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Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
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domenica, 29 ottobre 2006

A Scanner Darkly

di Richard Linklater
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr., Winona Ryder, Woody Harrelson, Rory Cochrane, Dameon Clarke, Marco Perella
Usa 2006 
 
Non esiste forse autore più difficile di Philip K. Dick da adattare per il cinema. Nonostante le sue intuizioni siano spesso di stampo cinematografico e si prestino particolarmente a essere rese con eccessi di visionarietà visiva (cosa che ne spiega l’enorme fortuna su grande schermo), Dick rimane scrittore difficile e oscuro, che nei propri romanzi stratifica significati e suggestioni difficilmente traducibili, fondendo la fantascienza con il pamphlet politico, le riflessioni filosofiche e teologiche con un’analisi acuta delle tensioni sociali e controculturali dell’America anni Sessanta (ma che valgono anche ai giorni nostri).
 
Questo spiega perché, al di là del capolavoro di Ridley Scott (finora l’unico in grado di prendere di petto la sfida metafisica, vincendola proprio nella misura in cui è riuscito a discostarsi dall’ombra ingombrante dell’originale), quasi nessuno abbia voluto cimentarsi con la reale portata dei testi dickiani. La maggioranza degli adattamenti ha scelto la strada più facile della trasposizione di superficie, che si ferma all’apparenza esteriore di genere senza spingersi in un più profondo scavo semantico, a volte con risultati non disprezzabili (“Total Recall” e “Minority Report”), ma comunque non da considerarsi rappresentativi dello spirito dell’autore.
 
Lo scostante Richard Linklater, studioso e appassionato del maestro, è forse l’unico ad essersi imposto la linea della fedeltà filologica e dell’aderenza al messaggio d’origine. Fedeltà che può sì essere un limite, perché impedisce al film di spiccare il volo su un piano autonomo, ancorandolo alla letterarietà di partenza (a partire dai troppi dialoghi), ma che garantisce in ogni caso un risultato complessivo più che soddisfacente, rispettoso, mai trasgressivo ma al tempo stesso mai convenzionale.
 
A cominciare proprio dalla tecnica del “rotoscope”, vecchio cavallo di battaglia di Linklater, qui però usata in maniera funzionale al racconto. Gli effetti speciali che appiattiscono la realtà del girato dal vivo, trasformandolo in cartone animato dalle campiture uniformi e dagli effetti di luce stilizzati, sono gli emblemi di un nuovo stato confusionale percettivo: l’azzeramento dimensionale e lo “schiacciamento prospettico” di realtà e allucinazione, resi ormai indistinguibili. L’estetica da fumetto, con le nuvolette a rappresentare pensieri e sogni, e quella dell’immagine filmata, il fast forward per saltare i tempi morti, si sincretizzano in un’unica modalità di rappresentazione digitale, fondata sull’artificialità della visione (e della droga…) sintetica.
 
Una suggestione, quella di Dick, che si situa perfettamente nel dibattito sullo sguardo contemporaneo (e che naturalmente ne riconferma lo straordinario talento visionario e predittivo). Il dilemma del rapporto tra osservatore e osservato si estremizza fino al caso di massima soggettività possibile, quello in cui chi guarda e chi è guardato coincidono in un medesimo soggetto. La scissione delle proprie attività percettive non può che condurre alla schizofrenia, al bipolarismo celebrale. Le immagini si moltiplicano e mutano all’infinito, proprio come la tuta proteiforme che il protagonista indossa per mascherare la propria identità.
 
L’incertezza dello sguardo e l’indecibilità percettiva si riverberano anche sulla conoscenza dello spettatore. Imprigionato tra cambi di prospettiva e colpi di scena (più o meno illusori) non è in grado di discernere le linee di fuga dei personaggi in un finale che s’interrompe troppo presto. Non ci resta che continuare a scrutare nell’oscurità…

 Voto:

 © Copyright 2003-2006 Associazione Culturale Balarm

criticato da: rob81 alle ore 21:59 | link | commenti (2) |

categorie: prima visione
venerdì, 27 ottobre 2006

The New World

di Terrence Malick
con Colin Farrell, Q'Orianka Kilcher
Usa 2005
 
Sinfonia lirica in quattro movimenti.
 
Overture panica: il concerto della natura si leva in crescendo e avvolge in un abbraccio suadente i nuovi arrivati. Non un viaggio nello spazio, ma nel tempo, fino all’alba dell’umanità. Corpi indigeni ondeggiano sinuosi, in preda a sensuale ferinità. Pocahontas è raggio di luce che incendia il cuore di Smith, soffio di vento che infonde spiritualità, pozza d’acqua che monda la corruzione, zolla di terra che riconsegna ad una corporeità antica. Amore, e nient’altro.
 
