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Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
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martedì, 27 marzo 2007

300

di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, Dominic West, Vincent Regan, Rodrigo Santoro
Usa 2006
 
Negli anni Ottanta, in tempi di guerra fredda e d’imperialismo reaganiano, c’erano i Rambo e i Commando a tendere polpacci e bicipiti in difesa dell’ideale americano. Oggi, in epoca di conflitti incandescenti e di scontri tra civiltà, si rispolvera con rinnovato turgore lo stesso slancio machista e palestrofilo, si riesumano salme di glorie imbalsamate (i Rocky e i Rambo, per l’appunto) e si cerca di coniugare il conservatorismo ideologico con la nuova estetica silicon-grafica. Con una differenza: l’aggiornamento è in realtà un ulteriore ritorno all’indietro, verso i lidi del fantasy e del peplum mitologico, come se Hollywood, grazie alla seconda giovinezza del digitale, volesse riappropriarsi della cinemascopica grandeur del tempo che fu.
Il “Signore degli anelli” ha fatto tanti danni e tanti probabilmente ne farà in futuro: per certi versi tutto (ri)comincia da lì. Ma anche “Il Gladiatore” ha le sue colpe. “300”, dal punto di vista delle influenze estetiche, potrebbe essere definito come una fusi€one di entrambi i film, con l’aggiunta d’abbondante “spremuta de sangue” proveniente dritta da “The Passion” e “Apocalypto” (anche Mel non è esattamente un progressista: coincidenza?), più il ralenty e la patina delle pubblicità della Campari e dello yogurt Müller.
 
Il problema è che se negli anni Ottanta, ad esempio, per dirigere “Conan il barbaro” si poteva contare su uno come John Milius, che certo di epica se ne intendeva, adesso invece ci tocca Zack Snyder: un uomo che deve essersi assentato alla scuola di regia il giorno in cui spiegavano il concetto di “etica dello sguardo”. Se penso che Zack Snyder – un uomo al cui confronto Robert Rodriguez “c’ha le mani de fata” – sta adattando un’opera dalle infinite complessità e sottigliezze come “Watchmen” mi vengono le convulsioni. Non mi avrà mai, al costo di emigrare in Iran.  
 
“300” potrebbe anche essere interessante per capire dove il cinema contemporaneo può arrivare se si portano alle estreme conseguenze alcune tendenze, come appunto il culto della carne, l’immagine plastificata e cartoonizzata e il cripto-fascismo (mica tanto cripto in verità) dei nuovi blockbuster. Però non mi venite a dire che questo è cinema nuovo (o, peggio, è “Il” cinema nuovo: ci sarebbe da spararsi). “300” è decrepito nella morale patriottico-reazionaria, negli espedienti narrativi (il ciondolo come pegno d’amore? Ma stiamo scherzando?) e nello stile espressivo (la voce over che, come in “Sin City”, sostituisce le didascalie del fumetto perché non si riesce a inventare di meglio).
Speriamo sia solo un imbarazzante passo falso che non condizioni il futuro degli adattamenti fumettistici su grande schermo.
 

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 16:14 | link | commenti (49) |

