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Un blog di nicchia. |
Sasha Baron Cohen potrebbe essere definito come “il comico delle minoranze”. La sua specialità è interpretare personaggi “diversi” o individui ai margini (non è escluso che le sue origini di ebreo ortodosso abbiano influenzato questa sua inclinazione). Il primo personaggio a renderlo famoso è Ali G, gangsta rapper squinternato che si esprime in un gergo quasi incomprensibile, cui l’attore aveva dedicato nel 2002 un film di minor successo. Nella trasmissione britannica “Da Ali G Show” comparivano altri due caratteri fissi: Borat, allampanato giornalista kazako dall’inglese incerto, e Bruno, reporter gay austriaco che sarà protagonista del prossimo lungometraggio di Baron Cohen. Nei ritagli di tempo l’attore si dedica a impersonare alcune macchiette, anch’esse ad alto concentrato di “diversità”, come quella del pilota Jean Girard, rivale di Will Ferrell in “Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby”, un bignami di tutti i più beceri stereotipi francofobi. All’attenzione e allo studio per la storia, la personalità, il linguaggio delle proprie “creature” Baron Cohen unisce un talento mimetico alla Peter Sellers a un’autoironia per la cultura ebraica non inferiore a quella di un Woody Allen.
Ecco, “Borat” è uno di quei film che trascende i suoi effettivi meriti tecnici e artistici, e tocca quasi i confini del capolavoro involontario. Probabilmente l’intento iniziale di Sasha Baron Cohen era quello di realizzare un semplice lungometraggio-contenitore a basso costo che raccogliesse i più riusciti sketch televisivi del giornalista kazako, realizzati prevalentemente con tecniche da reality tv, come la candid camera e le finte interviste. Generalmente a prodotti di questo tipo è spesso riservata un’accoglienza tiepida e una distribuzione direttamente nel mercato home video. Cos’è dunque che ha trasformato “Borat” nel successo dell’anno? Sicuramente la campagna pubblicitaria, una delle più innovative e coraggiose del 2006, ha contribuito in misura determinante, al punto che se ci fosse un Oscar per il marketing (e sarebbe forse il premio più coerente di tutta la cerimonia di premiazione dell’Academy), il film di Baron Cohen lo vincerebbe all’istante. Grazie a due strategie opposte, da una parte puntare sulla promozione nel web (con un finto sito del ministero dell’informazione del Kazakistan, dal look “pauperista”, e soprattutto con una valanga di filmati preparatori su Youtube) e dall’altra sul coinvolgimento diretto dell’attore nel ruolo di Borat in diverse occasioni pubbliche (festival, premiazioni, interviste), si è riusciti ad alimentare il fenomeno di culto e a far crescere un’altissima aspettativa prima ancora dell’effettiva uscita del prodotto.
Ciò che si può dire per John Carpenter vale anche per Joe Dante: i due fiori all’occhiello della passata stagione dei “Masters of Horror”, quelli che – assieme al genio incompreso Takashi Miike, ormai esiliato – avevano fatto sperare in uno svecchiamento del genere attraverso il tubo catodico, realizzano quest’anno due episodi più che dignitosi, ma comunque inferiori alle aspettative alimentate dalle prove precedenti.
Il mondo impazzito di “The Screwfly Solution”, un mondo in cui tutti gli uomini non distinguono più tra istinto sessuale e pulsione omicida, dove le donne sono continuamente vittime di abusi e violenze, è una versione appena un po’ estremizzata di quello in cui attualmente viviamo. La follia misogina colpisce tutti i maschi attorno alla stessa latitudine, dall’Arabia Saudita al Texas. Dante prende in mano l’evidenziatore e sottolinea per gli spettatori: la cultura americana non si creda meno fallocratica di quella islamica! E inoltre: la religione, in entrambe le culture, è forse la più potente arma di soggiogamento femminile. Anche qui, sempre come in “Pro-Life”, gli uomini uccidono perché “glielo ha chiesto Dio” e perché l’unico modo per ritornare nell’Eden incontaminato è quello di eliminare Eva. E ancora: è proprio il nucleo familiare, questa volta come in “Family”, ad essere l’anello debole, disgregante e destabilizzante dell’attuale società.Sarebbe stato bello se Joe Dante avesse dato vita su grande schermo a un’altra “Terza guerra civile americana”, questa volta definitiva e inappellabile.
Non riesco a fare a meno di provare un certo disagio nello scrivere queste righe. Continuo imperterrito a macinare episodi di “Masters of Horror” e continuo a parlarne sistematicamente sempre peggio. Di questo passo fino a che punto arriverò? E, soprattutto, chi me lo fa fare di completare la serie? Domande cui, in tutta sincerità, non so dare una risposta. 
Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi è ufficiale: Luc Besson si è ormai bevuto il cervello. Che il regista parigino si fosse messo in testa di “voler far l’ammeregano” lo si sapeva da sempre, ma ormai l’autore di “Léon” e “Nikita” (bei tempi quelli) importa dal modello Usa soltanto le caratteristiche più scontate e superficiali. Questo “Arthur e il popolo dei Minimei” è una specie di incrocio tra “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e “David Gnomo”, dove un bambino che per recuperare il tesoro del nonno – bisogna pagare i debiti per riscattare la casa, proprio come nei “Goonies” – si catapulta nel mondo di questi Minimoys, una tribù di folletti alta due millimetri che vivono nel giardino di casa, realizzata totalmente in computer graphic. Nessuna delle situazioni, battute, personaggi, riferimenti che popolano ciclicamente il cinema per l’infanzia da, diciamo, vent’anni ci è ovviamente risparmiato.
Che cosa accadrebbe se una normalissima studentessa di liceo, carina ed estroversa, acquisisse improvvisamente la facoltà di balzare indietro nel tempo? Ma naturalmente impiegherebbe il miracoloso potere per le sciocchezzuole più banali e futili, come tornare a mangiare il pudding che le ha spazzolato la sorella, cantare al karaoke con gli amici per dieci ore di fila, o superare brillantemente i compiti in classe. Ma la ragazza scoprirà ben presto che i salti temporali possono nuocere alle persone che la circondano e, tra i primi piccoli problemi di cuore e gli sconquassi confusionali tipici della pubertà, crescerà imparando a dare il giusto valore al tempo.