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Un blog di nicchia. |
Forse a qualcuno di voi è giunta voce che quest’anno, oltre alla Biennale di Venezia, ci sarà anche un altro importante festival nazionale, che si svolge nella capitale. Incredibile, no?
A quasi quindici giorni dall’inaugurazione finalmente si sono decisi a pubblicare il calendario.
Ordunque, io penso di farci un salto, anche solo per qualche giorno, anche solo per dire “io ci fui” (o meglio “io ci fuqui”).
Chi viene? Chi mi sa consigliare qualche posto dove dormire? Chi ha voglia di condividere con me la putrida stanza di un fetente ostello di periferia gestito da immigrati cinesi collusi con la triade? Fatevi sentire.
Oh, in verità non è che ci sia tutto questo granché in programma, il carnet mi sembra persino più moscio di Venezia. Soprattutto i nomi asiatici sono veramente pochi e per di più gente che ultimamente ha fatto cilecca (Tsukamoto e Yimou).
Al di là dei grandi nomi (Scorsese, Nolan, Virzì, ecc) so già che gli applausi saranno per due sicuri capolavori comici: “Fascisti su Marte” e “Borat: the movie” (via Kekkoz, via Violetta).
Capitemi bene: il film è stupidissimo, forse la stupidità fatta film, non so assolutamente chi sia l’attore/regista Steve Oedekerk e l’idea di ridoppiare un film asiatico stravolgendone il significato è un plagio da “What’s up Tiger Lily?”. Ma, nonostante tutto ciò, il sottoscritto si è divertito un casino, perfino più che con il film di Woody Allen. Sarà che il mio senso estetico incomincia a vacillare, sarà che la parodia degli stilemi del kung fu movie (l’interminabile susseguirsi di zoommate, l’iteratività narrativa) ha con me gioco facile. Saranno soprattutto alcune sequenze da trip lisergico: l’incipit in cui un neonato palesemente finto si esibisce nelle arti marziali, il combattimento contro una mucca (?), il personaggio di Ling-ua (o meglio Tongue). Si continua a precipitare sempre più in basso nel precipizio dell’assurdo: marmotte usate come nunchaku, una guerriera con una tetta sola e alla fine arrivano pure dei misteriosi dischi volanti guidati da alieni francesi (???). Il tutto con effettacci orribili e nuovi attori sovrapposti a immagini di un vecchio film di Wang Yu. Ma io ho riso lo stesso.
Forse pochi conoscono questo film. Non che tutti gli altri si siano persi un capolavoro imprescindibile, anzi il soggetto – un ballerino indiano va in Usa a cercar fortuna, viene coinvolto per caso in un film a luci rosse, diventa sempre per caso un rinomato santone del sesso, ma abbandona fama e gloria per il vero amore – scivola presto nella linearità e nella prevedibilità.
Forse è bene chiarire subito le cose. “Pulse” è l’ennesimo horror adolescenziale tardoestivo di serie B americano. Ma probabilmente non tutti sapranno che il film del semi-esordiente Jim Sonzero è anche l’ennesimo remake di un horror giapponese che ha avuto notevole successo sia in patria che all’estero, “Kairo” (il cui titolo inglese era appunto “Pulse”) di Kurosawa Kyoshi.
Il “Pulse” statunitense mette da parte qualunque riflessione di natura metafisica e l’unico messaggio che si può rintracciare è buono al massimo per una pseudo-inchiesta d’attualità modaiola: i telefonini e le chat al computer creano tra i giovani comunicazioni artificiali che soppiantano l’autentico contatto sociale (ma è una morale talmente stupida e insignificante che speriamo vivamente di esserci sbagliati nell’averla individuata). Il resto è vuoto pneumatico: senza esagerare, è come se si fosse preso in prestito un soggetto di Ingmar Bergman per realizzare una commedia dei fratelli Vanzina.
Non starò qui a dilungarmi sulla figura di Lau Kar-Leung (aka Liu Chia-Liang), uno dei più grandi coreografi d’arti marziali di sempre, colui che seppe resuscitare il genere kung fu dopo la crisi degli anni ’70 causata dalla morte di Bruce Lee, inventando anche alcuni filoni nuovi, come quello dedicato ai monaci Shaolin. In caso voleste saperne di più, quest’uomo gli ha dedicato una tesi.