categorie: prima visione
lunedì, 26 marzo 2007

Apologia di Maccio Capatonda

Maccio Capatonda è un genio. Un genio assoluto. Possibile che nessuno si sia ancora accorto di questo lisergico folletto dell’etere che semina lo scompiglio zampettando di rete in rete – dai vari Mai dire... a All Music Show –, ma anche e soprattutto per la Rete, e destabilizza format a colpi di grottesco e di surreale?
Forse la genialità di Capatonda (al secolo Marcello Macchia) sta proprio in questa capacità di agire non visto e non riconosciuto, di colpire inatteso quasi a livello subliminale, di mettere in discussione tutte le logiche del teleschermo in una frazione di secondo. Facile liquidare i corti della Shortcut Productions come semplici cretinerie senza capo né coda, prese in giro goliardiche e magari anche un po’ volgarotte, scempiaggini improvvisate con pochezza di mezzi. Ma, a ben guardare, è solo un modo di attaccare la televisione dall’interno, di rubarne i linguaggi e i cliché per fare satira televisiva nel senso più puro del termine. Si tratta, cioè, di portare allo scoperto la totale assurdità sia del mondo mediatico che di quello reale, ormai costruito a sua immagine e somiglianza.
L’intuizione di Capatonda è di non lavorare tanto sui testi, direbbero i semiologi, quanto soprattutto sui peritesti e sugli epitesti. Brutte parole per dire che gli oggetti privilegiati delle sue sconclusionate parodie non sono tanto le unità canoniche del linguaggio cinematografico e televisivo, ovvero i film e i programmi tv, ma piuttosto il contesto mediale che li circonda. Si va da altisonanti quanto sgrammaticati trailer che pubblicizzano assurdi lungometraggi dai deliranti titoli e dal cast improponibile (il più cult è certamente La Febbra), a pubblicità nonsense (su tutte quelle dei fascicoli delle fantomatiche “edizioni del Bradipo”), da surreali televendite (gli scombiccherati attrezzi ginnici di Jim Massew e le prodezze del cartomante Mirkos), a fintissimi filmati amatoriali sulla falsariga di Real Tv.
Capatonda si muove così tra gli interstizi del palinsesto televisivo e tra le cellule cerebrali dello spettatore, imbastendo una vera e propria “guerriglia comunicativa”, anche se di tipo donchisciottesco e brancaleonesco e quindi spogliato di qualsivoglia connotato ideologico.
Tutto questo con una conoscenza e una padronanza del linguaggio cine-televisivo non da poco. Si veda per esempio la soap-parodia Intralci. In dieci minuti di Intralci c’è dentro tutto, ma proprio tutto, l’immaginario “telenovelistico” di sempre, spremuto fino all’ultima goccia e concentrato fino al massimo della saturazione: colpi di scena improbabili, rivelazioni sconvolgenti, morti e resurrezioni improvvise, lussi ingiustificati, trasformazioni identitarie. Ma, appunto, niente che non sia già inscritto nel suo modello originario: è semplicemente portata a galla l’essenza narrativa della soap.
La forza di Capatonda sta nella brevità. La sua è un’estetica del frammento al tempo di youtube, perfettamente adattata alle tecnologie digitali e alle nuove modalità di fruizione. Sketch brevi, brevissimi, addirittura istantanei (come i fulminanti corti di Mario Bruciapelo) il cui habitat naturale, più che la televisione, sembra essere il pc, l’Ipod o il videofonino. Non stupisce quindi che le creazioni della Shortcut (che si possono visionare gratuitamente sul loro sito) siano oggetti di culto soprattutto tra giovani e giovanissimi. 
Potrei scrivere facilmente un saggio di centocinquanta pagine su Maccio e su tutto l’entourage che lo circonda, spingendomi fino a ravvisare nella loro produzione tracce di surrealismo, dadaismo, decostruzionismo linguistico, ma credo sia meglio fermarsi qui. Sì, forse ho esagerato, ma volevo solo gridare al mondo che Maccio Capatonda è un genio.
criticato da: rob81 alle ore 16:53 | link | commenti (12) |

categorie: tv , maccio capatonda
venerdì, 23 marzo 2007

[Bacheca annunci] cerco casa sotto er cuppolone

No, questo blog non è diventato una succursale di bacheca.it, però se c'è qualcuno in ascolto che affitta un appartamentino (bi/trilocale) a Roma, a partire da maggio, si faccia sentire via e-mail (è nella colonnina a destra "contatti e altro") o via messaggio privato di Splinder. Sono graditi prezzi modici, ma questo mi sembra un po' inutile da scrivere.
criticato da: rob81 alle ore 18:59 | link | commenti (5) |

categorie: altro
domenica, 18 marzo 2007

L’uomo che amava le donne

di François Truffaut
con Charles Denner, Brigitte Fossey, Leslie Caron
Francia 1977
 
Fosse stato ambientato interamente a Parigi e non a Montpellier (ma il protagonista viene dalla Capitale, ed è alla Capitale che ritornerà verso la fine del film) per “L'homme qui aimait les femmes” non si riuscirebbe a concepire una locandina più emblematica: una variazione sul tema del celebre manifesto di “Fantomâs”, con una leggiadra falcata femminile a troneggiare sopra i tetti de Paris in sostituzione del genio criminale.
L’ineffabile mantra di Bertrand Morane, “le gambe delle donne sono compassi che misurano il globo terrestre donandogli equilibrio e armonia”, esprime una concezione del mondo nient’affatto maschilista – e il protagonista non è per nulla un Don Giovanni nel senso classico –, semmai si tratta di una rivoluzione copernicana nel segno di Venere, un nuovo relativismo muliebre che erige il sesso femminile “a misura di tutte le cose”.
 
