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Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
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Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
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mercoledì, 31 gennaio 2007

Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan

di Larry Charles
con Sacha Baron Cohen, Ken Davitian, Luenell, Pamela Anderson
Usa 2006
 
Sasha Baron Cohen potrebbe essere definito come “il comico delle minoranze”. La sua specialità è interpretare personaggi “diversi” o individui ai margini (non è escluso che le sue origini di ebreo ortodosso abbiano influenzato questa sua inclinazione). Il primo personaggio a renderlo famoso è Ali G, gangsta rapper squinternato che si esprime in un gergo quasi incomprensibile, cui l’attore aveva dedicato nel 2002 un film di minor successo. Nella trasmissione britannica “Da Ali G Show” comparivano altri due caratteri fissi: Borat, allampanato giornalista kazako dall’inglese incerto, e Bruno, reporter gay austriaco che sarà protagonista del prossimo lungometraggio di Baron Cohen. Nei ritagli di tempo l’attore si dedica a impersonare alcune macchiette, anch’esse ad alto concentrato di “diversità”, come quella del pilota Jean Girard, rivale di Will Ferrell in “Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby”, un bignami di tutti i più beceri stereotipi francofobi. All’attenzione e allo studio per la storia, la personalità, il linguaggio delle proprie “creature” Baron Cohen unisce un talento mimetico alla Peter Sellers a un’autoironia per la cultura ebraica non inferiore a quella di un Woody Allen.
 
 
Borat è l’incarnazione più perfetta del concetto di Altro. Appartiene a un mondo – non importa che si tratti proprio del Kazakistan, tanto per noi tutti i paesi dell’Est sono uguali – che noi occidentali tendiamo a rimuovere, consapevolmente o meno. Un mondo che riteniamo inferiore, barbaro, incivile e che spesso associamo alla religione e alla cultura araba. Borat che viaggia negli U, S and A, “the greatest country in the world!”, per effettuare uno “studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan” è come una testa d’ariete che fa esplodere le ipocrisie e le contraddizioni nelle quali viviamo. È il magnete che catalizza su di sé ogni forma di xenofobia latente e superficialmente addomesticata. È il transfert che innesca nel nostro io educato, civilizzato e politicamente corretto, i tarli seppelliti dell’antisemitismo, del sessismo, del razzismo, dell’omofobia. È il trickster, il fool che permette di far esplodere, seppur nello spazio tranquillizzante e contenuto di un semplice spettacolo comico, la frenesia per tutto ciò che è disallineato rispetto ai canoni del pensiero dominante.
 
 
Ecco, “Borat” è uno di quei film che trascende i suoi effettivi meriti tecnici e artistici, e tocca quasi i confini del capolavoro involontario. Probabilmente l’intento iniziale di Sasha Baron Cohen era quello di realizzare un semplice lungometraggio-contenitore a basso costo che raccogliesse i più riusciti sketch televisivi del giornalista kazako, realizzati prevalentemente con tecniche da reality tv, come la candid camera e le finte interviste. Generalmente a prodotti di questo tipo è spesso riservata un’accoglienza tiepida e una distribuzione direttamente nel mercato home video. Cos’è dunque che ha trasformato “Borat” nel successo dell’anno? Sicuramente la campagna pubblicitaria, una delle più innovative e coraggiose del 2006, ha contribuito in misura determinante, al punto che se ci fosse un Oscar per il marketing (e sarebbe forse il premio più coerente di tutta la cerimonia di premiazione dell’Academy), il film di Baron Cohen lo vincerebbe all’istante. Grazie a due strategie opposte, da una parte puntare sulla promozione nel web (con un finto sito del ministero dell’informazione del Kazakistan, dal look “pauperista”, e soprattutto con una valanga di filmati preparatori su Youtube) e dall’altra sul coinvolgimento diretto dell’attore nel ruolo di Borat in diverse occasioni pubbliche (festival, premiazioni, interviste), si è riusciti ad alimentare il fenomeno di culto e a far crescere un’altissima aspettativa prima ancora dell’effettiva uscita del prodotto.
 
