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Masters of Horror 2.01 – The Damned Thing
Masters of Horror 2.02 – Family
Masters of Horror 2.03 – The V Word
Masters of Horror 2.04 – Sounds Like
Masters of Horror 2.05 – Pro-Life
Masters of Horror 2.06 – Pelts
Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream
Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
Masters of horror 1.13 – Imprint
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giovedì, 29 giugno 2006

Tideland

di Terry Gilliam
con Jodelle Ferland, Jeff Bridges, Jennifer Tilly
Canada/Inghilterra 2005

C’è caldo e io sono un uomo annichilito nel corpo e nello spirito, ma di “Tideland” s’ha da parlà. In attesa di un distributore italiano abbastanza temerario (e ce ne vuole…) l’ultima fatica di Terry Gilliam (diretta più o meno in contemporanea con “I Fratelli Grimm”) ha inaugurato lo scorso martedì il festival bolognese “Le parole dello schermo”
. Di fronte a una platea ad alta concentrazione damsiana, Gilliam in persona gigioneggiando confessava di essersi appassionato al racconto di Mitch Cullin perché basato su “sex, drugs and necrophilia”. Le premesse quindi c’erano tutte, e in effetti il soggetto di partenza, più che buono, si potrebbe definire come un “Alice nel paese delle meraviglie” filtrato attraverso le allucinazioni psicotrope di “Paura e delirio a Las Vegas”.
La piccola Jeliza-Rose vive con genitori eroinomani e ha come uniche amiche delle teste di bambola. Ha imparato ad abbellire lo squallore della vita con fervide fantasticherie. Quando muoiono prima la madre e poi il padre si troverà da sola, sperduta in una campagna desertica, a fianco di vicini stramboidi. L’illusione diventa l’unica arma per andare avanti.
In difesa di “Tideland” si può dire che l’opera non manca certo di coraggio e che il carico di perversioni umane scaraventato sullo spettatore finisce per provocare disagio reale (al di là della “mummificazione” del padre, soprattutto gli accenni pedofili). E questo è un bene. Però faccio fatica a trovare altri pregi. Perché il film gira a vuoto, perdendosi in un delirio solipsistico e in dialoghi sempre più deliranti protratti con estenuante dilatazione temporale. Un ritratto psicotico di famiglia che però si esaurisce senza una giustificazione precisa.
E poi, diciamolo francamente, le inquadrature sghembe alla Gilliam hanno fatto scuola, ma nel 2005 mi aspetterei qualcosa di più di una cinepresa storta e il grandangolo per rendere linguisticamente l’onirismo e la schizofrenia.
criticato da: rob81 alle ore 11:19 | link | commenti (4) |

categorie: prima visione, terry gilliam
sabato, 24 giugno 2006

Dead or Alive: Hanzaisha

di Miike Takashi
con Riki Takeuchi, Sho Aikawa
Giappone 1999
 
L’incipit è una folgorazione di quelle che sono destinate a marchiare a fuoco il tuo immaginario cinematografico. “One, Two, Three, Four”… e si parte per un viaggio allucinato e ipnotico: quasi dieci minuti di montaggio serratissimo e concitatissimo, scandito da martellante rock, un’enciclopedia di tutti gli eccessi e le perversioni i(ni)immaginabili da mente umana.
Dopo ci si riassesta sui binari dello yakuza movie e si calpestano temporaneamente le orme dei padri (Fukasaku) e dei fratelli maggiori (Kitano). Solo per poco, perché di quando in quando si verificano scossoni tellurici che fanno traballare la precaria costruzione del genere. Incontenibili eruzioni di grottesco e delirante, a volte candidi siparietti comici, a volte mefitiche rappresentazioni di violenza e sopraffazione. E poi si scoprono le tinte accese di un melò in cui due personaggi speculari, giustapposti e tra loro compenetranti (un po’ come il doppio Ichi/Kakihara) si misurano l’un contro l’altro e soprattutto contro se stessi. Due ronin sperduti, incapaci di assolvere al proprio ruolo sociale e familiare.
“Dead or Alive” è, proprio come tutti i film di Miike, inclassificabile. Ma ancora più inclassificabile è il suo finale, vera e propria epifania epico-fumettistico-granguignolesca che si diverte a squarciare il castello di certezze e aspettative dello spettatore (in)consapevole e a nascondere nella sabbia la bussola dell’orientamento filmico. Nel cuore ci rimangono solo due granitiche certezze: Riki Takeuchi e Sho Aikawa.
criticato da: rob81 alle ore 00:59 | link | commenti (10) |