Con “Barren Illusion” la tendenza all’erosione e ella scarnificazione del genere, tipica in Kurosawa, giunge alle estreme conseguenze fino al totale sgretolamento del racconto. La trama, che a quanto pare, stando alle sinossi che si trovano in giro, parla di pollini velenosi e di una coppia in crisi che si sottopone e a una terapia sperimentale per contrastarne l’effetto, è davvero ardua da seguire. L’horror si sfarina del tutto e Kurosawa decide piuttosto di ispirarsi ad Antonioni (nei dialoghi e nella rappresentazione della vacuità). Il risultato, come si sostiene anche da altre parti, non è sempre soddisfacente. In ogni caso non aspettatevi un film dell’orrore, se non in senso molto lato: più che orrore, male di vivere e disperazione interiore.
Una baracconata, ma nel senso buono. Del resto è proprio da lì che comincia la storia di “Pirates of the Caribbean”, da una famosa attrazione dei parchi a tema Disney. È rimasto poco o nulla della giostra originaria, giusto il cagnolino che aiuta i pirati a sgattaiolare fuori di prigione e che anche in questo secondo capitolo occupa un ruolo determinante (occhio ai titoli di coda se non volete perdervi una gustosa scenetta…).
Il primo “Pirati dei Caraibi” era neoclassico, nel modo in cui attualizzava i generi del periodo d’oro hollywoodiano, dall’avventura fino alla commedia screwball e slapstick, sulla scia di quanto aveva già fatto Lucas con la prima trilogia di “Guerre Stellari” (senza che il paragone appaia sacrilego).
Il film di Verbinski è un vortice marino che risucchia senza ritegno tutto ci che gli si para dinanzi, un mostro tentacolare – come il mitologico Kraken che nel film si avventa contro la Perla nera di Sparrow – che avviluppa tra le sue spire uno sterminato immaginario di successo. Vi si trova dentro non solo tutto il repertorio piratesco e la sua rivisitazione parodica (oggetto, ad esempio, del videogioco capolavoro “Monkey Island”, non a caso prodotto da Lucas), ma anche, citando a casaccio: le scogliere a picco che sembrano rubate dall’isola di “King Kong”, il mostruoso organo del “Fantasma dell’Opera” suonato con dai tentacoli di Davy Jones, un mexican standoff (termine che indica quando due o più persone si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi) realizzato con le spade, che viene dritto dai film pulp. Ma il modello di riferimento – lo ripetiamo: senza fare accostamenti di natura sacrilega – è soprattutto “Star wars”: “La maledizione del forziere fantasma” termina in fieri esattamente come “L’impero colpisce ancora”, con un personaggio importante in bilico tra la vita e la morte. Gli avvenimenti si amalgamano bene con quelli dell’episodio precedente, la relazione tra Will ed Elizabeth si sviluppa e si complica ulteriormente (con Sparrow a fare da terzo incomodo) e alcuni vecchi personaggi riappaiono sul più bello. 
Il film che ha rivelato al mondo l’immenso talento di Kyoshi Kurosawa è uno dei punti cardine dell’evoluzione di un genere, quel japanese new horror che ora va tanto di moda e che gli epigoni internazionali hanno fatto presto a imitare, dimenticandosi però di tutte le istanze e le urgenze originarie. Con Kurosawa l’horror si scarnifica. In effetti non è neanche più horror: il genere funge da mera intelaiatura per riflessioni più ontologiche esistenziali che sociologiche (ovvero: il regista parla della condizione dell’uomo, non della condizione dell’uomo giapponese).
In “Cure” il motore dell’azione è la semplice casualità. Non esiste alcuna correlazione causa-effetto che motiva la catena di omicidi: semplicemente vi è un personaggio che tramite ipnosi porta allo scoperto le pulsioni omicide inconsce di tutte le persone con cui entra in contatto. Lo stesso ipnotizzatore vaga senza meta da un posto all’altro, del tutto privo di un disegno e forse di consapevolezza: è pura pulsione priva di razionalità.
In “Cure” si realizza quel movimento che è tipico di tutto il new jhorror: la maledizione infinita che si origina per contatto, la spirale, il fluire dell’acqua, il ciclo e il riciclo. Forse è meglio riassumibile nella figura del frattale: il percorso si origina per gemmazione del tutto casuale, senza predeterminazione o finalità. Stilisticamente Kurosawa riesce a imprimere questo moto in maniera straordinariamente efficace: lunghi pianisequenza che scorrono “spazializzando” l’ambiente.
Tutto ciò fa sì che Kurosawa (e assieme a lui il jhorror dei vari Nakata, Shimizu, ecc) sia stato uno dei pochi autori degli ultimi anni capace, attraverso il genere, di descrivere la modernità.