 
Ma il film non avrebbe potuto sostenersi soltanto sulla campagna pubblicitaria. “Borat” funziona perché il suo umorismo, animalesco, zozzo, a volte ripugnante, giocato tutto sullo scoperchiamento dei tabù della nostra società, finisce per diventare un documento antropologico su noi stessi.
Strano che a prendersela con il film siano stati i kazaki (letteralmente infuriati per come è stata, a detta loro, denigrata l’immagine del loro paese) e gli ebrei. Si sarebbero dovuti lamentare piuttosto i wasp (americani bianchi protestanti di origine anglosassone), dall’elitista borghesia newyorkese che vorrebbe “civilizzare” Borat, fino agli zoticoni bovari texani che plaudono alla guerra del terrore di Bush (e, in effetti, molti intervistati una volta riconosciutisi in video hanno protestato eccome…). Sono loro che ci fanno la figura peggiore, perché i kazaki e le dicerie sugli ebrei sono palesemente finte, mentre le reazioni degli americani sono purtroppo autentiche. In esse si nota un disprezzo viscerale anche per le etnie e le classi sociali americane ritenute subalterne (i neri, le prostitute). Persino Borat si era fatto contagiare dallo spirito “U, S and A”, innamorandosi di quel fantoccio al silicone che è Pamela Anderson, qui assurta beffardamente ad apoteosi dell’intera cultura americana. Meno male che alla fine si ravvede e sceglie una pachidermica battona nera, l’unico essere su suolo statunitense che gli abbia mostrato un briciolo d’umanità. Wawawiwa.
 
 
Come accade spesso per i film comici stranieri più esilaranti, ma più difficili da adattare alla nostra cultura (due nomi su tutti, i Monty Python e Stephen Chow), anche per “Borat” si commetterà l’ennesimo scempio nella cabina di doppiaggio italiana. Il personaggio di Sasha Baron Cohen possiede una lingua tutta sua, un inglese rudimentale inventato, fondamentale per comprendere la gran parte delle gag. Il solito Pino Insegno, almeno a giudicare dal trailer italiano, sta invece facendo del suo peggio, snaturandone la parlata, inventando (stupide) battute che non esistono e traviando il significato originale dei dialoghi. Un appello accorato: compratevi il dvd americano e guardate “Borat” con i sottotitoli in inglese, perfettamente comprensibili anche per chi possiede una conoscenza elementare della lingua. Boicottiamo!

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 00:53 | link | commenti (13) |

categorie: prima visione, borat
lunedì, 29 gennaio 2007

Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution

di Joe Dante
con Jason Priestley, Elliott Gould, Kerry Norton, Linda Darlow
Usa 2006
 
Ciò che si può dire per John Carpenter vale anche per Joe Dante: i due fiori all’occhiello della passata stagione dei “Masters of Horror”, quelli che – assieme al genio incompreso Takashi Miike, ormai esiliato – avevano fatto sperare in uno svecchiamento del genere attraverso il tubo catodico, realizzano quest’anno due episodi più che dignitosi, ma comunque inferiori alle aspettative alimentate dalle prove precedenti.
 
Del resto per Dante era quasi impossibile superare le vette di quell’autentico capolavoro che è “Homecoming”, sintesi perfetta della cadaverica, necrofila (e speriamo ormai defunta) politica bushiana. Non c’è da lamentarsi più di tanto però, perché “The Screwfly Solution” rimane comunque il miglior episodio di questa prima tranche orrifica del 2006.
I vecchi fan dell’epigono di Corman rimarranno sorpresi non trovando in questo episodio il classico black humour tipico di opere quali “Gremlins”, “Small Soldiers” e “La Seconda guerra civile americana”, abbandonato in favore di toni cupi e tinte fosche da fantascienza apocalittica. È vero, le stoccate sapide e le scudisciate sbeffeggianti non mancano (ad esempio quando viene testato il grado di eccitazione di alcuni soggetti maschili mostrandogli le immagini più varie, tra cui proprio una scena di tortura da “Imprint”). Ma, anche quando l’ironia è certamente presente, si concreta in situazioni distorte e “malate” che, più che il sorriso, provocano ghigni sadici (vedi l’estrema unzione del prete maniaco). Inoltre, proprio come in “Pro-Life” di Carpenter, l’attenzione poggia tutta sulla contestazione politica e sociale, filtrata attraverso uno sguardo che privilegia l’ottica femminile o femminista.
 