Andante con moto per archi (e frecce): la civiltà in tutto il suo sozzume. Corruttela, sfacelo e putrescenza. Le membra molli e lo spirito fiacco dell’uomo moderno si sfracellano contro la forza pura e immacolata dei nativi.
 
Sonata triste in assolo: la natura civilizzata. Le forme frementi della principessa indiana costrette in una gabbia di corsetti, lacci e tacchi alti. La forza vitale di un popolo aggiogata e irreggimentata, infiacchita dal virus della modernità. Campi di tabacco tutti uguali con i quali imporre un ordine falso e sovracostruito. Anche l’Amore diventa gesto vicario, supino atto di sottomissione, fioco lumicino a gas che ha perso tutto il calore naturale del sole.

Gran Finale: la civiltà naturalizzata. Ritorno al vecchio mondo e al vecchio sentire. Principi e principesse abdicano di fronte alle ragioni del cuore e dello spirito. La foresta vergine è sostituita da un giardino all’inglese, squadrato ma ancora pulsante. Tensioni opposte finalmente si equilibrano e si conciliano. È dalla morte che nasce una nuova Nazione.
criticato da: rob81 alle ore 23:56 | link | commenti (10) |

categorie: altre visioni, terrence malick
giovedì, 26 ottobre 2006

Time

di Kim Ki-Duk
con Ha Jung-woo, Sung Hyun-ah
Corea del Sud 2006
 
Un Kim Ki-Duk for Dummies. Se è vero che un regista fa sempre lo stesso film, non è accettabile la progressiva semplificazione di temi e ossessioni ricorrenti (l’impossibilità di amare, lo scorrere del tempo e delle stagioni, lo studio sull’identità), altrimenti si rischia di piombare nella “sindrome di Woody Allen”. E Kim ci è sprofondanto in pieno, a dire il vero già con “L’Arco”. Ma la sua ultima fatica è doppiamente fallimentare, sia sul piano verbale (relativamente inedito per il regista) che su quello visivo.
I dialoghi non sono solamente ridondanti, ma anche considerevolmente vuoti, superficiali e sgraziati (va detto anche che il doppiaggio – come capita spesso per i film asiatici – non aiuta). La parola esemplifica inutilmente i concetti, rende didascaliche le situazioni e stempera l’emozione, in alcuni casi con effetti ironici (più o meno volontari) che lasciano interdetti (la mia vicina di poltrona che si schiantava dalle risate a ogni benedetta scena – anche durante l’incidente, le colluttazioni, le crisi di follia – è però un caso [clinico] a parte).
Persino la limpidezza dello sguardo pare essersi offuscata e bisogna accontentarsi di una stanca reprise del vecchio repertorio immaginifico, svilito e sovente ridotto ad autocitazionismo (quando non si rubacchiano suggestioni altrove, come da “The face of another” di Teshigahara): le sculture stranianti di “Samaria”, lo sfiorare di mani di “Ferro3”, il vetro squarciato e il corto-circuito ciclico e impossibile di “Bad Guy”.
Questo rimando continuo ed esplicito alla filmografia precedente (il poster di “Wild Animals”, sua opera seconda) autorizza a pensare che “Time” sia un film di transizione e di ripensamento, il tentativo (per ora fallito) di sperimentare una nuova poetica, quella delle parole, e fors’anche l’espressione di un disagio e di una crisi creativa (una specie di “Takeshis’” se vogliamo, ma meno riuscito). Non è vero che Kim Ki-Duk non abbia più niente da dire: diamogli il giusto tempo per germogliare e rifiorire.
criticato da: rob81 alle ore 00:45 | link | commenti (12) |

categorie: prima visione, kim ki-duk
lunedì, 23 ottobre 2006

Al voto, al voto!

Premessa: il pagellino è frutto di considerazioni assolutamente soggettive e di una frequentazione solo parziale della Festa di Roma (e della Biennale di Venezia). I giudizi sono formulati esclusivamente dal mio punto di vista: non un giornalista, né un distributore o produttore cinematografico, ma un semplice appassionato cinefilo che segue i festival con il solo scopo di vedere bei film. E vengono privilegiati soprattutto gli aspetti pratici, che possono magari tornare utili a chi ha intenzione di assistere alle prossime edizioni.


