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Un blog di nicchia. |

L’esordio di David Lynch è molto più vicino ai territori dell’astrattismo e dell’avanguardia underground di quanto non lo saranno le sue opere successive. Film come “Velluto blu”, “Strade perdute” o “Mulholland Drive”, infatti, pur intrisi di onirismo, sperimentalismo e surrealtà, sono solidamente ancorati a una dimensione narrativa, anche se antitradizionale e anticlassica. “Eraserhead” invece risulta più influenzato dal disgregamento narrativo dell’arte contemporanea e procede più che altro per accostamento di elementi incongrui e irriducibili, alla ricerca di suggestioni alogiche e inconsce. Tutti i possibili sforzi di attribuire un senso alla caotica e fluttuante materia che costituisce il film sono destinati invariabilmente allo scacco. Ciò che è dato percepire è piuttosto una serie di sensazioni d’inquietudine e di disagio: la materializzazione di quell’orrore che ha origine dal quotidiano (sia esso rappresentato da una gomma per matite ricavata da frammenti di cervello, oppure da un calorifero attraverso cui si spalancano mondi immaginari), che costituisce la pietra angolare del percorso creativo linciano.
Dopo il precedente post continuiamo con la serie dei “film indipendenti americani che tutti i cinebloggers avevano già promosso”. David Gordon Green non è più una promessa, ma un talento ormai ampiamente affermato nella giovane cinematografia a stelle e strisce. Il suo applauditissimo lungometraggio d’esordio risale a ben sei anni fa. Solo per l’Italia (incapace di allungare lo sguardo appena un po’ off Hollywood) Gordon Green è un perfetto sconosciuto e, manco a dirlo, le sue opere non possiedono uno straccio di distribuzione, nemmeno in dvd.
Diamoci sotto con i paroloni: “Tarnation” più che un film è uno psicodramma, un percorso esistenziale ed emotivo che intraprendono entrambi autore e spettatore. O anche: “Tarnation” è la manifestazione più lampante e folgorante di ciò che potrebbe (e dovrebbe) essere la futura settima arte. Cinema che viene dal basso, manifestazione genuina dell’io, logica eversiva in quanto intrinsecamente opposta al linguaggio dominante da reality show.
Se Placido avesse presentato questo film al Festival di Venezia, anziché “Ovunque sei”, avrebbe certamente suscitato una diversa reazione. In “Romanzo criminale” il gigionesco attore e regista riesce nel miracolo di tenere a freno eccessi stilistici imbarazzanti e sbrodoloni, in una tensione continua tra polizi(ott)esco e impegno civile, senza spingersi (quasi) mai troppo alto (verso l’opera d’autore) o troppo basso (verso la fiction televisiva). Cinema medio, appunto, (e non popolare, come si va affermando), in cui l’anonimità della regia non va interpretata come asservimento alla logica televisiva, ma come consapevole abdicazione nei confronti della realtà filmata. Qui è il romanzo di De Cataldo a farla da padrone, cosa che comporta anche dei difetti (eccessiva letterarietà di alcuni dialoghi), ma che è a conti fatti la salvezza dell’opera. Grazie a un robusto sostegno di sceneggiatura il film può concedersi un respiro ampio, mostrando il doppio filo che lega la storia ufficiale di uno dei ventenni più burrascosi del nostro passato recente con la storia nascosta e underground, in cui malavita, complotti parastatali e trame terroristiche sono strettamente interconnessi.
Naturalmente i difetti ci sono, alcuni d’interpretazione, ma ciò dipende dal fatto che il limitato parterre italiano cui attingere non è per nulla avvezzo a ruoli del genere: perfetti o quasi risultano solo Favino e Rossi Stuart, ma io ho un debole anche per Anna Mouglalis, che ci avrebbe guadagnato senza doppiaggio (magari nelle vesti di prostituta straniera….). Altri imputabili alla limitatezza dei mezzi (fintissimo l’attentato alla stazione di Bologna ricreato con effetti digitali). Altri ancora al fatto che Placido non può proprio trattenersi dal far irrompere di quando in quando l’epica nella cronaca, celebrata con musiche magniloquenti (ma altrove l’aspetto sonoro è più che azzeccato) e carrellate a effetto.
Il talento comico di Ben Stiller è largamente e ingiustamente sottovalutato presso la critica e (alle volte) anche da parte del pubblico italiano. Cresciuto in una famiglia di comedians e fattosi le ossa nella palestra del “Saturday night Live”, il grande dono dell’attore nuovaiorchese è la versatilità. La natura non gli ha donato una “faccia comica” e ciò è, paradossalmente, un pregio che gli consente, grazie la ricchezza espressiva, di passare con scioltezza dal genere demenziale alla commedia romantica. Non mi sorprenderei di vederlo tra qualche stagione recitare una parte drammatica.
Mettendo da parte le considerazioni sull’attore, “Dodgeball” diverte parecchio, e diverte proprio perché è volgare. Non s’intenda il termine secondo la comune accezione spregiativa. In questo caso la materia escrementizia e scatologica viene rielaborata fino a divenire ricercato artificio retorico. Come nelle scurrilità dello sciroccato allenatore di dodgeball Patches O’Houlihan, che trasforma la parolaccia in esercizio formale. Quando, per fare un esempio, dice: “Adoro l’odore di scoregge calde mattutine”, si coglie l’opportunità di andare oltre la semplice sfera della volgarità per formulare una citazione cinefila. di Miike Takashi
con Ryo Ishibashi e Eihi Shiina
Giappone 1999
Colpisce a tradimento “Audition”, come una pugnalata alle spalle. L’incipit è melodrammatico: una mamma che muore e un bimbo innocente che gli porta gli auguri di guarigione (situazione programmaticamente miikiana). Ellissi, e ci ritroviamo con il figlio ormai cresciuto e la voglia del padre di farsi una nuova vita. La regia è piana, lo stile normalizzato, la trama tratta da un racconto di Murakami, con la trovata dell’audizione per cercare una nuova moglie, fa più pensare a un dramma sentimentale coreano che a un j-horror.
Dopo, a circa tre quarti di film, compaiono le prime avvisaglie: uno sfregio sulla coscia, uno strano sacco nella camera della ragazza. “Perturbanti” che creano come uno squarcio nel tessuto filmico e scaraventano la narrazione su un baratro sospeso tra allucinazione e realtà. Sogni incartati gli uni sugli altri, eventi confusi come tessere di un puzzle gettate a casaccio.
E poi, all’improvviso, sentiamo una lama dietro la schiena. La famigerata tortura di “Audition” colpisce più all’inconscio che agli occhi, perché materializza i più oscuri sentimenti di possesso, gelosia e follia narcisista mista a terrore dell’abbandono. Quel “kiri, kiri, kiri” (“spingi, spingi” l’ago nella carne) è come un mantra che evoca abissi così inquietanti da essere normalmente rimossi. Il dolore come viatico per la purezza dei sentimenti, le cicatrici indelebili di un passato che si reitera nel presente.
“Audition” non sarebbe lo stesso senza le interpretazioni di Ryo Ishibashi e Eihi Shiina: il primo di una naturalezza impressionate, in grado di rendere credibili anche i toni più parossistici della vicenda; la seconda dotata di un’autentica capacità trasformistica nel passare senza soluzione di continuità dall’atteggiamento dimesso e indifeso alla furia devastatrice.