categorie: altre visioni, miike takashi
lunedì, 19 giugno 2006

[OT] messaggio politico-istituzionale

Vorrei ricordare che i fuorisede di Bologna (ma penso anche di altre città: informatevi) possono votare! Entro le 17 recatevi a un banchetto elettorale (ce ne è uno alle due Torri) con fotocopia della carta d'identità e n. di tessera elettorale. E il gioco è fatto.

Niente, volevo sentirmi utile.

criticato da: rob81 alle ore 14:40 | link | commenti (4) |

categorie: altro
domenica, 18 giugno 2006

The Host

di Bong Joon-ho
con Song Kang-ho, Byeon Hie-bong, Park Hae-il, Bae Du-na, Ko Ah-sung
Corea del Sud 2006
 
La grandezza del cinema coreano contemporaneo e di un autore a tutto tondo come Bong Joon-ho rispetto al canone hollywoodiano può essere esemplificata nel confronto tra “The Host” e “La guerra dei mondi”, due film facilmente sovrapponibili sia dal punto di vista della sovrastruttura di genere (il catastrofico fantascientifico con mostri grossi) sia da quello delle tematiche interne (la protezione familiare, la metafora politica). E però il divario è nettissimo.
Nella sua penultima regia Spielberg dà la sensazione di essere imprigionato dalla macchina produttiva hollywoodiana e, salvo qualche isolato momento, rinuncia allo sguardo veramente originale che ha caratterizzato quasi tutti i suoi film precedenti. Bong (che già con “Memories of murder” aveva dimostrato di andare oltre il semplice genere per regalarci un sorprendente trattato sull’insondabilità del reale) tiene invece ben salda una visione autoriale durante tutto il film. Ciò non significa che i meccanismi di genere non funzionino a dovere: tutt’altro. “The Host” è un adrenalinico film d’azione (con sequenze girate e montate in maniera sbalorditiva, e spettacolari effetti speciali della Weta), un’esilarante commedia e un commovente dramma parentale al tempo stesso (come da miglior tradizione coreana). Tuttavia, tanto nella cura dei particolari (la lattina di birra, le pietanze a base di calamaro), quanto nella scelta delle marche stilistiche (movimenti di macchina, visioni parziali, apparizioni “immaginarie” della figlioletta), appare evidente che c’è qualcosa di più del semplice genere.
Il film di Bong è limpido e sincero nel mostrare i lati più estremi della violenza e del dolore. Lo psicodramma dal gusto agrodolce che si consuma nel centro accoglienza tra i membri della famiglia Park ha semplicemente del sensazionale. Sia negli aspetti più intimistici (quando il gruppo si riunisce per mangiare, ad esempio), in cui vengono fuori le personalità complesse dei protagonisti, sia nei momenti più drammatici (ovvero nella morte) c’è un’autenticità, una commozione viva e vera che il cinema Usa di oggi se la sogna. Ovvio come sia in gran parte merito degli strabilianti attori, soprattutto di quel Song Kang-ho che è ormai un monumento (vi prego: non guardate mai questo film doppiato). Ma dico, in quale altra cinematografia commerciale occidentale sarebbe possibile un finale del genere?
Entrambi i film, infine, hanno dei chiari significati politici. In “The Host” però non si fermano solo agli aspetti più evidenti e, diciamocelo pure, più grossolani dell’antiamericanismo e dell’antimperialismo. Sì, c’è lo scienziato pazzo (e strabico per giunta) americano, che è messo lì per personificare il tradizionale approccio con cui gli Stati Uniti di solito risolvono i problemi (ovvero spaccare tutto). Ma, anche qui, c’è di più. Tanto per cominciare un riferimento reiterato alla politica coreana. Il fratello minore di Kang-du, per esempio, ha partecipato alle lotte rivoluzionarie per la Repubblica (e la sua abilità con le molotov sta lì a testimoniarlo), ma non ne ha ottenuto alcun riconoscimento. Il padre, invece, è un perfetto depositario della cultura del vecchio regime: ossequioso con l’autorità, fiducioso (“se il governo dice così, dobbiamo crederci”), sa che bisogna oliare gli ingranaggi statali con le bustarelle
In effetti “The Host” potrebbe benissimo essere letto come l’odissea kafkiana di un uomo che lotta contro le maglie di un potere che, anziché proteggerlo come dovrebbe, minaccia la sua esistenza e gli impedisce di assolvere al suo ruolo di padre.
Parimenti ne “La guerra dei mondi” Ray Ferrier è il volto dell’american way of life e dell’individualismo statunitense, ma lo sguardo è qui fin troppo condiscendente e fiducioso e finisce per sfociare nella retorica. Il film di Bong, da questo punto di vista, è invece cinico e spietato, cupo e isterico.
 
