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Un blog di nicchia. |
Negli anni Ottanta, in tempi di guerra fredda e d’imperialismo reaganiano, c’erano i Rambo e i Commando a tendere polpacci e bicipiti in difesa dell’ideale americano. Oggi, in epoca di conflitti incandescenti e di scontri tra civiltà, si rispolvera con rinnovato turgore lo stesso slancio machista e palestrofilo, si riesumano salme di glorie imbalsamate (i Rocky e i Rambo, per l’appunto) e si cerca di coniugare il conservatorismo ideologico con la nuova estetica silicon-grafica. Con una differenza: l’aggiornamento è in realtà un ulteriore ritorno all’indietro, verso i lidi del fantasy e del peplum mitologico, come se Hollywood, grazie alla seconda giovinezza del digitale, volesse riappropriarsi della cinemascopica grandeur del tempo che fu.
Maccio Capatonda è un genio. Un genio assoluto. Possibile che nessuno si sia ancora accorto di questo lisergico folletto dell’etere che semina lo scompiglio zampettando di rete in rete – dai vari Mai dire... a All Music Show –, ma anche e soprattutto per la Rete, e destabilizza format a colpi di grottesco e di surreale?
Capatonda si muove così tra gli interstizi del palinsesto televisivo e tra le cellule cerebrali dello spettatore, imbastendo una vera e propria “guerriglia comunicativa”, anche se di tipo donchisciottesco e brancaleonesco e quindi spogliato di qualsivoglia connotato ideologico.
Fosse stato ambientato interamente a Parigi e non a Montpellier (ma il protagonista viene dalla Capitale, ed è alla Capitale che ritornerà verso la fine del film) per “L'homme qui aimait les femmes” non si riuscirebbe a concepire una locandina più emblematica: una variazione sul tema del celebre manifesto di “Fantomâs”, con una leggiadra falcata femminile a troneggiare sopra i tetti de Paris in sostituzione del genio criminale....camminare per la strada e incontrare, così, Abel Ferrara. (E ovviamente farsi fare l'autografo).
(No, non girava con un trapano in mano, e sto bene, nonostante tutto).
Dopo l’aborto, l’eutanasia. I temi più controversi del dibattito civile sembrano essere quest’anno al centro dei “Masters of Horror”. Ma se Carpenter, da par suo, con “Pro-Life” mirava a trascendere la normale confezione da serie tv horror per aprire il campo a riflessioni di stampo etico- politico, Rob Schmidt non ha di questi grilli per la testa e si concentra esclusivamente sul gore e sul puro entertainment (beninteso, non che dal regista di “Wrong Turn” ci fosse d’aspettarsi altro). Per fortuna, verrebbe da dire, per il semplice fatto che se si mira basso si rischia di far centro più facilmente.