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Un blog di nicchia. |
“Sono passati trent’anni ma sembra che il tempo si sia fermato, per esempio mi ricordo che nel 1977 il Festival di Sanremo lo conduceva Pippo Baudo… La differenza è che i Settantasettini di allora sono diventati settantasettenni…Oggi però non potrebbe più esistere un ‘Berlinguer ti voglio bene’, perché i militanti della sinistra non nutrono più passione nei confronti dei loro leader, al massimo Emilio Fede potrebbe dirigere ‘Berlusconi ti amo’”.
“Furyo” (ovvero “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è un film che si sedimenta dentro lo spettatore, matura pian pianino, fino a germogliare di colpo, lasciando stupefatti.
A me “Diario di uno scandalo” sembra tutto tranne che “cinema”. Soggetto, intreccio e sviluppo figurerebbero meglio nella colonnina di settimanale scandalistico di quart’ordine. L’impianto è da film tv per il ciclo “Cronaca vera” o da servizio della “Vita in diretta”. Il libro di Zoë Heller, vincitore del Booker Prize, io non l’ho letto, ma se le stucchevolissime annotazioni diaristiche con cui ci ammorba Judi Dench in un’onnipresente quanto didascalica voce off sono citazioni letterali, allora è certo che la narrativa britannica contemporanea sta messa male. E quando non c’è la voce fuori campo le dà il cambio una martellante colonna sonora stile psychopathic-thriller, senza pietà alcuna per il mal di testa del povero spettatore.
È un uccello, è un aereo… no, fermi tutti, perché qui siamo a Bollywood e il supereroe più amato non è il buffo tipo con la calzamaglia blu e il mantello rosso, ma Krrish!! Superhero in salsa curry, un essere dai poteri quasi divini (il suo vero nome è, manco a dirlo, Krishna), con il volto di Luca Barbareschi (® Murda) e il fisico pompato di anabolizzanti. Ma il più straordinario prodigio Krrish lo ha compiuto la scorsa estate, quando nei cinema indiani è riuscito a sconfiggere il celebre kriptoniano nella dura guerra degli incassi. Quest’eroe mascherato dal gusto dubbio in fatto di travestimenti (ha una predilezione feticista per il latex) come paladino del nuovo cinema terzomondista, trionfo dell’etnico contro il globale? Andiamoci piano… perché il film di Rakesh Roshan, a sua volta sequel del precedente “Koi...Mil Gaya” con stesso regista e attore protagonista, che si “ispirava” invece più all’“E.T.” di Spielberg, è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno, quello bollywoodiano, da noi ancora quasi del tutto sconosciuto.
adulto, subisce il contrasto tra città e campagna, supera la prova e alla fine recupera l’eredità familiare nel rapporto con il padre.
Evviva, evviva, esce anche in Italia “Lady Snowblood”, in dvd. Con circa (quanti saranno, dieci, quindici?) anni di ritardo rispetto al mercato home video internazionale, a quattro anni di distanza dal primo “Kill Bill” e con dei manifesti promozionali che letteralmente capovolgono il rapporto tra l’originale e la copia (perfino la grafica dei titoli è “tarantinata”), ma è uscito. E pare che sia stato fatto anche un buon lavoro: doppio disco con entrambi gli episodi della saga, buon riversamento nel rispetto del formato originale e (naturalmente, visto che non esiste doppiaggio) audio giapponese sottotitolato.
“Shurayukihime” è un cantico panico in cui la Natura entra in simbiosi con i personaggi. Ciascun capitolo è costruito a partire da una specifica dominante ambientale (il mare in tempesta che si frange sulla scogliera, le smunte foglie autunnali e ovviamente i fiocchi di ghiaccio purificatore) che fa tutt’uno con i moti dell’animo umano e incarna le diverse sfumature del concetto di vendetta. Fino all’immagine finale, in cui la protagonista si fonde letteralmente con la neve, il sangue rubino si mescola indissolubilmente con la coltre candida: Shurayukihime, una volta raggiunto il suo telòs ultimo, la forza attrattiva che le imprimeva il suo inarrestabile moto, cessa di divenire un nome, un ideogramma, e si tramuta panteisticamente in Natura.
Che il film di Shaw Levy sia poca cosa è faccenda parecchio scontata, talmente autoevidente che non vale a nulla elencarne le mostruose deficienze e le trovate deficienti (principalmente tutte imputabili al regista Levy, totalmente privo di verve, creatività e gusto estetico ma, disgraziatamente, amico di Ben Stiller, il che significa che ce lo dovremmo cuccare anche nel suo prossimo film). Neanche la bravura di Stiller (provateci voi a recitare in mezzo a scimmie, manichini e dinosauri in computer grafica) e dei suoi comprimari (su tutti Owen Wilson in una deliziosa “particina-ina-ina”) riesce a salvare una narrazione costituzionalmente fiacca, che non ci risparmia neppure l’edutainment forzato e la sdolcineria familiare più conservatrice.
Le portentose virtù magiche del museo fanno letteralmente “resuscitare” vecchi filoni cinematografici, alcuni ormai abbandonati o in declino: western (il diorama dei cowboy), kolossal peplum (le miniature dell’esercito romano), storico (Cristoforo Colombo e Gengis Khan), storico-patriottico (Teddy Rooswelt e Sacajawea), horror classico (la mummia), esotico (la giungla africana, la testa dell’isola di Pasqua) e fantastico con mostri giganti (lo scheletro di T-Rex che è naturalmente anche un omaggio diretto al primo blockbuster dell’era digitale, “Jurassic Park”).