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Un blog di nicchia. |
C’è caldo e io sono un uomo annichilito nel corpo e nello spirito, ma di “Tideland” s’ha da parlà. In attesa di un distributore italiano abbastanza temerario (e ce ne vuole…) l’ultima fatica di Terry Gilliam (diretta più o meno in contemporanea con “I Fratelli Grimm”) ha inaugurato lo scorso martedì il festival bolognese “Le parole dello schermo”
L’incipit è una folgorazione di quelle che sono destinate a marchiare a fuoco il tuo immaginario cinematografico. “One, Two, Three, Four”… e si parte per un viaggio allucinato e ipnotico: quasi dieci minuti di montaggio serratissimo e concitatissimo, scandito da martellante rock, un’enciclopedia di tutti gli eccessi e le perversioni i(ni)immaginabili da mente umana.Vorrei ricordare che i fuorisede di Bologna (ma penso anche di altre città: informatevi) possono votare! Entro le 17 recatevi a un banchetto elettorale (ce ne è uno alle due Torri) con fotocopia della carta d'identità e n. di tessera elettorale. E il gioco è fatto.
Niente, volevo sentirmi utile.
La grandezza del cinema coreano contemporaneo e di un autore a tutto tondo come Bong Joon-ho rispetto al canone hollywoodiano può essere esemplificata nel confronto tra “The Host” e “La guerra dei mondi”, due film facilmente sovrapponibili sia dal punto di vista della sovrastruttura di genere (il catastrofico fantascientifico con mostri grossi) sia da quello delle tematiche interne (la protezione familiare, la metafora politica). E però il divario è nettissimo.
Il film di Bong è limpido e sincero nel mostrare i lati più estremi della violenza e del dolore. Lo psicodramma dal gusto agrodolce che si consuma nel centro accoglienza tra i membri della famiglia Park ha semplicemente del sensazionale. Sia negli aspetti più intimistici (quando il gruppo si riunisce per mangiare, ad esempio), in cui vengono fuori le personalità complesse dei protagonisti, sia nei momenti più drammatici (ovvero nella morte) c’è un’autenticità, una commozione viva e vera che il cinema Usa di oggi se la sogna. Ovvio come sia in gran parte merito degli strabilianti attori, soprattutto di quel Song Kang-ho che è ormai un monumento (vi prego: non guardate mai questo film doppiato). Ma dico, in quale altra cinematografia commerciale occidentale sarebbe possibile un finale del genere?
Domani è un grande giorno. Non per via della partita dell'Italia (qui non siamo così ordinariamente nazionalpopolari). No, non vado a Imola (cioè a due passi) a vedere l'Heineken Jammin' Festival (sarebbe troppo scontato).
La meta è Milano, precisamente Cinema Oberdan (ore 16.00), dove si proietta in anteprima assoluta (italiana) "The Host", altresì conosciuto nei circuiti della gente che conta come "Il film col mostro grosso". L'ansia è alle stelle, il cuore in tumulto, il cervello in pappa. Cinebloggers (e non) di tutta la nostra bella Penisola, transumate numerosi nell'accogliente località meneghina. Più si è, più ci si diverte, come nelle orge.


| 13 giu - Punteggio finale | ||
| Togo | 1 | |
| Corea del Sud | 2 | |

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Classifiche |
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| Squadra G | PG | V | P | S | GF | GS | Punti | |
| Corea del Sud | 1 | 1 | 0 | 0 | 2 | 1 | 3 | |
| Francia | 1 | 0 | 1 | 0 | 0 | 0 | 1 | |
| Svizzera | 1 | 0 | 1 | 0 | 0 | 0 | 1 | |
| Togo | 1 | 0 | 0 | 1 | 1 | 2 | 0 | |
Ragazzi, lo sapete che in questo blog si tifa Corea del Sud...
(e adesso mi preparo a ricevere insulti, pernacchie, appostamenti al buio e pacchi bomba nella cassetta postale).
N.B. La mia amica Yu-ri mi ha giustamente bacchettato per aver pubblicato una foto del 2002. Queste sono le nuove divise della squadra (molto belle).
Non chiedetemi perché, ma c’erano grandi aspettative attorno a questo documentario dedicato alle strambe scatolette di plastica ermetica che se apri il coperchio emettono suoni inquietanti (paragonati, nel film, a un rutto, ma secondo me è più efficace la scoreggia). Forse perché una materia così stramba imporrebbe alla trattazione uno stile allegro e anticonvenzionale. Invece salta fuori che si tratta di un filmato simil-pubblicitario e comunque, anche nel suo genere, abbastanza sciatto, buono al più per qualche trasmissione televisiva di fascia pomeridiana. Nel documentario si sosterrebbe che il Tupperware ha dato un contributo straordinario all’emancipazione femminile nell’America degli anni ’50. Permettetemi di dubitarne. Non credo che vendendo barattoli part-time al vicinato una donna potesse sentirsi equiparata all’uomo quanto ad autonomia personale e professionale. Niente da dire invece sull’ingegnosa direttrice delle vendite, Brownie Wise, una fra le prime bisnesswoman (che infatti non resistette molto), a cui si devono molte idee vincenti del marketing moderno
Un delizioso dessert prima di sparecchiare il festival. “My Date with Drew” è un buffo esemplare di uso privatistico del mezzo documentario. Perché in pratica il film è stato realizzato da Brian Herzlinger con il semplice scopo di ottenere un appuntamento con Drew (ne è innamorato sin dai tempi di “E.T.”). Ha 30 giorni (poi deve restituire la videocamera) e 1.100 dollari (vinti a un quiz a premio in cui la risposta esatta era fatalmente “Drew Barrymore”). Il film di Brian, che ha realizzato anche un divertente trailer e un sito web, diventò all’epoca un vero a proprio caso nazionale. Lui è un comico nato e certe situazioni cui si presta sono pura fiction comedy. Si ride di gusto e si tifa fino alla fine per il nostro eroe (l’identificazione tra lo spettatore e lo sfigato e tenero protagonista è manco a dirlo immediata), per poi venir alla fine ricompensati da quella delizia di Drew. Il film è tutto qui, ma a chi era mai venuta in mente una follia del genere? E poi è anche in qualche modo illuminante per capire fino a che punto il fandom può arrivare...