Il mondo impazzito di “The Screwfly Solution”, un mondo in cui tutti gli uomini non distinguono più tra istinto sessuale e pulsione omicida, dove le donne sono continuamente vittime di abusi e violenze, è una versione appena un po’ estremizzata di quello in cui attualmente viviamo. La follia misogina colpisce tutti i maschi attorno alla stessa latitudine, dall’Arabia Saudita al Texas. Dante prende in mano l’evidenziatore e sottolinea per gli spettatori: la cultura americana non si creda meno fallocratica di quella islamica! E inoltre: la religione, in entrambe le culture, è forse la più potente arma di soggiogamento femminile. Anche qui, sempre come in “Pro-Life”, gli uomini uccidono perché “glielo ha chiesto Dio” e perché l’unico modo per ritornare nell’Eden incontaminato è quello di eliminare Eva. E ancora: è proprio il nucleo familiare, questa volta come in “Family”, ad essere l’anello debole, disgregante e destabilizzante dell’attuale società.
 
Gli spunti di “The Screwfly Solution”, come si vede, sono infinti: il regista, dopo “Homecoming”, continua a tastare il polso al suo Paese, questa volta preoccupandosi per le conseguenze in ambito globale e cercando di tracciare come un sismografo tutti gli sbalzi e le inquietudini di questo 2006 appena trascorso.
Il problema principale è la durata limitata del mediometraggio, che per forza di cose spinge a parziali (e raffazzonate) spiegazioni finali e a lasciare in conclusione quasi tutti i nodi ancora ingarbugliati. 

Sarebbe stato bello se Joe Dante avesse dato vita su grande schermo a un’altra “Terza guerra civile americana”, questa volta definitiva e inappellabile.

criticato da: rob81 alle ore 12:07 | link | commenti (2) |

categorie: serie tv, masters of horror
sabato, 27 gennaio 2007

Masters of Horror 2.06 – Pelts

di Dario Argento
con Meat Loaf, Ellen Ewusie, Link Baker
Usa 2006
 
Non riesco a fare a meno di provare un certo disagio nello scrivere queste righe. Continuo imperterrito a macinare episodi di “Masters of Horror” e continuo a parlarne sistematicamente sempre peggio. Di questo passo fino a che punto arriverò? E, soprattutto, chi me lo fa fare di completare la serie? Domande cui, in tutta sincerità, non so dare una risposta.
 
Tuttavia, pur tenendo conto del sentimento di frustrazione generale provato nei confronti della stagione, della mia connaturata antipatia verso Dario Argento (più che un regista negli ultimi anni è stato un abile sfruttatore del suo marchio), del fastidio che generalmente provo per lo splatter fine a se stesso, tenendo conto di tutto insomma, “Pelts” è oggettivamente tremendo, molto peggio del precedente “Jenifer”.   
 
Volendo essere proprio buoni, lo si potrebbe al meglio considerare come un sanguinolento omaggio ai B-movie gore anni Settanta o come l’esercizio di stile di una mente perversa sul tema della pulsione sessuale, sulla sua natura ferina e mortifera, simboleggiata da queste pellicce di procione maledette (???) in grado di innescare raptus omicidi e autolesionisti in chi le indossa. Ma si rischierebbe quasi di parlarne bene: in realtà l’aggettivo che riesco ad associare a “Pelts” è uno solo, gratuito.
 
