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Un blog di nicchia. |
1. La seconda stagione di “Lost” è il naturale sviluppo dialettico della prima. Se all’inizio i naufraghi hanno dovuto fare i conti soprattutto con il proprio Io, alla problematica ricerca del sé nel mezzo di un naufragio che assume contorni spirituali prima ancora che fisici, in questo secondo anno il tema centrale è la scoperta e il rapporto con L’Altro: diverso, insondabile, misterioso, minaccioso.
3. Il tema del Destino e della Fede assumono sempre più un’importanza fondamentale. A partire naturalmente da quel maledetto computer in cui si deve inserire uno strano codice numerico ogni 108 minuti, pena (forse) la salvezza mondiale. Una delle immagini più geniali dell’intero serial, anche perché riesce a dare concretezza e tangibilità a uno dei concetti più misteriosi e difficili da definire: da dove nasce la fede? Il progetto Dharma è forse una delle metafore più incisive mai realizzate della scommessa pascaliana. D’altro canto è incredibilmente ironico che due tizi che si chiamano John Locke e David (Desmond) Hume fondino le proprie credenze su una realtà intangibile e inverificabile. di Leslie H. Martinson
con Adam West, Burt Ward
Usa 1966
Pow! Bang! Thud! Sbong! Ma soprattutto: Kitch! Camp! Pop! Psycho!
Corre voce che Federico Fellini apprezzasse questo film. E, a guardar bene, non è difficile crederlo. Con tutti i distinguo del caso e con le dovute proporzioni “Batman” classe ’66 è davvero un’opera felliniana. Goliardia fumettosa, parata carnascialesca, giostra psicotropa: giustamente dedicato ai “lovers of adventure, lovers of pure escapism, lovers of unadulterated entertainment, lovers of the ridiculous and the bizarre”, il film tratto dalla mitica serie televisiva con Adam West e Burt Ward è un degno monumento ai chiassosi e saturi anni Sessanta. Vette di demenza sfacciata, di comicità (in)volontaria, di sessualità serpeggiante (c’è pure il bondage!) e repressa (Robin ansimante!) che sono mille miglia lontane dalle prove, per quanto già abbondantemente grottesche e caricaturali, di un Joel Schumacher.
Ho appena scomodato Fellini: non contento tiro in ballo pure Lewis Carroll (sperando che nessuno si rivolti nella tomba…). Perché Gotham City è piuttosto una
“stupefacente” Wonderland, in cui indovinelli assurdi suscitano risposte ancora più assurde (ma stranamente esatte), le leggi della logica e della verosimiglianza risultano sghembe e inclinate come le inquadrature e tutti sembrano agire sotto l’effetto di gas esilarante. Tra cartelli situazionistici, dialoghi da teatro dell’assurdo, slapstick puro (l’improponibile sequenza della bomba), visionarietà di costumi e scenografia si riesce incredibilmente a produrre sul serio “divertimento non adulterato”.
Il dvd è folle fin nei menù ed è infarcito di Bat-extra, tutti sottotitolati in italiano: commento audio di Adam West (che non si fa certo pregare) e Burt Ward, featurette (neanche qui West fa il timido…), intervista all’inventore della Batmobile, trailer e gallerie d’immagini.
Inventario: SBV 14037 Collocazione: F MARTLH BAT
Stavolta bisogna cominciare dalla fine. Dai titoli di coda. Infatti, solo a partire dalle imprescindibili – badate, è un avvertimento – ultime immagini in calce a “Flags of our fathers” è possibile dare un senso a ritroso a tutto ciò cui abbiamo assistito prima. Nel raccontare la storia oscura e non ufficiale che si cela dietro la genesi della foto bellica forse più famosa di tutti i tempi, l’innalzamento della bandiera americana durante la battaglia di Iwo Jima, Clint Eastwood sceglie la strada della ricostruzione nel senso più letterale ed estremo del termine: plasma “pezzi di mondo” realmente esistiti, servendosi con meticolosità delle fotografie e delle testimonianze dell’epoca. Ce ne accorgiamo appunto solo a conclusione di spettacolo quando, accanto ai nomi di cast e tecnici, vediamo scorrere anche le immagini che ritraggono i veri soldati, sorprendendoci di come volti, gesti e situazioni siano del tutto identici a quelli messi in scena nelle due ore precedenti.
Il contrasto tra il rivoltante sozzume della guerra e l’immagine ripulita e conciliante che ne ha l’opinione pubblica non potrebbe essere più stridente: frontiera aliena e inospitale trasformata in un sogno di cartapesta per tifo da stadio; sciroppo di fragola ad addolcire una realtà sanguinante; eroi dati in pasto a una gragnola di flash, svenduti al ribasso in nome della logica dei dollari.
Lungi dall’essere classico (come se oggi fosse ancora possibile) il cinema di Clint Eastwood è anti-fordiano e anti-spielberghiano (a dispetto delle somiglianze di superficie con “Salvate il soldato Ryan”): inscena il tramonto dell’eroe e mette una pietra tombale sui generi, dal western, allo sportivo, al war movie. Viviamo in un mondo imperfetto e spietato: la salvezza, se esiste, non è più affare collettivo e sociale, ma personale. Si trova in disparte, lontana dai riflettori pubblici, magari su una spiaggia dove sei amici fanno il bagno, per un attimo spensierati.
Adesso che oramai l’avrete visto tutti potreste cortesemente dirmi per quale motivo “The Departed” dovrebbe essere considerato un capolavoro? Per come la penso io non basta la perfezione tecnica a fare un buon film, figuriamoci un capolavoro.
In realtà forse sto esagerando un po’ troppo, perché di certo i motivi per apprezzare il film non mancano (su tutti un’ottima sceneggiatura che calibra alla perfezione tutte le corrispondenze speculari tra i due protagonisti, intrecciando in parallelo tematiche familiari e parentali, un montaggio attento e preciso e l’interpretazione di Leonardo DiCaprio, che il regista in questi anni è riuscito come un demiurgo a plasmare completamente). Forse è sciocco pretendere opere rivoluzionarie da un vecchietto ultrasettantenne che ormai sembra cercare dimensioni alternative in cui mettersi alla prova (come quella del documentario). 
Flavio e Sikkolo strike back! Il duo più geek della rete, dopo il primo delirante “corto(medio)metraggio” realizzato direttamente da sfigati per sfigati, mette a segno un nuovo colpo ai danni della (nostra e loro) stabilità mentale.