Il paragone era più che altro un pretesto per sistematizzare tutti i pensieri confusi e imprecisi che ho partorito in queste 24 ore trascorse dalla visione del film. Forse ho sbrodolato un po’ troppo, ma penso sul serio che “The Host” sia davvero tutto ciò che un film d’intrattenimento dovrebbe essere.
 
Voto:
 
P.S. L’evento è stata anche occasione per incontrare i soliti matti (Andrea, Bebr, Ohdaesu) e conoscerne di nuovi (Astor, Violetta). I had a great time.

P. P. S. Mentre scrivo la Corea sta pareggiando con la Francia. Un altro mondo è possibile.
criticato da: rob81 alle ore 23:42 | link | commenti (3) |

categorie: prima visione, bong joon-ho
venerdì, 16 giugno 2006

Un mostro grosso anche per me

Domani è un grande giorno. Non per via della partita dell'Italia (qui non siamo così ordinariamente nazionalpopolari). No, non vado a Imola (cioè a due passi) a vedere l'Heineken Jammin' Festival (sarebbe troppo scontato).
La meta è Milano, precisamente Cinema Oberdan (ore 16.00), dove si proietta in anteprima assoluta (italiana) "The Host", altresì conosciuto nei circuiti della gente che conta come "Il film col mostro grosso". L'ansia è alle stelle, il cuore in tumulto, il cervello in pappa. Cinebloggers (e non) di tutta la nostra bella Penisola, transumate numerosi nell'accogliente località meneghina. Più si è, più ci si diverte, come nelle orge.

criticato da: rob81 alle ore 21:55 | link | commenti (2) |

categorie: altro
giovedì, 15 giugno 2006

Il gusto dell’anguria

di Tsai Ming-Liang
con Kang-sheng Lee, Shiang-chyi Chen
Taiwan 2005
 

Qual è il confine tra arte e pornografia? Sinceramente non mi interessa rispondere al quesito, ma volevo solo informare chiunque fosse interessato a ricostruire gli esatti limiti che circoscrivono i due campi che troverà nell’ultimo lavoro di Tsai Ming-Liang pane per i suoi denti. Perché di certo “La nuvoletta dispettosa” (questa l’esatta traduzione del titolo, come al solito noi italiani preferiamo l’ammiccamento pecoreccio) non è porno né nella resa effettiva (mancano alcuni fotogrammi – diciamo – chiave a definirlo come tale, anche se ci si avvicina parecchio) né men che meno nello spirito. È anzi uno dei film più lirici, sublimati e poetici che possa mai capitare di vedere.
Tanto nelle componenti più smaccatamente erotiche, quanto nelle invenzioni musical-onirico-fantasmagoriche (alcuni intermezzi in cui l’immaginazione si libera davvero di qualunque zavorra che possa tenerla aggrappata alla realtà, tra ombrelli-cocomero e costumi priapei, fiori giganti e sirenetti in amore), quanto ancora nelle sequenze più propriamente à la Tsai Ming-Liang (le atmosfere, lente e opprimenti, sono quelle di “The Hole”), abbiamo comunque a che fare con un cinema fuori rapporto e fuori norma: un arco teso fino al limite della capacità espressiva cinematografica. Qualunque giudizio si possa maturare sull’opera – indubbiamente non di immediata assimilazione – bisogna convenire che Tsai è un pioniere e uno sperimentatore, un isolato cantore della solitudine umana. Basterebbe questo a fargli meritare cinque pallette a priori.
criticato da: rob81 alle ore 23:52 | link | commenti (3) |

categorie: altre visioni
mercoledì, 14 giugno 2006

Forza rossi!