Che considerazione si può avere di un prodotto quasi-pornografico (non solo nell’ostentazione del sesso, ma anche della violenza) e totalmente fine a se stesso? Qual è il senso che un’operazione del genere può avere oggigiorno? La trama è solo un flebile pretesto per sbatterci in faccia tette e culo della lapdancer Ellen Ewusie (forse l’unico vero motivo d’interesse dell’episodio) e per inondarci con litri di sangue, provocati dai supplizi che i personaggi si autoinfliggono in forme sempre più esagerate e involontariamente ridicole: uno mette la faccia dentro una trappola per la selvaggina, una si cuce occhi, naso e bocca con ago e filo, fino all’apoteosi di Meat Loaf che si strappa la pelle del torace con le proprie mani e continua a rincorrere la sua amata spogliarellista come se niente fosse.
 
Mentre atri maestri della paura come Carpenter, Dante, Landis tentano, pur nello spazio limitato del mediometraggio, di confrontarsi con problematiche serie e a volte scottanti, magari non cogliendo sempre nel segno, ma riuscendo a stimolare la riflessione dello spettatore, Argento no: lui continua a fare il cazzoncello e a divertirsi con le manine schiacciate e le testine mozzate. Qualcuno può dirgli che è ora di crescere?
 
Nota: questa donna – che peraltro ha parlato sempre benissimo della peggio feccia “Masters of Horror” – ha avuto il coraggio di dare all’episodio ben 4 stelline su 5, elencando tra i pro la presenza di “veri adorabili procioni”. Che teneri.
criticato da: rob81 alle ore 13:28 | link | commenti (4) |

categorie: serie tv, masters of horror
lunedì, 22 gennaio 2007

[OT] Orgogliosismi

E con grande piacere e onore che annuncio di essere stato segnalato dal blog di Antonio Genna per la sue rubrica sul web. Colgo l’occasione anche per complimentarmi con Antonio per il traguardo delle due milioni di visite. Grazie ancora.

criticato da: rob81 alle ore 10:58 | link | commenti (15) |

categorie: altro
domenica, 21 gennaio 2007

Future Film Festival 2007 – Una conclusione

Mentre si sta svolgendo l’ultima giornata del Future Film Festival 2007 io me ne sto nella mia cameretta con l’influenza e a scrivere probabilmente sotto l’influsso della FEBBRA. Peccato, perché mi attendevano alcune sorpesine finali come “Kemonozume” di Maasaki Yuasa e “Girl of Time” di Nobuiko Obayashi (il geniale autore di “Hausu”).
 
Tocca così tirare prematuramente le somme di questa edizione, che ha visto sicuramente annate migliori, soprattutto a causa dell’azzeramento dei fondi del Comune di Bologna. Un’edizione più cheap ed essenziale (si nota soprattutto la mancanza di uno degli elementi fondamentali per ogni Festival che si rispetti: i GADGET), funestato da tanti piccoli problemi organizzativi (come il mancato arrivo del responsabile della Aardman), molti dei quali non direttamente dipendenti dall’organizzazione. Non è possibile dunque prendersela più di tanto con la direzione, si tratta di crisi congiunturali che tutti i settori della cultura stanno attualmente attraversando in questo paese (e se l’Emilia Romagna e Bologna hanno difficoltà figuratevi le altre Regioni…).
 
Per quanto attiene alla selezione, pochi sono stati i titoli entusiasmanti, molte le opere gradevoli, molte anche le delusioni. La parte del leone, come era facile prevedere, l’ha fatta l’animazione giapponese: “Bakeneko tale” e “The girl who leapt throught time”, ad esempio. Sono stati scelti molti film provenienti da Cannes, ma sono mancati quelli del Festival di Venezia (dove pure lo scorso anno c’era molta animazione: Goro Miyazaki, Satoshi Kon, Mamoru Oshii, ecc..). Peccato.
 
Ringrazio per la compagnia Carlo e Luca (complimenti anche per il lavoro svolto) e alla combriccola di Asian Feast: Val, Mdm, Tif e tutti gli altri. Invece una sonora pernacchia ai cinebloggers che hanno tutti snobbato l’evento.

E per concludere: il premio per il titolo più brutto dedicato al FFF apparso sulle pagine nazionali va al Corriere della Sera On Line.

