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Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
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Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
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mercoledì, 28 febbraio 2007

Berlinguer ti voglio bene

di Giuseppe Bertolucci
con Roberto Benigni, Alida Valli, Carlo Monni, Mario Pachi
Italia 1977
 
“Sono passati trent’anni ma sembra che il tempo si sia fermato, per esempio mi ricordo che nel 1977 il Festival di Sanremo lo conduceva Pippo Baudo… La differenza è che i Settantasettini di allora sono diventati settantasettenni…Oggi però non potrebbe più esistere un ‘Berlinguer ti voglio bene’, perché i militanti della sinistra non nutrono più passione nei confronti dei loro leader, al massimo Emilio Fede potrebbe dirigere ‘Berlusconi ti amo’”.
Va’ a ruota libera Roberto Benigni nel presentare alla platea del teatro Manzoni di Bologna il suo primo e per certi versi più riuscito film, che inaugura “Route 77”, un ciclo di proiezioni e incontri per celebrare il Settantasette. A fargli compagnia c’erano anche Giuseppe Bertolucci e il presidente della A.M.A. Film, rispettivamente “l’unico regista e l’unico produttore che non sono riusciti ad avere successo con un film di Benigni”, come li presenta il Robertone nazionale.
Perché “Berlinguer ti voglio bene”, vietato ai minori di diciotto anni e aspramente criticato all’uscita, appartiene a un’epoca in cui l’opinione pubblica si riusciva ancora a scandalizzare e in cui si faceva presto a boicottare le opere ritenute lesive della morale. A tal proposito i tre ospiti raccontano della reazione sconcertata di una tal contessa Cicogna, potenziale finanziatrice del progetto, a cui Benigni lesse in maniera particolarmente concitata la zozzissima sceneggiatura.
Per certi versi oggi non ce la passiamo meglio: “Un film come questo nel 2007 non si potrebbe concepire” – dice amareggiato Bertolucci. “A causa del totale appiattimento al modello televisivo è impossibile ormai trovare un produttore che abbia il coraggio di osare o degli attori, come all’epoca una star del calibro di Alida Valli, disposti a mettersi in gioco”.
 
 
Rivisto oggi “Berlinguer ti voglio bene” conserva immutata tutta la sua carica eversiva, restituendoci il perfetto manifesto di una generazione che, superate le utopie sessantottesche, si trovava ormai in balia dello sbando più nichilista. Benigni è decisamente punk quando si cimenta in quelle interminabili catene di turpiloqui e bestemmie (“la merda della maiala degli stronzoli del culo della fica coi budelli dei vitelli nelle cosce della sposa con le poppe pien di piscio nella bocca che gli puzza dentro il corpo dei coglioni che gli scoppian sulle palle troppe seghe dentro il cazzo troppi cazzi dentro il culo…”) che, tuttavia, come afferma lo stesso attore, proprio perché così iperboliche e reiterate, finiscono per diventare innocenti e caste, acquistando le cadenze di un cantico popolaresco, quasi una sorta di rap ante litteram.
Cioni Mario in fondo era già un poeta, non però un lirico zuccheroso e svenevole come l’Attilio di Giovanni de “La tigre e la neve”, ma un cantore terricolo e triviale alla Cecco Angiolieri, decisamente molto più autentico e capace di catturare le pulsioni e i turbamenti di un’epoca.
L’unico contemporaneo che attualmente sembra aver raccolto la sua eredità è un altro toscanaccio, Massimo Ceccherini, che per “Lucignolo” si è ispirato quasi alla lettera all’esordio benignesco, senza però raggiungere lo stesso furore anarchico e rivoluzionario. 
criticato da: rob81 alle ore 01:21 | link | commenti (13) |

categorie: altre visioni
domenica, 25 febbraio 2007

Furyo

di Nagisa Oshima
con David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Tom Conti, Takeshi Kitano
Giappone / Gran Bretagna / Nuova Zelanda 1983
 
“Furyo” (ovvero “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è un film che si sedimenta dentro lo spettatore, matura pian pianino, fino a germogliare di colpo, lasciando stupefatti.
 