Bertrand Morane è un tecnico che studia le meccaniche dei fluidi e della materia gassosa sui veicoli di trasporto; s’interessa insomma di sottili e delicatissimi equilibri e d’impalpabili pressioni, di resistenze sulle superfici e di punti di rottura. Terminato il lavoro, il discorso non cambia: alla base del corteggiamento e dei rapporti di coppia ritroviamo gli stessi equilibrismi e il medesimo gioco di precisione. Solo che qui i conti spesso non tornano.
 
La magnifica ossessione di Morane – trasfigurata nel volto febbrile e languido dell’impareggiabile Charles Denner – è una ricerca ideale, un principio morale ed estetico, che non a caso sfocia quasi naturalmente nella sublimazione artistica. Difficile non cedere a un’interpretazione sul filo dell’autobiografismo e della (auto)riflessione sulla (settima) arte.
“L’homme qui aimait les femmes” è l’ennesimo film di Truffaut su quella droga che si chiama cinema, sulla calda amante di celluloide: un rinnovato effetto notte che sfuma in un nero mortuario. Quello del funerale di Morane: ultima sfilata, quasi fellinesque, di tutti quegli amori che hanno popolato, prima ancora che la vita, la (sua, nostra) fantasia.
 
Dvd minimalista, nessun extra ad eccezione del trailer (per giunta nella versione américain).

 Inventario: SBV 10639 ; Collocazione: VF TRUFF UOM
criticato da: rob81 alle ore 23:28 | link | commenti (5) |

categorie: dvd , françois truffaut, in sala borsa

Operazione Canadian Bacon

di Michael Moore
con John Candy, Rhea Perlman, Alan Alda
Usa 1994
 
L’unico lungometraggio di finzione realizzato, finora, da Micheal Moore è un pamphlet fantapolitico-demenziale in perfetta linea con le ossessioni del regista, quasi una sintesi in chiave farsesca delle sue produzioni passate e future. Il film inizia, infatti, con una fabbrica chiusa (“Roger and me”), i cui ex-dipendenti si suicidano per disperazione gettandosi dalle cascate del Niagara. Il proprietario è un mefistofelico produttore d’armi (“Bowling a Columbine”) che per tirare a campare necessita di una nuova Guerra fredda. Anche il Presidente degli Stati Uniti (un Alan Alda dal brillante understatement), che i sondaggi danno in costante calo di popolarità, si sente un po’ orfano dei “rossi”, facili capri espiatori con cui distogliere gli elettori dai reali problemi della nazione. Non avrà per caso intenzione di inventarsi una guerra, adducendo sconclusionate motivazioni sostenute da una menzognera campagna mediatica, per giustificare l’attacco contro un innocuo e ignaro paese (“Fahrenheit 9/11”)? E quale sarebbe il nemico che da sempre trama nell’oscurità ai danni degli Americani? Ma naturalmente il Canada! Nazione verso la quale Moore coltiva un’idealizzata venerazione (era modello di riferimento costante anche in “Bowling a Columbine”).
Molto più simile all’irriverenza cialtrona di “South Park: il film” che non all’acume satirico de “La Seconda Guerra civile americana” (solo per citare un gioiellino fantapolitico che fotografa con impietosa lucidità il lato oscuro statunitense), il film ha gioco facile nello sbertucciare la storica rivalità che da sempre infiamma i due co-inquilini di continente, aggredendo la landa dell’Acero a suon di stereotipi esattamente come il suo vicino a stelle e strisce.
In tempi non sospetti il corpulento agitatore del Michigan preconizzava la strategia della politica internazionale firmata George Bush Jr., dimostrando paradossalmente maggior lucidità con un opera dichiaratamente grottesca e di finzione piuttosto che con quell’impasto docu-propagandistico che è “Fahrenheit 9/11”. A sostituire la massa ballonzolante del regista troviamo le forme altrettanto pingui di un barbuto John Candy (quasi un alter-ego), qui nelle vesti di uno sceriffo “canadofobo”, più una serie di camei che ci riportano dritti dritti nell’universo comico anni Ottanta, da Jim Belushi, che non fa assolutamente nulla (probabilmente la sua parte sarà stata sforbiciata), a Dan Aykroyd che regala forse la gag più divertente di tutto il film (è un poliziotto canadese che obbliga John Candy, in virtù della legge sul bilinguismo dell’Ontario, a riscrivere anche in francese tutte le parolacce anti-Acero che adornano il furgone). Ma anche Moore si ritaglia un cameo. Indovinate in quale ruolo? Esatto, proprio quello del corpulento provocatore e aizzatore di folle.