Tag Rob al Future Film Festival 2007
criticato da: rob81 alle ore 17:48 | link | commenti (5) |

categorie: rob al fff 07

Future Film Festival 2007 – IV giorno (20 gennaio 2007)

-         Arthur e il popolo dei Minimei
di Luc Besson
con Freddie Highmore, Mia Farrow
Francia/Usa 2006
 
Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi è ufficiale: Luc Besson si è ormai bevuto il cervello. Che il regista parigino si fosse messo in testa di “voler far l’ammeregano” lo si sapeva da sempre, ma ormai l’autore di “Léon” e “Nikita” (bei tempi quelli) importa dal modello Usa soltanto le caratteristiche più scontate e superficiali. Questo “Arthur e il popolo dei Minimei” è una specie di incrocio tra “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e “David Gnomo”, dove un bambino che per recuperare il tesoro del nonno – bisogna pagare i debiti per riscattare la casa, proprio come nei “Goonies” – si catapulta nel mondo di questi Minimoys, una tribù di folletti alta due millimetri che vivono nel giardino di casa, realizzata totalmente in computer graphic. Nessuna delle situazioni, battute, personaggi, riferimenti che popolano ciclicamente il cinema per l’infanzia da, diciamo, vent’anni ci è ovviamente risparmiato. 
In realtà Besson dirige pensando probabilmente più al videogioco che al film: la maggior parte delle sequenze si risolve in: correre, fuggire, combattere i nemici, sciogliere enigmi, e robe così. Più verosimilmente il prodotto cinematografico è un derivato del videogame (anche questo presentato al Future Film Festival) e non viceversa. D'altronde si sa che oggi il mercato più remunerativo dell’intrattenimento è quello dei giochi elettronici. Tutto sommato Luc Besson forse non si è proprio bevuto il cervello.
Con la partecipazione della solita vagonata di star superpagate per pronunciare un paio di battute a un microfono (Madonna, Robert De Niro, David Bowie, Snoop Dog, Harvey Keitel, ecc..) e con una resuscitata Mia Farrow. In compenso c’è da dire che il culo digitale della principessa minimea non è male.
 
-         The girl who leapt throught time
di Mamouro Hosoda
Giappone 2006
 
Che cosa accadrebbe se una normalissima studentessa di liceo, carina ed estroversa, acquisisse improvvisamente la facoltà di balzare indietro nel tempo? Ma naturalmente impiegherebbe il miracoloso potere per le sciocchezzuole più banali e futili, come tornare a mangiare il pudding che le ha spazzolato la sorella, cantare al karaoke con gli amici per dieci ore di fila, o superare brillantemente i compiti in classe. Ma la ragazza scoprirà ben presto che i salti temporali possono nuocere alle persone che la circondano e, tra i primi piccoli problemi di cuore e gli sconquassi confusionali tipici della pubertà, crescerà imparando a dare il giusto valore al tempo.
Perfetta commistione tra fantascienza – il film è tratto da un racconto di Tsutsui Yasutaka – e commedia scolastica shojo, ricco di momenti piacevoli e divertenti, “The girl who leapt throught time” non è altro che un racconto di formazione che fa ricorso a una prospettiva originale e insolita. Il regista Mamouro Hosoda, che per la Toho aveva realizzato prevalentemente anime rivolti a un target infantile, passa alla Mad House cimentandosi per la prima volta con il genere adolescenziale e ottenendo in patria un enorme successo di critica e pubblico.
Per quanto mi riguarda non chiedo altro: buon “cinema d’animazione medio”, gradevole e ottimamente disegnato nello splendore delle sue due dimensioni. Ormai solo l’Oriente produce opere di questo genere. Anche il pubblico del Future Film Festival ha apprezzato molto.
criticato da: rob81 alle ore 17:44 | link | commenti (5) |

categorie: prima visione, rob al fff 07

Future Film Festival 2007 – III giorno (19 gennaio 2007)

-         Black Jack – The Two Doctors of Darkness
di Makoto Tezuka
Gi