“È stato come se Celliers con la sua morte piantasse un seme dentro Yonoi, che noi tutti potremo far crescere”, è la frase che pronuncia Mr. Lawrence durante il toccante commiato finale con il sergente Hara (un già immenso Takeshi, ancora né “Beat” né Kitano). Ed è soprattutto di questo che parla “Furyo”, anzi forse è soprattutto di questo che parla l'intera opera del poeta Oshima: l’Amore che sboccia dalla Morte, la nascita del sentimento in un ambiente violento e disumano. Allora tutto acquista improvvisamente un senso, anche ciò che a prima vista può sembrare criptico: Celliers sotterrato nella sabbia, la sua ciocca di capelli raccolta da Yonoi come fosse un petalo, il lepidottero notturno che si poggia sul suo volto ormai senza vita, a indicare che la metamorfosi è oramai compiuta. E, ancora prima, il modo in cui Celliers divora avidamente quei fiori rossi, oppure la presenza iperrealista di quel giardino rigoglioso nei flashback che lo riportano all’infanzia e la celeberrima colonna sonora dalla cadenza fanciullesca.
 
Oshima, così come in “Tabù – Gohatto”, non vuole realizzare un film storico o di guerra, ma semplicemente una storia d’amore (im)possibile, denunciando le costrizioni di una società repressiva e repressa che inibisce la libera espressione del sé, lanciando strali contro un Giappone gerarchizzato, formalizzato e castrante, ma anche (e più sottilmente) contro un Occidente altrettanto fondato sull’aridità e sul soffocamento delle emozioni. Nella speranza che il seme possa germogliare.
Il regista non avrebbe potuto scegliere incarnazioni più perfette dell’“alieno” David Bowie, essere androgino che cadde sulla Terra a portare scompiglio, e del suo perfetto contraltare Ryuichi Sakamoto, qui eretto a immagine e somiglianza di Yukio Mishima.
 
“Furyo” è un film che trasuda Amore più di quanto apparentemente possa lasciare intravedere.

Dvd essenziale, ovvero extra neanche a parlarne. Però il suo dovere lo fa: si vede e si sente bene.


 Inventario: SBV 15540 Collocazione: VF OSHIN FUR
venerdì, 23 febbraio 2007

Diario di uno scandalo

di Richard Eyre
con Cate Blanchett, Judi Dench, Bill Nighy, Andrew Simpson
Gran Bretagna 2006
 
A me “Diario di uno scandalo” sembra tutto tranne che “cinema”. Soggetto, intreccio e sviluppo figurerebbero meglio nella colonnina di settimanale scandalistico di quart’ordine. L’impianto è da film tv per il ciclo “Cronaca vera” o da servizio della “Vita in diretta”. Il libro di Zoë Heller, vincitore del Booker Prize, io non l’ho letto, ma se le stucchevolissime annotazioni diaristiche con cui ci ammorba Judi Dench in un’onnipresente quanto didascalica voce off sono citazioni letterali, allora è certo che la narrativa britannica contemporanea sta messa male. E quando non c’è la voce fuori campo le dà il cambio una martellante colonna sonora stile psychopathic-thriller, senza pietà alcuna per il mal di testa del povero spettatore.

Se le “Notes” sono quel che sono, lo “scandal” non esiste nemmeno. Almeno che per scandalo non s’intenda quel tipo di gossip pruriginoso e morbosetto, ma sotto sotto bacchettone e ipocrita, buono al massimo per indignare qualche artritico borghese catto-moralista, vedasi i vari casi di “professoressa porno” e di “maestrina dalla luce rossa” che in questi giorni cadono sulla promozione del film come il cacio sui maccheroni. Sì, c’è del torbidume, ma è totalmente compromesso dal perbenismo di fondo e dai dialoghi alla “Harmony”. Per tacere poi di come la tematica gay è repressa e stigmatizzata, (spoiler: essendo la lesbica folle l’unico capro espiatorio su cui ricadono le colpe di tutti gli altri personaggi, altrettanto colpevoli, però tutti assolti, perché una qualche forma di lieto fine è pur sempre necessaria). Il “cinema” dovrebbe fondarsi sulla riflessione sotto la superficie degli eventi, anziché limitarsi a provocare squallidamente gli istinti più bassi del pubblico.
 
