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Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
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domenica, 30 luglio 2006

Beyond our ken

di Pang Ho-Cheung
con Gillian Chung, Tao Hong, Daniel Wu
Hong Kong 2004
 

Se durante la visione di un film hongkonghese vi capita a un tratto di sentire la voce di Gianna Nannini che canta “Amandoti”, non pensate a una manipolazione dell’adattamento italiano: questa volta si tratta di scelta autentica del regista, che si sposa incredibilmente con le immagini e la materia raccontata (la stessa cosa del resto era accaduta con la musica di Etta Scollo prestata a “Bad Guy” di Kim-ki Duk).
“Beyond our Ken” (citazione tolstoiana e bel gioco di parole, dal momento che Ken è anche il nome del protagonista) parla appunto del disperato bisogno d’essere “amati ancora” e dell’insormontabile scarto tra realtà e apparenza. Anche a livello della forma-film: l’apparenza è quella di una leggera girandola sentimentale raccontata con un magnifico gioco di incastri e di parallelismi (in cui il triangolo lui-lei-l’ex viene invertito con esiti a tratti esilaranti), ma, con levità di tocco, si affrontano anche enigmi esistenziali di non poco conto.
Una cosa che nel cinema italiano non capita da anni (ma che dico, decenni), e viene proprio da chiedersi: come mai io, spettatore tricolore, debba trovare in un film di Hong Kong maggior riscontro con la mia realtà di quanto non siano riusciti a fare tutti i film cosiddetti “giovani” della nostra cinematografia messi insieme. Vedetevelo, per favore.
 
Presentato al Far East Festival 2004
criticato da: rob81 alle ore 17:17 | link | commenti |

categorie: altre visioni, pang ho-cheung

Eraserhead

di David Lynch
con Con Jack Nance, Charlotte Stewart, Jean Lange.
Usa 1978
 
L’esordio di David Lynch è molto più vicino ai territori dell’astrattismo e dell’avanguardia underground di quanto non lo saranno le sue opere successive. Film come “Velluto blu”, “Strade perdute” o “Mulholland Drive”, infatti, pur intrisi di onirismo, sperimentalismo e surrealtà, sono solidamente ancorati a una dimensione narrativa, anche se antitradizionale e anticlassica. “Eraserhead” invece risulta più influenzato dal disgregamento narrativo dell’arte contemporanea e procede più che altro per accostamento di elementi incongrui e irriducibili, alla ricerca di suggestioni alogiche e inconsce. Tutti i possibili sforzi di attribuire un senso alla caotica e fluttuante materia che costituisce il film sono destinati invariabilmente allo scacco. Ciò che è dato percepire è piuttosto una serie di sensazioni d’inquietudine e di disagio: la materializzazione di quell’orrore che ha origine dal quotidiano (sia esso rappresentato da una gomma per matite ricavata da frammenti di cervello, oppure da un calorifero attraverso cui si spalancano mondi immaginari), che costituisce la pietra angolare del percorso creativo linciano.
E proprio a partire da questo minimo comun denominatore che si gettano i ponti con tutto quello che verrà dopo: a livello formale, le ossessioni vermicellari che ritroveremo nell’incipit di “Velluto blu”, gli sgorbi alla “Elephant man”, il décor cinquantesco e l’acustica destabilizzante che pervade tutta la filmografia dell’autore; a livello tematico il prorompere della sfera sessuale e l’interesse per la dimensione psichica e onirica.  
Frame che ritagliano i corpi abbandonandoli all’isolamento col mondo che li circonda, personaggi stralunati e deformi che sembrano usciti da uno dei più brutti incubi di Tim Burton, bianco e nero opprimente ed effetti speciali – realizzati dallo stesso Lynch – disturbanti nella loro "artigianalità".
criticato da: rob81 alle ore 17:13 | link | commenti (1) |

categorie: david lynch, altre visioni
mercoledì, 19 luglio 2006

George Washington

di David Gordon Green
con Candace Evanofski, Donald Holden, Damian Jewan Lee, Curtis Cotton III, Rachael Handy
Usa 2000
 