Organizzazione: è il punto debole di entrambe le manifestazioni. Venezia è per sua intrinseca natura insulare un caos. Ma neanche Roma scherza: il traffico capitolino è leggendario e, nonostante fosse disponibile una linea d’autobus molto efficiente, risultava comunque disagevole spostarsi da una zona all’altra della Festa. Anziché disperdere gli eventi sull’intero territorio cittadino (anche se capisco che l’intento era quello di coinvolgere tutti i quartieri della Capitale) sarebbe stato meglio concentrare il più possibile gli eventi principali nell’Auditorium (almeno quelli riservati agli accreditati), magari costruendo qualche altra sala sul modello del Palaromauno.
Roma:   Venezia:


Strutture: su questo aspetto è scontata la vittoria di Roma. Venezia avrà sempre dalla sua il fascino e l’eleganza dei palazzi storici del Lido, ma L’Auditorium di Renzo Piano è moderno, enorme, funzionale, l’ideale per eventi mastodontici di questo tipo. Come se non bastasse molti stand e infrastrutture sono stati costruiti ex novo per l’occasione. Il complesso lagunare, che ha alle spalle settant’anni di storia e d’umidità palustre, avrebbe invece urgente bisogno di una ristrutturazione, anche se trovare i fondi immagino non sia impresa proprio facilissima.
Roma:   Venezia:

Prezzi: Se pensavate che i commercianti del Lido fossero una gigantesca associazione a delinquere dovreste farvi un giro all’Auditorium; 3,50 € per una fetta striminzita di pizza e 4 € per un hot doggino (di vero cane, a giudicare dal sapore), 3 € per una confezione di Ritz. E questo per rimanere sul gradino più basso della scala alimentare: se volete un primo o un secondo è meglio tirare fuori il libretto degli assegni. Però il Parco della musica ha dalla sua il considerevole vantaggio di non trovarsi su un’isola e il pubblico può quindi spingersi in avanscoperta alla ricerca di locali più economici. Stesso discorso vale per l’alloggio, ma non aspettatevi di trovare cifre molto più basse di Venezia (una singola si aggira sempre sui 40-50 €, se siete fortunati, ma più ci si avvicina al centro più i costi salgono).
Roma:    Venezia:

Biglietti/Accrediti: La strategia di Roma è dichiaratamente improntata sulla politica dei prezzi popolari. I biglietti delle proiezioni costavano dai 4 ai 7 euro, contro le cifre stratosferiche (anche 30 euro per una prima serale con gli attori) di Venezia. A conti fatti però questa scelta non si è rivelata vincente, perché i biglietti per gli eventi più importanti si sono esauriti in poche ore e molta gente, presa dalla compulsione, ha acquistato posti per spettacoli di cui in condizioni normali non gliene sarebbe fregato di meno. Inoltre la Festa di Roma non ha messo a disposizione né abbonamenti, né speciali carte sconto come la tessera under 25 veneziana.

Discorso diverso per gli accrediti. Bisogna dire che a Roma gli accreditati culturali sono trattati quasi come esseri umani: possono aver accesso alle proiezioni stampa con la stessa priorità dei giornalisti (tranne nella sale del Metropolitan, più piccole), hanno diritto alla connessione wireless (ma non alle postazioni pc della sala stampa) e ai bus navetta gratuiti. La nota dolente è che per tutti gli spettacoli non riservati agli accreditati bisognava obbligatoriamente ritirare speciali biglietti alle casse. Il problema è che all’Auditorium c’era soltanto una biglietteria abilitata (a fronte delle migliaia di botteghini riservate ai “civili” sparse per la città), di conseguenza toccava ogni mattina fare almeno un’ora di fila. Inoltre bisogna decidere il programma in anticipo, perché gli sportelli chiudono alle 12.00. E se ti si scombussolano gli appuntamenti all’ultimo minuto sono cavolacci tuoi.A Venezia è più facile: fai la fila e se c’è posto entri. Lo stress c’è sempre, ma almeno puoi cercare di imboscarti all’ultimo momento. Io così riuscivo a vedere molti più film.
Roma:   Venezia:

Vippaio: Se siete amanti di questo genere di cose accomodatevi pure; Roma straripa di vippume, dal livello più nobile (grandi attori e registi nazionali e internazionali), fino a quello più becero che col cinema poco c’azzecca (il folto clan televisivo romano e tutta la grande famiglia delle vallettine, letterine, calendarine, ecc, ecc). Ed è pure facile abbordarli mentre camminano per i corridoi dell’Auditorium. Non che Venezia sia parca di star, ma (per fortuna) il glamourama non è l’elemento esclusivo, né quello preponderante.
Roma:   Venezia:

Selezione Film: Giorgio Gosetti l’anno scorso diceva a noi studenti di Bologna che quando si organizza un festival la scelta dei film è un problema secondario, accessorio; la cosa principale è “montare l’evento”. Scorrendo il programma romano, pare proprio che sia stata questa la filosofia di fondo. Alcuni parlano di scarti veneziani: se non è così, poco ci manca. In ogni caso il carnet offerto era appetibile più per la gente comune drogata di star hollywoodiane che per i cinéphile. Limitatamente al poco che ho avuto modo di vedere, Venezia è ancora il festival numero uno in Italia quanto a importanza e qualità dei titoli in programma (siano essi in concorso, première, o rassegne). Anche negli eventi collaterali la Festa di Roma ha dato l’impressione di privilegiare più l’apparenza che il contenuto, le paillette e la “Dolce vita style” piuttosto che l’approfondimento delle tematiche. Però tanto di cappello per come è stata gestita la copertura mediatica.
Roma:    Venezia:

criticato da: rob81 alle ore 22:58 | link | commenti (9) |

categorie: rob alla festa di roma

Per chi non ce la fa ad aspettare

 
I primi quattro minuti di "Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan", cortesemente offerti da Youtube (dove trovate molto altro materiale borratico). WAWAWA!.
E anche il sito ufficiale è spettacolare.
criticato da: rob81 alle ore 18:44 | link | commenti (2) |

categorie: altro, borat
giovedì, 19 ottobre 2006

Festa di Roma: Domenica 15 Ottobre

Mortacci. Sono ancora vivo, e la cosa non è poi così scontata di questi tempi. La trasferta romana è stata piccola ma devastante, funestata da grandi tragedie (io avevo preso la metro poco tempo prima) e piccoli disagi personali. Nel caos organizzativo sono riuscito a vedere meno film di quanto programmato (con alcune gravi perdite: “The Departed” e “Fascisti su Marte”) e quelli visti si sono rivelati meno belli di quanto sperato. Ma qualche soddisfazione è saltata fuori lo stesso, a volte inaspettatamente.
 
Veniamo ai saluti. Ringrazio Violetta Bellocchio per avermi allietato durante le proiezioni stampa e gruppuscoli sparuti di AsianFeast (Prisoner KSC2-303 e suo fratello, Jimmy Tong, Giampy-77, Luca), per non avermi fatto sentire l’unico far east fan dell’Auditorium Parco della musica.
 
E adesso beccatevi i film. Più avanti un resoconto completo della Festa e un confronto con Venezia.
 
Domenica 15 Ottobre
 
La vera leggenda di Tony Vilar
di Giuseppe Gagliardi
con Peppe Voltarelli, Totonno Chiappetta, Cristina Mantis, Dario De Luca
Italia 2006
[Extra]

Ok, confesso di essere entrato in sala per caso, perché avevo perso Patrick Tam e non sapevo che fare. E confesso anche di aver abbandonato la proiezione un’oretta abbondante prima della fine, ufficialmente perché ho fatto (invano) la fila per “The Departed”, non ufficialmente perché mi ero rotto le balle. Un solo aggettivo per definire questo mockumentary: trendy. Il revival melodico anni ’60, i migranti verso il nuovomondo, tutti gli stereotipi dell’italianità all’estero, soprattutto se calabrese e pugliese (e quindi vai di pizzica e taranta). E in più con uno stile da reality che da qualche anno sta inquinando il nostro cinema, soprattutto quello delle piccole produzioni indipendenti (un altro titolo del genere è il bruttissimo “Road to L – il mistero di Lovercraft”). E poi, dai, un film in cui recita uno che risponde al nome di Totonno Chiappetta non può essere preso sul serio. Buono al massimo per il Biografilm Festival (frecciatina), non certo per la Festa di Roma.
criticato da: rob81 alle ore 23:01 | link | commenti (4) |

categorie: prima visione, rob alla festa di roma

Festa di Roma: Lunedì 16 Ottobre

The Go master (Wu Qinqyuan)
di Tian Zhuangzhuang
con Hironobu Nomura, Takashi Nishina, Yi Huang, Li Xuejian, Keiko Matsuzaka, Sylvia Chang
Cina/Giappone 2006
[Cinema ‘06]
 
Biografia di Wu Qinqyuan, uno dei più grandi maestri della storia del Go (complicatissimo gioco da tavolo d’origine cinese) e responsabile della diffusione di questa disciplina in Giappone. Tian Zhuangzhuang descrive il Go con toni misticheggianti e spiritualisti (il gioco in sé è sempre fuori campo, i personaggi prendono in mano le pedine con la stessa ieraticità di chi afferrerebbe i grani di un rosario). Lo stesso Wu è considerato una specie di santone, le cui abilità derivano direttamente da Dio. Non a caso per un certo periodo la vocazione religiosa prenderà in lui il sopravvento e si unirà a una setta. Vi è anche un sottotesto politico, perché il maestro è attivo durante la Seconda Guerra mondiale e la sua opera di divulgazione in territorio giapponese ne fa un alfiere di pace e di tolleranza (“Il Go non conosce nazioni”).
Praticamente è “L’ultimo imperatore” del Go: un ritratto agiografico e illustrativo, un album patinato privo di passionalità.
Voto:
 

 

L’Heritage (The Legacy)
di Géla Babluani, Temur Babluani
con Sylvie Testud, Stanislas Merhar, Pascal Bongard, Olga Legrand, George Babluani,
Georgia/Francia 2006
[Cinema ‘06]
 
Un caso cinematografico decisamente singolare. In un piccolo e lontano paese dell&