E però non trovo nessuno che ne parli male. Sono rimbecillito io, o si sono fatti tutti abbagliare dall’interpretazione delle attrici? Bho, fatemi sapere la vostra opinione. Ora come ora darei il voto più basso.

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 17:54 | link | commenti (13) |

categorie: prima visione

Krrish

di Rakesh Roshan
con Hrithik Roshan, Priyanka Chopra, Rekha, Naseeruddin Shah
India 2006
 
È un uccello, è un aereo… no, fermi tutti, perché qui siamo a Bollywood e il supereroe più amato non è il buffo tipo con la calzamaglia blu e il mantello rosso, ma Krrish!! Superhero in salsa curry, un essere dai poteri quasi divini (il suo vero nome è, manco a dirlo, Krishna), con il volto di Luca Barbareschi (® Murda) e il fisico pompato di anabolizzanti. Ma il più straordinario prodigio Krrish lo ha compiuto la scorsa estate, quando nei cinema indiani è riuscito a sconfiggere il celebre kriptoniano nella dura guerra degli incassi. Quest’eroe mascherato dal gusto dubbio in fatto di travestimenti (ha una predilezione feticista per il latex) come paladino del nuovo cinema terzomondista, trionfo dell’etnico contro il globale? Andiamoci piano… perché il film di Rakesh Roshan, a sua volta sequel del precedente “Koi...Mil Gaya” con stesso regista e attore protagonista, che si “ispirava” invece più all’“E.T.” di Spielberg, è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno, quello bollywoodiano, da noi ancora quasi del tutto sconosciuto.
“Krrish” può servire da paradigma per individuare i caratteri assolutamente unici di questo cinema, una sorta di “isola felice” che mantiene una fisionomia pressoché immutata nel tempo e che non sembra essere scalfita né dalla globalizzazione né dall’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi media digitali (anzi semmai la rafforzano).
 
“Krrish” è un gigantesco tritacarne che, in barba a qualunque legge sul copyright, sminuzza, trita, centrifuga tutti gli umori filtrati dai blockbuster occidentali e orientali dell’ultimo decennio (e non solo), dal filone hollywoodiano sui supereroi alle evoluzioni aeree dei recenti successi wuxiapian, dagli effetti in stile “Matrix” alle distopie fantascientifiche sulla manipolazione temporale, fino alle suggestioni extraterrestri mutuate da “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Li lavora, li impasta e li amalgama secondo la ricetta e il gusto indiano, ovvero molto speziato e piccante: tutto è esagerato fino all’eccesso e fino al ridicolo, i balzi e le botte di Krishh sono l’emblema del “fumettoso”, ralenty e flou dolcificano artificialmente le sequenze romantiche e i primi piani delle star sembrano uscire da una pubblicità patinata de Loréal.
Cinema cannibalico, onnivoro e bulimico, ossessionato dalla smania di inglobare tutto ciò che possa piacere a un pubblico di massa in un’unica, per forza di cose chilometrica (185 minuti), pellicola: azione, effetti speciali, storia d’amore, gag comiche, melodramma a sfondo familiare e naturalmente canti e balli. Il tutto sostenuto da un respiro genuinamente popolare che ricorre a temi e figure presenti fin dalle origini della narrazione: l’individuo che fugge dal proprio luogo natio per diventare adulto, subisce il contrasto tra città e campagna, supera la prova e alla fine recupera l’eredità familiare nel rapporto con il padre.
E con un orientamento al marketing da far impallidire le strategie statunitensi, dalla coltivazione attenta dello star system, agli ammiccamenti al cinema orientale per esportare il prodotto in tutta l’Asia (il film, ambientato anche a Singapore, è una babele che mescola hindi, inglese e cantonese), a un product placement invasivo più di quanto si possa immaginare (del tipo che c’è un bambino del villaggio che chiede espressamente alla madre di Krishna di assaggiare la tal marca di bevanda, ostentata in bella vista).