Dopo il precedente post continuiamo con la serie dei “film indipendenti americani che tutti i cinebloggers avevano già promosso”. David Gordon Green non è più una promessa, ma un talento ormai ampiamente affermato nella giovane cinematografia a stelle e strisce. Il suo applauditissimo lungometraggio d’esordio risale a ben sei anni fa. Solo per l’Italia (incapace di allungare lo sguardo appena un po’ off Hollywood) Gordon Green è un perfetto sconosciuto e, manco a dirlo, le sue opere non possiedono uno straccio di distribuzione, nemmeno in dvd.
Peccato, perché il vero cinema americano abita qui. Il nome “George Washington” ovviamente non è casuale. Il film è un’indagine sulle radici di una civiltà, su ciò che rimane della storia e sul senso dell’eroismo. In questa elegia del profondo sud statunitense un manipolo di ragazzini della working class, bianchi ma soprattutto neri, trascorrono le assolate giornate estive nel più completo abbandono. Il tempo è come congelato e nella cittadina letargica e dimenticata sembrano essere scomparse persino le speranze e le illusioni di riscatto. Anche la morte pare fare capolino in punta di piedi, sottotono. Ma per George, ragazzo un po’ tardo che ha ucciso accidentalmente un coetaneo, è una cicatrice indelebile che tenterà di rimuovere salvando la vita alle persone e cercando di diventare un eroe. Il patriottismo è presente solo negli aspetti più formali ed esteriori (la parata del 4 luglio, il costume di zio Sam): in realtà l’essenza dell’America è tutta qui, in mezzo ai dimenticati e gli esclusi dal benessere della nazione più ricca del mondo.
Oscillante tra realismo e lirismo, “George Washington” è pura poetica delle piccole cose, intessuta dalla fotografia luminosa di Tim Orr e dalle spontanee interpretazioni dei piccoli protagonisti.
criticato da: rob81 alle ore 11:11 | link | commenti (8) |

categorie: altre visioni, david gordon green

Tarnation

di Jonathan Caouette
con Renee Leblanc, Jonathan Caouette, Adolph Davis, Rosemary Davis
Usa 2003
 
Diamoci sotto con i paroloni: “Tarnation” più che un film è uno psicodramma, un percorso esistenziale ed emotivo che intraprendono entrambi autore e spettatore. O anche: “Tarnation” è la manifestazione più lampante e folgorante di ciò che potrebbe (e dovrebbe) essere la futura settima arte. Cinema che viene dal basso, manifestazione genuina dell’io, logica eversiva in quanto intrinsecamente opposta al linguaggio dominante da reality show.
Una tragedia autobiografica come quella di Renee Leblanc, ingiustificata vittima dell’elettroshock, e di suo figlio Jonathan Caouette, ragazzo omosessuale cresciuto tra abusi, droghe e crisi maniacodepressive, in cattive mani sarebbe potuta diventare l’ennesimo “caso umano” televisivo, un ritratto moralista e autocommiserativo. Ma il modo in cui Caouette plasma la sua stessa storia ha del prodigioso. Il materiale è costituito da filmini d’epoca, fotografie, immagini televisive e quant’altro occorra a formare una registrazione audiovisuale dell’esistenza. Assemblati con un semplice Macintosh (ma la versione distribuita è stata un minimo “rimaneggiata” dai produttori, tra cui non a caso figurano Gus Van Sant e John Cameron Mitchell), queste tessere di vita autentica ci restituiscono qualcosa che va al di là della semplice somma delle loro parti.
La visione di “Tarnation” è straziante e rigenerante al tempo stesso. In ogni caso fa bene allo spirito e getta luce su questioni prioritarie, non solo quelle più esplicite della malattia mentale e dell’omosessualità, rappresentati finalmente senza filtri né tabù, ma anche quella più sintomatica della memoria nell’epoca del digitale e della recordered culture.
In un paese pavido e bigotto come il nostro è naturale che “Tarnation” sia stato emarginato dal circuito dei media e da quello pubblicitario. Dopo tre anni è finalmente arrivata la distribuzione in dvd. Non perdetevelo.
criticato da: rob81 alle ore 11:09 | link | commenti (3) |