Occhio, che il dvd è un semplice riversaggio da vhs, senza neanche la versione originale.

 Inventario: SBV 12348 Collocazione: VF MOORM OPE
criticato da: rob81 alle ore 23:23 | link | commenti (6) |

categorie: dvd , in sala borsa
giovedì, 15 marzo 2007

Splatter marketing!

Un giorno mi sono alzato e ho pensato bene di scrivere una tesina su “Bumba Atomika”.
 
Ora, la domanda è: “Cosa caspiterina è ‘Bumba Atomika’”?
È una follia amatoriale che mescola alcolismo e musica metal, kung fu e necrofilia, uscita dalla mente del patron di Asian Feast, Michele Senesi. Il film è pubblicizzato in modo inventivo e così ho pensato di parlarne un po’.
 
Ora, la nuova domanda è: “Ma sei pazzo a scrivere di una cosa del genere per l’università?”. Bhu, forse sì, ma sappiate che mi è andata bene.
Inoltre la tesozza, dal sobrio titolo “Splatter marketing!”, è stata pubblicata sul sito ufficiale del film. E io sono orgoglioso e mi bullo molto della cosa.

criticato da: rob81 alle ore 22:35 | link | commenti (1) |

categorie: altro, bumba atomika
mercoledì, 14 marzo 2007

Succede solo... /2

...camminare per la strada e incontrare, così, Abel Ferrara. (E ovviamente farsi fare l'autografo).

 

(No, non girava con un trapano in mano, e sto bene, nonostante tutto).

 

criticato da: rob81 alle ore 21:05 | link | commenti (8) |

categorie: altro, bologna
martedì, 13 marzo 2007

Master of Horror 2.09 – “Right to die”

di Rob Schmidt
con Martin Donovan, Julia Anderson, Robin Sydney
Usa 2007
 
Dopo l’aborto, l’eutanasia. I temi più controversi del dibattito civile sembrano essere quest’anno al centro dei “Masters of Horror”. Ma se Carpenter, da par suo, con “Pro-Life” mirava a trascendere la normale confezione da serie tv horror per aprire il campo a riflessioni di stampo etico- politico, Rob Schmidt non ha di questi grilli per la testa e si concentra esclusivamente sul gore e sul puro entertainment (beninteso, non che dal regista di “Wrong Turn” ci fosse d’aspettarsi altro). Per fortuna, verrebbe da dire, per il semplice fatto che se si mira basso si rischia di far centro più facilmente.  
 
Durante un incidente stradale Abby rimane completamente ustionata e ridotta a uno stato vegetativo. Il marito Cliff vorrebbe mettere fine all’accanimento terapeutico, ma si scontra con la madre di Abby, animata più da tornaconto economico che da sincero affetto nei confronti della figlia. Anche Cliff ha parecchi scheletri nell’armadio e comincia a essere tormentato da raccapriccianti apparizioni della moglie, che si verificano ogniqualvolta la donna entra in stato di morte apparente.
 
“Right to die” ha moltissimi difetti, tra cui il principale è quello di essere una sonora puttanata. Colpisce basso e provoca attingendo preferibilmente alla sfera del disgustoso (soprattutto nella sequenza dello “scuoiamento” finale), esagera fino all’inverosimile inanellando colpi di scena a matrioska sempre più improbabili. Però è uno dei pochi episodi di questa stagione che riesce a divertire, a suscitare reale inquietudine, almeno in certe situazioni (ad esempio nel rappresentare il senso di minaccia castrante che pende sul protagonista) e soprattutto a recuperare certe atmosfere da serie Z, grezze, morbose e truculente, di cui francamente si sentiva la mancanza in questo campionario televisivo (a cominciare dalle giunoniche e lascive presenze femminili, che parrebbero uscite da un vecchio sexploitation). Martin Donovan è perfetto nella parte del “fuco” mammalucco completamente invischiato nelle trame della femmina predatrice.
criticato da: rob81 alle ore 01:25 | link | commenti |

categorie: masters of horror