“Krrish” fa inevitabilmente rima con kitch. Ma, in fin dei conti, anche “Superman” è sempre stato kitch. “Krrish” porta solo allo scoperto il gioco dell’eccesso e la dinamica del fumetto.
criticato da: rob81 alle ore 13:01 | link | commenti (8) |

categorie: bollywood
martedì, 20 febbraio 2007

Orgoglio nippo-italiano

Dall'Ansa:


IL GIAPPONE PREMIA UN COMPOSITORE ITALIANO TOKYO - Momenti di gloria in Giappone per un giovane compositore italiano, Gabriele Roberto, premiato a Tokyo per la colonna sonora del film di Tetsuya Nakashima 'Memories of Matsuko' in occasione del 'Japan Academy Award', la cerimonia che premia ogni anno le migliori opere cinematografiche del Sol Levante.

Gabriele Roberto, classe 1972, vive da un anno a Tokyo dove ha già collaborato con diversi artisti giapponesi, sia nel campo della musica pop che nella realizzazione di musiche per spot televisivi. Sulla scia del successo di 'Memories of Matsuko', il compositore italiano è già al lavoro per la colonna sonora del nuovo film di Pang Ho-Cheung, regista di Hong Kong premiato nel 2006 al Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la pellicola 'Isabella'.


Che dire, se lo merita tutto. E speriamo che questo contribuisca a dare più visibilità al film anche in Italia.
criticato da: rob81 alle ore 12:13 | link | commenti |

categorie: altro, tetsuya nakashima

Lady Snowblood

di Toshiya Fujita
con Meiko Kaji, Kô Nishimura, Toshio Kurosawa, Masaaki Daimon, Miyoko Akaza, Eiji Okada
Giappone 1973
 
 
Evviva, evviva, esce anche in Italia “Lady Snowblood”, in dvd. Con circa (quanti saranno, dieci, quindici?) anni di ritardo rispetto al mercato home video internazionale, a quattro anni di distanza dal primo “Kill Bill” e con dei manifesti promozionali che letteralmente capovolgono il rapporto tra l’originale e la copia (perfino la grafica dei titoli è “tarantinata”), ma è uscito. E pare che sia stato fatto anche un buon lavoro: doppio disco con entrambi gli episodi della saga, buon riversamento nel rispetto del formato originale e (naturalmente, visto che non esiste doppiaggio) audio giapponese sottotitolato.
Ciò significa che ormai per davvero non si accetta più nessun tipo di scuse nei confronti di chi, ad esempio, esclamerà: “Oh, ma quanto è originale Tarantino! Ma come gli verranno in mente tutte le trovate di cui è stracolmo ‘Kill Bill’ vol.1? Che ingegnosa soluzione è la suddivisione in capitoli! Com’è melanconica la canzone ‘The Flower of Carnage’, di chi è?! ”, e cose così.
 
E con questo non si vuole minimamente azzardare un paragone tra l’ultima fatica del maestro del post-pop-pulp (e aggiungerei anche un -gulp) e l’epopea femminile, sublime e spietata, di Toshiya Fujita, vero modello primigenio di tutti, ma proprio tutti, i vengeance movie muliebri a venire (incluso ovviamente quello di Park Chan-wook). Anche perché, sul serio, non esiste terreno di raffronto possibile, non si trova un’unità di misura comune che possa conciliare opere che partono da urgenze talmente differenti.
“Shurayukihime” è un poema, un poema fatto di immagini in movimento che possiede al tempo stesso l’icasticità gelida di un haiku e la spietata leggiadria di una stampa ukiyo-e.
“Shurayukihime” manca poco che sia arte astratta: l’identità della protagonista svanisce, la sua essenza (il suo nome, il suo passato, la sua stessa vita, insomma tutto ciò che fa di un individuo un individuo) si dissolve completamente per sublimarsi in un’entità simbolica, quasi un ideogramma, l’ideogramma della Vendetta appunto.
“Shurayukihime” è un cantico panico in cui la Natura entra in simbiosi con i personaggi. Ciascun capitolo è costruito a partire da una specifica dominante ambientale (il mare in tempesta che si frange sulla scogliera, le smunte foglie autunnali e ovviamente i fiocchi di ghiaccio purificatore) che fa tutt’uno con i moti dell’animo umano e incarna le diverse sfumature del concetto di vendetta. Fino all’immagine finale, in cui la protagonista si fonde letteralmente con la neve, il sangue rubino si mescola indissolubilmente con la coltre candida: Shurayukihime, una volta raggiunto il suo telòs ultimo, la forza attrattiva che le imprimeva il suo inarrestabile moto, cessa di divenire un nome, un ideogramma, e si tramuta panteisticamente in Natura. 
“Shurayukihime” è anche metafora politica (l’abominio scaturito dai soprusi del potere), è lavoro sperimentale, è un revenge movie duro e puro, che però ha il coraggio in parte di disattendere ogni tentativo di vendetta, frustrando e schernendo cinicamente l’ineluttabilità della ricerca della protagonista, nonché le attese spettatoriali.
 