13 giu - Punteggio finale   
Togo  1 
Corea del Sud  2 

Classifiche

 

Squadra G PG V P S GF GS Punti
Corea del Sud 1 1 0 0 2 1 3
Francia 1 0 1 0 0 0 1
Svizzera 1 0 1 0 0 0 1
Togo 1 0 0 1 1 2 0

Ragazzi, lo sapete che in questo blog si tifa Corea del Sud...

(e adesso mi preparo a ricevere insulti, pernacchie, appostamenti al buio e pacchi bomba nella cassetta postale).

N.B. La mia amica Yu-ri mi ha giustamente bacchettato per aver pubblicato una foto del 2002. Queste sono le nuove divise della squadra (molto belle).

criticato da: rob81 alle ore 01:14 | link | commenti (5) |

categorie: altro
lunedì, 12 giugno 2006

Biografilm festival - giorno 5 (11/06/06)

Tupperware!
di Laurie Kahn-Leavitt
con Brownie Wise
Usa 2004
 
Non chiedetemi perché, ma c’erano grandi aspettative attorno a questo documentario dedicato alle strambe scatolette di plastica ermetica che se apri il coperchio emettono suoni inquietanti (paragonati, nel film, a un rutto, ma secondo me è più efficace la scoreggia). Forse perché una materia così stramba imporrebbe alla trattazione uno stile allegro e anticonvenzionale. Invece salta fuori che si tratta di un filmato simil-pubblicitario e comunque, anche nel suo genere, abbastanza sciatto, buono al più per qualche trasmissione televisiva di fascia pomeridiana. Nel documentario si sosterrebbe che il Tupperware ha dato un contributo straordinario all’emancipazione femminile nell’America degli anni ’50. Permettetemi di dubitarne. Non credo che vendendo barattoli part-time al vicinato una donna potesse sentirsi equiparata all’uomo quanto ad autonomia personale e professionale. Niente da dire invece sull’ingegnosa direttrice delle vendite, Brownie Wise, una fra le prime bisnesswoman (che infatti non resistette molto), a cui si devono molte idee vincenti del marketing moderno
Ecco, “Tupperware!” è piuttosto una celebrazione del marketing, realizzata essa stessa ricorrendo alle strategie del marketing (jingle martellanti inclusi). Se la vediamo da questo punto di vista è allora perfettamente normale che il mediometraggio sia preceduto da uno spot pubblicitario e seguito da uno spottone della rappresentante della ditta per l’Italia, quasi cercasse di rifilarci qualche barattolino.
Cosa c’entri tutto questo con un festival cinematografico lo ignoro, però intanto io mi tengo stretto il mio bel portachiavino plasticoso in omaggio.
 
 
My Date with Drew
di Brian Herzlinger, Brett Winn, Jon Gunn
con Brian Herzlinger, Drew Berrymore
Usa 2003
 
Un delizioso dessert prima di sparecchiare il festival. “My Date with Drew” è un buffo esemplare di uso privatistico del mezzo documentario. Perché in pratica il film è stato realizzato da Brian Herzlinger con il semplice scopo di ottenere un appuntamento con Drew (ne è innamorato sin dai tempi di “E.T.”). Ha 30 giorni (poi deve restituire la videocamera) e 1.100 dollari (vinti a un quiz a premio in cui la risposta esatta era fatalmente “Drew Barrymore”). Il film di Brian, che ha realizzato anche un divertente trailer e un sito web, diventò all’epoca un vero a proprio caso nazionale. Lui è un comico nato e certe situazioni cui si presta sono pura fiction comedy. Si ride di gusto e si tifa fino alla fine per il nostro eroe (l’identificazione tra lo spettatore e lo sfigato e tenero protagonista è manco a dirlo immediata), per poi venir alla fine ricompensati da quella delizia di Drew. Il film è tutto qui, ma a chi era mai venuta in mente una follia del genere? E poi è anche in qualche modo illuminante per capire fino a che punto il fandom può arrivare...
 
 
criticato da: rob81 alle ore 20:18 | link | commenti (1) |

categorie: prima visione