categorie: altre visioni
lunedì, 17 luglio 2006

Romanzo Criminale

di Michele Placido
con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Anna Mouglalis, Stefano Accorsi, Jasmine Trinca
Italia / Francia / Gran Bretagna 2005
 
Se Placido avesse presentato questo film al Festival di Venezia, anziché “Ovunque sei”, avrebbe certamente suscitato una diversa reazione. In “Romanzo criminale” il gigionesco attore e regista riesce nel miracolo di tenere a freno eccessi stilistici imbarazzanti e sbrodoloni, in una tensione continua tra polizi(ott)esco e impegno civile, senza spingersi (quasi) mai troppo alto (verso l’opera d’autore) o troppo basso (verso la fiction televisiva). Cinema medio, appunto, (e non popolare, come si va affermando), in cui l’anonimità della regia non va interpretata come asservimento alla logica televisiva, ma come consapevole abdicazione nei confronti della realtà filmata. Qui è il romanzo di De Cataldo a farla da padrone, cosa che comporta anche dei difetti (eccessiva letterarietà di alcuni dialoghi), ma che è a conti fatti la salvezza dell’opera. Grazie a un robusto sostegno di sceneggiatura il film può concedersi un respiro ampio, mostrando il doppio filo che lega la storia ufficiale di uno dei ventenni più burrascosi del nostro passato recente con la storia nascosta e underground, in cui malavita, complotti parastatali e trame terroristiche sono strettamente interconnessi.
Naturalmente i difetti ci sono, alcuni d’interpretazione, ma ciò dipende dal fatto che il limitato parterre italiano cui attingere non è per nulla avvezzo a ruoli del genere: perfetti o quasi risultano solo Favino e Rossi Stuart, ma io ho un debole anche per Anna Mouglalis, che ci avrebbe guadagnato senza doppiaggio (magari nelle vesti di prostituta straniera….). Altri imputabili alla limitatezza dei mezzi (fintissimo l’attentato alla stazione di Bologna ricreato con effetti digitali). Altri ancora al fatto che Placido non può proprio trattenersi dal far irrompere di quando in quando l’epica nella cronaca, celebrata con musiche magniloquenti (ma altrove l’aspetto sonoro è più che azzeccato) e carrellate a effetto.
Ma probabilmente l’intenzione di Placido (che quanto a modelli ispiratori punta alto: Pasolini) era quella di scrivere una nuova epopea de borgata, la saga (anti)eroica di plebei della provincia che diventano imperatori del crimine romano. Eroi maledetti, col destino già segnato sin da ragazzini, condannati allo scacco perché vittime delle proprie debolezze (la superbia del Libanese, le passioni del Dandi, l’amore del Freddo). Una tragedia in tre atti in cui la catarsi arriva puntuale. Un racconto di (de)formazione, in cui anche la redenzione, quando c’è, (quella del Freddo) è irrisolta e drammatica e in cui commissari, emissari dello Stato, delinquenti e capimafia sono fatti tutti della stessa pasta fragile e passionale.
 
