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Masters of Horror 2.02 – Family
Masters of Horror 2.03 – The V Word
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Masters of Horror 2.05 – Pro-Life
Masters of Horror 2.06 – Pelts
Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
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Masters of horror 1.11 – Pick me up
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domenica, 31 dicembre 2006

Simpatici e Antipatici 2006

Preambolo: ogni classifica è sempre soggettiva. Questa lo è in particolare, perché determinata solo dai film visti da me - usciti nelle sale italiane nell’anno solare 2006 – e perché riflette i miei gusti, le mie inclinazioni verso particolari generi, le mie manchevolezze e le mie fissazioni.
Per la compilazione della graduatoria si è seguito il criterio cinebloggistico, ovvero si sono ordinati i film in base alle pallette ricevute. Per qualche film tuttavia non ho rispettato il giudizio formulato in sede di recensione. Perché cambiare idea è umano. 
Ne approfitto per farvi gli auguri di bon an. Aufidersen, ve vogghiu bene.
 
 
  I film che non potete aver perso
 
Secondo posto morale: The Host
(nota: “The Host” non rientra nella classifica perché viviamo in un paese di merda, in cui distributori miopi impediscono sistematicamente al pubblico di godere dei film più interessanti e stimolanti della stagione)
 
2. La Casa del diavolo (miglior horror 2006)
 
3. Miami Vice (miglior action 2006)
 
 
 
6. Ghost in the Shell - L'attacco dei Cyborg
 
 
 
 Ci manca poco così
 
7. Il Caimano (miglior film italiano 2006)
 
 
 
 
 film BELLI
 
Il diamante bianco
 
Inside Man

Match Point
 
 
 
 
 
 
  Gliela fanno
 
 
 
 
 
 
 
 
Volver
 
 
 
 Senza infamia e senza lode
 
Munich
 
The Departed (premio delusione dell'anno)
 
 
 
 
 
The Weather Man
 
Thank you for smoking
 
 
 
 
 
Il diavolo veste Prada
 
 
Ringraziamo per aver partecipato
 
 
Ricky Bobby
 
 
 
Silent Hill
 
 
 
 Disgustorama
 
 
 
 
 
 
 
 Facciamo finta che non siano usciti…
 
The Fast and the Furious: Tokyo Drift
 
 
 
 
 
 Moralmente ed eticamente deprecabili

I cinepanettoni tutti (Natale e New York, Olè, Commediasexy)
 
 
Il Codice da Vinci
criticato da: rob81 alle ore 17:17 | link | commenti (30) |

categorie: classificone
venerdì, 29 dicembre 2006

Capolavoro



"Bambi meets Godzilla", Marv Newland, 1969

(via Antonio Genna)
criticato da: rob81 alle ore 19:45 | link | commenti (6) |

categorie: altro

“Masters of Horror” 2.03 – The V Word

di Ernest R. Dickerson
con Arjay Smith, Banden Nadon, Jodelle Ferland
Usa 2006
 
Forse il titolo è l’unica cosa che può far sorridere di questo filmetto diretto da uno – Ernest R. Dickerson – che non si sa da dove sia sbucato fuori e scritto da un altro – Mick Garris – che con l’horror non si capisce ancora bene cosa ci abbia a che fare.
Quando, nell’anno di grazia 2006, si decide di raccontare una storia di vampiri, quando (come se sei stagioni di “Buffy the Vampire Slayer” non fossero mai esistite) si scelgono per protagonisti due adolescenti – nello specifico un insignificante ragazzino brufoloso e il suo beota compagno di colore – e infine quando, non paghi, si impiega il vampirismo come metafora per angosce puberali e problematiche familiari quali il divorzio, allora si capisce che in questi “Masters of Horror” c’è proprio qualcosa che non va.
E sarebbe nulla: non si potrebbe trovare un modo più banale, sciatto e archeologicamente televisivo – l’accostamento con la violenza dei videogiochi: ohmioddio! Siamo ai livelli degli speciali di “Porta a Porta” – per mettere in scena tutto questo. Risparmiateci almeno l’ombra allungata del vampiro stile Nosferatu ed evitate di profanare l’effige di Bela Lugosi facendola comparire sulla tv. O, almeno questo, trattenetevi dallo sballottare la telecamera e da usare filtri rossi durante la trasformazione vampiresca, per pietà. Ma soprattutto, perché il fanciullo bianco si redime e il fanciullo nero – peraltro un cacasotto che manco a dirlo ci lascia subito le penne – diventa invece una specie di gansta assetato di sangue? Brutti razzisti che non siete altro!
A Jodelle Ferland dopo “Tideland” la fanno recitare solo in film angoscianti. A quest’ora la bambina mi si sarà già traumatizzata.
 
