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Un blog di nicchia. |
In queste pagine si è detto ormai di tutto contro gli adattatori italiani, alla stregua dei carabinieri nelle barzellette. Ma che non sappiano neanche riconoscere i numeri è francamente troppo. Il titolo originale dell’ennesima fatica orrorrifica dei Pang è, infatti, “The Eye 10”, ed è così che il film è conosciuto in tutto il mondo (esiste anche la variante “The Eye Infinity”). Non in Italia però, dove evidentemente si è pensato di attenersi a una ferrea evidenza logica: i due fratelli non sono ancora arrivati al decimo episodio, ma bensì al terzo (sic). Il numero dieci, in realtà, ha tutt’altro significato: nella tradizione tailandese sono proprio dieci i modi mediante i quali è possibile entrare in contatto con entità ultraterrene. Dieci sono anche le sottostorie di cui si compone il film, ognuna di esse non è altro che la messa in pratica dei rituali spiritisti tailandesi da parte dei ragazzi protagonisti (tre maschi e due femmine, un tailandese e quattro hongkonghesi, che durante una vacanza si cacciano nei guai non appena si mettono in testa di evocare le anime dei defunti).
Niente di più falso, perché l’impostazione è tutt’altro che tradizionale (e in ciò risiede l’unico vero merito dell’operazione). Bisogna dare atto ai due fratelli di aver raggiunto un primato: quello di essere i primi registi a sbeffeggiarsi da soli realizzando un’autoparodia. Le trovate che funzionano meglio sono proprio quelle in cui si ammicca al proprio repertorio, come ad esempio quando nel testo sacro tailandese si citano le trame dei due film precedenti e i protagonisti sbottano interdetti: “Ho già sentito parlare di due casi del genere…” Il resto, purtroppo, ad eccezione di qualche gag ben costruita (la delirante gara a colpi di passi di danza tra un posseduto da uno spirito e un esperto di breakdance) è vuoto pneumatico, un misto di noia e volgarità (indemoniate linguacciute e sbrodolanti, scoregge usate per stornare gli spiriti maligni) che rivaleggia quasi con la serie di “Scary Movie”.
I difetti sono parecchi: spunto di partenza tenuissimo, sceneggiatura sfilacciata e sfibrata, che regge a fatica poco più di ottanta minuti di durata, montaggio asfittico che accosta incoerentemente e sgangheratamente i singoli episodi, alcuni poco più che abbozzi accantonati dopo pochi minuti.