Il dvd, di ottima qualità sia audio che video, contiene anche qualche extra: il commento audio di Michele Placido e Giancarlo De Cataldo, un breve dietro le quinte, galleria fotografica e bibliografia. Questo succede quando ci si affida alla Warner e non, per fare un nome a caso, alla Cecchi Gori…
 
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 12:36 | link | commenti (5) |

categorie: dvd
sabato, 15 luglio 2006

Dodgeball (ovvero su Ben Stiller)

di Rawson Marshall Thurber
con Ben Stiller, Vince Vaughn, Christine Taylor
Usa 2004
 
Il talento comico di Ben Stiller è largamente e ingiustamente sottovalutato presso la critica e (alle volte) anche da parte del pubblico italiano. Cresciuto in una famiglia di comedians e fattosi le ossa nella palestra del “Saturday night Live”, il grande dono dell’attore nuovaiorchese è la versatilità. La natura non gli ha donato una “faccia comica” e ciò è, paradossalmente, un pregio che gli consente, grazie la ricchezza espressiva, di passare con scioltezza dal genere demenziale alla commedia romantica. Non mi sorprenderei di vederlo tra qualche stagione recitare una parte drammatica.
Ma la particolarità che rende unico il percorso comico di Ben Stiller sta nel modo unico attraverso cui i suoi personaggi si rapportano con il mondo esterno. L’effetto comico nella maggior parte delle situazioni ideate deriva dallo scarto tra il prendersi maledettamente sul serio del personaggio interpretato dall’attore e l’inconsistenza dei suoi propositi e delle sue realizzazioni. Stiller esemplifica il ridicolo in tutte le sue forme e varianti. La sua è un’opera continua di stigmatizzazione della presunzione, della boria e della sicumera che affliggono più o meno consapevolmente ogni ego.
Che si tratti del regista illuso che ha la pretesa di dirigere il video di Jack Johnson con trovate che più kitch non si può, oppure di Tom Crooze, stuntman mentecatto che vive nell’ombra del suo idolo con l’illusione di attrarne parte della fama in forma di luce riflessa, ciascuna creatura stilleriana vive in un mondo proprio, con regole, valori e sfere di senso totalmente diversi da chi lo circonda. Sono personaggi fuori fase e fuori sincrono: dei disadattati in cui il comico è a stretto contatto con il patetico.
Stiller come pochi (forse nessun altro oggi) riesce a catturare questa sensazione di disagio e incapacità all’adattamento che è uno dei tratti più inequivocabili del nostro sentire contemporaneo.
Anche in “Dodgeball” viene rispettata la regola aurea. Qui il personaggio interpretato dal comico è un perfido e arrogante villain (categoria che gli riesce particolarmente bene), il proprietario di una palestra che si serve di metodi nazisti per inculcare un culto distorto dell’aspetto fisico, si crede la Perfezione fatta persona, ma è in realtà solo un illuso e ridicolo frustrato ossessionato dal cibo (che si masturba con una fetta di pizza). Come già in “Zoolander” anche questa volta vengono lanciati strali contro il falso mito della perfezione e contro l’edonismo vuoto e narcisistico della bellezza esteriore.
 
Mettendo da parte le considerazioni sull’attore, “Dodgeball” diverte parecchio, e diverte proprio perché è volgare. Non s’intenda il termine secondo la comune accezione spregiativa. In questo caso la materia escrementizia e scatologica viene rielaborata fino a divenire ricercato artificio retorico. Come nelle scurrilità dello sciroccato allenatore di dodgeball Patches O’Houlihan, che trasforma la parolaccia in esercizio formale. Quando, per fare un esempio, dice: “Adoro l’odore di scoregge calde mattutine”, si coglie l’opportunità di andare oltre la semplice sfera della volgarità per formulare una citazione cinefila.
Ma le ricercatezze in “Dodgeball” sono molte, dal finto filmato d’epoca dedicato alla promozione del dodgeball (debitore nei confronti dei “Simpson”), alla cura con cui sono scelti i cammei e i riferimenti cine-televisivi. Il risultato è un prodotto ben confezionato e curato, molto distante dall’anonimità di certi filoni demenziali contemporanei, come la serie dei “Movie” e dei vari collegial-adolescenziali.
criticato da: rob81 alle ore 13:45 | link | commenti (6) |

categorie: altre visioni, ben stiller

Audition

di Miike Takashi

con Ryo Ishibashi e Eihi Shiina

Giappone 1999

 