Forse se la si smettesse di nominare “Masters of horror” il primo che passa sotto casa alcune cadute di tono così vistosamente plateali si potrebbero evitare.
criticato da: rob81 alle ore 01:00 | link | commenti (1) |

categorie: serie tv, masters of horror
domenica, 24 dicembre 2006

Merii Kurisumasu

 

 

 

criticato da: rob81 alle ore 16:06 | link | commenti (11) |

categorie: altro
sabato, 23 dicembre 2006

Masters of Horror 2.02 – Family

di John Landis
con George Wendt, Matt Keeslar, Hayley Guiel
Usa 2006
 
Cosa c’è di meglio per il Santo Natale di un racconto incentrato sul sacro valore della famiglia?
Solo che il divertissement di John Landis esprime il concetto di “sacro valore della famiglia” così come lo potrebbe intendere, diciamo, Norman Bates.
 
Harold ha messo a punto un metodo tutto suo per costruirsi il dolce nido. Sceglie per le strade la moglie, la figlia, la mamma e il papà che desidererebbe avere, li uccide, li scioglie nell’acido ascoltando in sottofondo gospel purificatori, poi agghinda gli scheletri con vestiti e parrucche e li piazza in salotto dove conversa amabilmente con loro. La situazione si complica ulteriormente quando una giovane coppia si trasferisce nella casa accanto e il buon uomo comincia ad essere attratto dalla dolce e bionda mogliettina.
La famiglia disfunzionale è uno dei macrotemi che pervadono da sempre la cultura americana, ma negli ultimi anni essa è davvero divenuta un’ossessione ricorrente, tanto al cinema (i film di Wes Anderson sono forse l’esempio più lampante) quanto nel mondo seriale (basta soltanto citare “Lost”). In questo caso il merito di Landis sta nel dissacrare la retorica familista made in Usa sommergendola d’abbondante humor nero, all’altezza delle sue prove migliori, e nel proporci un quadro in cui nessuno appare veramente per quel che è e in cui non esiste un parametro che potremmo definire di “normalità”.
 
Apprezzabile è in particolare la scelta d’oscillare senza soluzione di continuità tra gli eventi reali e le fantasie schizofreniche del protagonista (con effetti anche molto divertenti, come quando la giovane mogliettina nel bel mezzo di una conversazione ordinaria si mette a pronunciare una gran quantità di porcate). Altrettanto curioso è l’impiego di gospel e spirituals per commentare e contrappuntare la narrazione: quando Harold è “al lavoro” i canti sono tutti incentrati sul potere salvifico dell’acqua; nel finale vendicativo invece i testi parlando di sangue.
George Wendt è un campione d’ambiguità: le sembianze da orsacchiotto tenerone stridono con l’inquietudine del suo sguardo e del suo volto.
criticato da: rob81 alle ore 23:46 | link | commenti |

categorie: serie tv, john landis, masters of horror
venerdì, 22 dicembre 2006

Masters of Horror 2.01 – The Damned Thing

di Tobe Hooper
con Georgia Craig, Brent Stait, Ted Raimi
Usa 2006
 
Recidivo. Tobe Hooper dopo averci disgustato (in senso negativo, ovviamente) con “Dance of the Dead”, uno dei vertici più bassi toccati dalla scorsa annata dei “Masters of Horror”, ci riprova con questo “The Damned Thing” che dà il la alla seconda stagione, ottenendo (se mai fosse possibile) risultati ancora più sconfortanti. 
“The Damned Thing”, ispirato a un racconto di Ambroce Bierce e scritta da Richard Matheson (figlio), sedimenta moltissime suggestioni letterarie: l’orrore e la follia che si nascondono in una sonnacchiosa cittadina del profondo Sud, un poliziotto con un trauma rimosso (viene in mente il protagonista di “L’assassino che è in me” di Jim Thompson, ma il topos è fra i più classici), una famiglia in crisi per colpa della schizofrenia del marito (“Shining” dice niente?), un prete dal viso inquietante (interpretato dal fratello di Sam Raimi, tanto siamo tutti amici) e così via, saltando da uno stereotipo all’altro. L’esplosione della frenesia collettiva e il manifestarsi della violenza repressa assumono le sembianze di un mostro (“il dannato coso” appunto), simile a una chiazza petrolifera, che il nonno del protagonista ha inavvertitamente dissotterrato e risvegliato.
Se sulla carta il tentativo di reificare il lato più oscuro e profondo dell’inconscio poteva essere interessante, la sua traduzione in termini cinematografici è piatta e convenzionale. Hooper non sa creare tensione e l’unico mezzo cui si affida è lo splatter, impiegato in maniera così ingiustificata e inutile da risultare fastidioso e persino ridicolo (budella penzolanti in bella vista, un uomo che si fracassa la testa da solo a suon di martellate).
Dire che è un esercizio derivativo è fargli un complimento: “The Damned Thing” è piuttosto vuoto pneumatico. Ma da Hooper ce lo si poteva immaginare.
 
Intendiamoci, non è che mi aspetti molto da questa nuova edizione dei “Maestri de Paura” (diciamo che mi stuzzica solo il plot di “The Washingtonians”) – se non altro perché si tratta sempre degli stessi che si riempiono dei soliti discorsi pippaioli e autoreferenziali – ma se il buongiorno si vede dal mattino allora c’è di che spaventarsi seriamente…

Super Nacho (Nacho Libre)

di Jared Hess
con Jack Black, Ana de la Reguera, Héctor Jiménez
Usa 2006
 
Attendevo l’opera seconda per averne conferma: Jared Hess è un autore a tutto tondo, che non ha nulla da invidiare ad altri registi dell’american indie come Anderson e compagnia, forte di uno stile ben definito – la piattezza bidimensionale e fumettistica delle inquadrature (i personaggi come le marionette su sfondi disegnati che si vedono a inizio film), la fotografia allo zucchero filato, la composizione sonora ricercata da vero indie-fighetto, i volti grotteschi e felliniani di cui si circonda – e fautore di una precisa e coerente poetica di riscatto verso nerd e losers.
Scambiare le opere di Hess per innocue commedie adolescenziali (“Napoleon Dynamite”) o demenziali parodie sul mondo del wrestling (“Nacho Libre”, appunto) sarebbe un errore fatale; anche perché si rischia di non apprezzare gli sconclusionati tempi dilatati e di scambiare le goffe gag per puerili ingenuità.
È anche sbagliato affermare che Jack Black regge da solo tutto il film, che per il resto sarebbe inconsistente. Big Jack è divino, dà il meglio di sé, ma la sua ipertrofica performance (anch’essa a tutto tondo: fisica, mimica, linguistica, canora) è perfettamente incanalata e assoggettata alla visione del regista e diventa l’incarnazione (anzi l’encarnaciòn) del paradigma hessiano: l’uomo stralunato e fuori sintonia col mondo, in perenne lotta libera contro l’ipocrisia e il grigiore dell’esistenza ordinaria che alla fine afferma la propria individualità e alterità. Il marrone spento dei sai monacali contro il baluginante rosso-azzurro del costume da luchador, vuoi mettere?
I freaks vincono sempre nei film di Hess, e forse è questo il vero motivo per cui mi piacciono tanto.
Da vedere imprescindibilmente in lingua originale (o potreste perdervi questo).