“Lady Snowblood” è tutto ciò che “Kill Bill” non è.
criticato da: rob81 alle ore 01:36 | link | commenti (7) |

categorie: altre visioni, toshiya fujita
sabato, 17 febbraio 2007

Una notte al museo – una riflessione metacinematografica

di Shawn Levy
con Ben Stiller, Dick Van Dyke, Mickey Rooney, Carla Gugino, Robin Williams
Usa 2006
 
Che il film di Shaw Levy sia poca cosa è faccenda parecchio scontata, talmente autoevidente che non vale a nulla elencarne le mostruose deficienze e le trovate deficienti (principalmente tutte imputabili al regista Levy, totalmente privo di verve, creatività e gusto estetico ma, disgraziatamente, amico di Ben Stiller, il che significa che ce lo dovremmo cuccare anche nel suo prossimo film). Neanche la bravura di Stiller (provateci voi a recitare in mezzo a scimmie, manichini e dinosauri in computer grafica) e dei suoi comprimari (su tutti Owen Wilson in una deliziosa “particina-ina-ina”) riesce a salvare una narrazione costituzionalmente fiacca, che non ci risparmia neppure l’edutainment forzato e la sdolcineria familiare più conservatrice.
 
Ma, mettendo per un momento da parte tutto questo, è tuttavia innegabile che “Una notte al museo”, certamente a un livello sintomatico e subconscio, abbia il pregio di mettere in luce una serie di tendenze del blockbuster contemporaneo. La riflessione che segue prende le mosse da uno spunto di Murda (ma sarebbe meglio dire che gli ho rubato l’idea, spero proprio che non se ne abbia a male).
 
Credo che non ci siano dubbi sul fatto che tutto il film sia una gigantesca metafora metacinematografica. Ogni attrazione del museo è uno specifico archetipo dei generi spettacolari della Hollywood classica (soprattutto i cosiddetti spectaculars degli anni Cinquanta), che prendono vita durante la notte (ovvero quando “cala il buio in sala”). L’immagine che inaugura il film è emblematica: la facciata del museo di storia naturale è inquadrata in maniera prospettica e scintilla proprio come i loghi storici delle major, in particolare quello della Twenty Century Fox che gli spettatori hanno visto appena qualche secondo prima. Si tratta di un vero e proprio titolo “diegetico” di secondo grado, con lo scopo di annunciarci che il film nel film sta per cominciare.
 
Le portentose virtù magiche del museo fanno letteralmente “resuscitare” vecchi filoni cinematografici, alcuni ormai abbandonati o in declino: western (il diorama dei cowboy), kolossal peplum (le miniature dell’esercito romano), storico (Cristoforo Colombo e Gengis Khan), storico-patriottico (Teddy Rooswelt e Sacajawea), horror classico (la mummia), esotico (la giungla africana, la testa dell’isola di Pasqua) e fantastico con mostri giganti (lo scheletro di T-Rex che è naturalmente anche un omaggio diretto al primo blockbuster dell’era digitale, “Jurassic Park”).
Il fatto, poi, che due generi “spaziosi” e grandiosi come western e kolossal, all’epoca del Cinemascope i più apprezzati e diffusi, siano adesso rimpiccioliti e ridotti all’impotenza è senz’altro un’intuizione brillante (anche se i due “soldatini” dimostreranno nel corso del film di essere molto resistenti e alla fine esclameranno: “Non ci si libera di noi tanto facilmente!”).
Come se non bastasse, a svolgere una funzione quasi testamentaria figurano perfino vere e proprie “testimonianze viv