Colpisce a tradimento “Audition”, come una pugnalata alle spalle. L’incipit è melodrammatico: una mamma che muore e un bimbo innocente che gli porta gli auguri di guarigione (situazione programmaticamente miikiana). Ellissi, e ci ritroviamo con il figlio ormai cresciuto e la voglia del padre di farsi una nuova vita. La regia è piana, lo stile normalizzato, la trama tratta da un racconto di Murakami, con la trovata dell’audizione per cercare una nuova moglie, fa più pensare a un dramma sentimentale coreano che a un j-horror.

Dopo, a circa tre quarti di film, compaiono le prime avvisaglie: uno sfregio sulla coscia, uno strano sacco nella camera della ragazza. “Perturbanti” che creano come uno squarcio nel tessuto filmico e scaraventano la narrazione su un baratro sospeso tra allucinazione e realtà. Sogni incartati gli uni sugli altri, eventi confusi come tessere di un puzzle gettate a casaccio.

E poi, all’improvviso, sentiamo una lama dietro la schiena. La famigerata tortura di “Audition” colpisce più all’inconscio che agli occhi, perché materializza i più oscuri sentimenti di possesso, gelosia e follia narcisista mista a terrore dell’abbandono. Quel “kiri, kiri, kiri” (“spingi, spingi” l’ago nella carne) è come un mantra che evoca abissi così inquietanti da essere normalmente rimossi. Il dolore come viatico per la purezza dei sentimenti, le cicatrici indelebili di un passato che si reitera nel presente.

“Audition” non sarebbe lo stesso senza le interpretazioni di Ryo Ishibashi e Eihi Shiina: il primo di una naturalezza impressionate, in grado di rendere credibili anche i toni più parossistici della vicenda; la seconda dotata di un’autentica capacità trasformistica nel passare senza soluzione di continuità dall’atteggiamento dimesso e indifeso alla furia devastatrice.

criticato da: rob81 alle ore 13:37 | link | commenti (5) |

categorie: altre visioni, miike takashi
venerdì, 14 luglio 2006

X-men: conflitto finale

di Brett Ratner
con Hugh Jackman, Halle Barry, Ian McKellen, Patric Stewart, Anna Paquin, Famke Janssen
Usa 2006
 
Difficile concludere una trilogia. Il capitolo finale dovrebbe sia raggiungere l’acme della tensione narrativa spingendo all’estremo i presupposti dei precedenti episodi sia possedere adeguata lucidità per tirare tutti i nodi al pettine e restituire una visione organica e coerente. 
Tutto ciò manca – diciamolo subito – a “X-men: conflitto finale” e sicuramente il passaggio di consegne alla regia da Brian Singer a Brett Ratner deve aver avuto il suo peso. Perché la trama, sicuramente interessante, avrebbe potuto essere valorizzata molto meglio, magari strizzando di più l’occhio alla metafora con l’attualità (la mancanza di controllo del proprio potere e la diffidenza nei confronti del “diverso” si presta particolarmente a descrivere la corrente situazione politica statunitense).
Invece il risultato non è niente più che ordinaria amministrazione. Lavoro più che degno di mestierante, ma senza inventiva. Diviso nettamente tra una prima parte fin troppo verbosa, in cui le pretese intellettuali sfiorano appena i temi profondi cui si vorrebbe alludere, e un epilogo affidato esclusivamente alla spettacolarità dell’azione, senza che però si arrivi a partorire delle sequenze realmente originali, la saga degli X-men si accomiata in maniera abbastanza confusa e affollata, tra una moltitudine di personaggi che muoiono e altri che rinascono, colpi di scena inaspettati e affidati a una manciata di fotogrammi conclusivi.
Ci si continua a divertire – a tratti – ma rimane il retrogusto amarognolo di quando si assaggia del cibo un po’ stantio che evoca antichi sapori senza saperne inventare di nuovi. 
 
Voto: