucleari.
La cosa sorprendente – scusate lo SPOILER, ma in realtà tutto si intuisce sin dalla prima inquadratura – è che si salvano tutti, si salva anche l’amico fedele che di solito in questi casi schiatta sempre, si salva pure il vestito da sposa della ragazza. Si salvano dopo aver nuotato per ore sott’acqua, essersi arrampicati su una scaletta alta cinque piani ed essere rimasti in apnea per chi sa quanto tempo. Nel frattempo lui e lei si parlano al telefonino: lei mugugna impassibile e lui promette che sforneranno tanti bei bambini da portare al parco la domenica. Lui, inoltre, ripete ogni cinque minuti che ce la faranno e che “riusciranno a vedere il cielo” (sigh).
“Titanic”, “Poseidon”, “Armageddon”, “World Trade Center”, “The Guardian”: tutta robetta al confronto di “Umizaru 2”, il compe