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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
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martedì, 30 maggio 2006

Desiderio inappagato

criticato da: rob81 alle ore 23:07 | link | commenti (1) |

categorie: altro
domenica, 28 maggio 2006

La casa del diavolo

di Rob Zombie
con Sid Haig, Bill Moseley, Sheri Moon Zombie, William Forsythe
Usa 2005

“La Casa del diavolo” (ma cominciamo subito a chiamare le cose con il loro nome: il titolo originale è “The Devil’s Reject”, però evidentemente ai distributori italiani pareva brutto tradurre la parola “rifiuti” – per quanto fondamentale – e hanno ben pensato di sostituirla con una fantomatica “casa”, di cui peraltro nella storia non v’è traccia) è un’opera disturbante, destabilizzante, distorta – si sarebbe quasi tentati di dire socialmente pericolosa – ma anche, per tutti questi motivi, in qualche modo necessaria.
Niente a che vedere con “La Casa dei 1000 corpi” (dove, invece, la “casa” c’entra), il primo lavoro del regista dal nome programmatico Rob Zombie. In quel caso si trattava ancora di un esercizio di stile – per quanto estremo, sanguinoso e anti-politically correct – che rimaneva confinato in un’ottica convenzionale rispetto al genere horror, di cui poteva considerarsi una rielaborazione citazionista e teorica. “The Devil’s Reject” va molto oltre: esce al di fuori dei confini del genere per approdare lì dove il road movie si incontra con la metafora politica. I protagonisti sono gli stessi del primo film: una famiglia sanguinaria che vive nel cuore dell’America sudista più rozza e primitiva, guidata dal perverso clown Captain Spaulding, che non esita a sottoporre chiunque gli capiti sotto tiro alle più indicibili ed efferate torture. I “Rifiuti del Diavolo”, appunto. Che in questo nuovo episodio, tuttavia, da cacciatori diventano preda. Il clan è, infatti, braccato dalla polizia e intraprenderà una disperata fuga facendo terra bruciata sul proprio cammino.
Il movimento non è più centripeto ma centrifugo, il focus non è più la dimensione domestica (con buona pace degli adattatori italiani) ma il rapporto con il mondo esterno. “The Devil’s Reject” mette in campo un conflitto di valori: la Civiltà e le convenzioni della morale dominante contro il vivere della famiglia, che con il suo agire si spinge fino al ribaltamento totale dell’ordine naturale e dei tabù ancestrali della nostra società. Un ribaltamento che si esprime da più punti di vista: nell’uso indiscriminato della violenza, nel rapporto con la morte, nel sesso. Ma il film sostiene anche l’interscambiabilità di queste posizioni: i protagonisti tra loro si scambiano effusioni e solidarietà proprio come se fossero una famiglia “normale”, mentre i poliziotti fanno presto a trasformarsi in barbari giustizieri…
Ecco, quello che fa veramente paura di “The Devil’s Reject” è che noi fin dall’inizio siamo dalla parte del diavolo. Lo spettatore è forzato a solidarizzare con un branco d’uccisori schizofrenici, e il bello è che ciò appare come del tutto naturale. Soprattutto nel finale, in cui si dispiega compiutamente tutta la carica eversiva del film: un epilogo dal tono epico-elegiaco, quasi commovente. Socialmente pericoloso? Forse, ma in tempi come i nostri, in cui i concetti di Bene e Male sono oggetto di estreme polarizzazioni nelle dottrine, nella retorica ideologica, nella formazione del pregiudizio, in particolare in Usa, una visione alternativa come questa non può che essere un toccasana.


Voto: 

© Copyright 2003-2006 Associazione Culturale Balarm

criticato da: rob81 alle ore 22:39 | link | commenti (6) |

categorie: rob zombie
martedì, 23 maggio 2006

Napoleon Dynamite

di Jared Hess
con Jon Heder, Jon Gries, Aaron Ruell
Usa 2004
 
A parte “Shinobi” e lasciando da parte qualche entusiastica esagerazione Pier Maria Bocchi non sbaglia (quasi) mai. “Napoleon Dynamite” è davvero un film inusuale, fortemente sottovalutato e su cui si è sorvolato con eccessiva sufficienza. Sotto la facciata della farsaccia demenziale alla “Rivincita dei nerd” si nasconde una commedia dal tono sospeso e lunare, fin dal ritmo (inquadrature molto lunghe, sospensioni e piani muti) programmaticamente fuori dagli schemi, dove più che la velocità delle gag ciò che conta è il tratteggio “realista” dei caratteri. Le consuetudini del teen movie, come pure le sue situazioni ricorrenti (il ballo della scuola, l’elezione del rappresentante) sono inquadrate dalla prospettiva ribaltata dei losers, che alla fine si rivela la più vitale e vincente. Tra una risata e l’altra per l’incredibile goffaggine del protagonista e degli amici che lo circondano, si riesce anche a riflettere sulla necessità di opporsi al conformismo e al pensiero dominante, sull’esaltazione della diversità e sul diritto di cittadinanza a ogni stile di vita. Il finale (e anche il post finale, dopo i titoli di coda), positivo, tenero, anarchico è un trionfo.
Viva gli sfigati! Viva il pensiero alternativo!
criticato da: rob81 alle ore 01:09 | link | commenti (4) |

categorie: altre visioni
lunedì, 22 maggio 2006

The King of Comedy

di Stephen Chow
con Stephen Chow, Karen Mok, Cecilia Cheung
Hong Kong 1999


Da qualche parte ho letto che al cinema di Hong Kong manca la capacità di saper riflettere su se stesso, di guardarsi retrospettivamente, di soffermarsi per elaborare un’immagine critica del sé, o qualche ciancia del genere. Niente di più sbagliato, basta guardare “The King of Comedy” che, pur essendo un’irresistibile farsa dotata di spassosi momenti grotteschi e surreali, alla maniera dello Stephen Chow più ispirato, riesce anche a restituirci con incredibile freschezza un ritratto dell’universo cinematografico artistico e produttivo di quegli anni.
Chi ha anche una conoscenza parziale e superficiale del “cinema più bello del mondo” (come il sottoscritto) non potrà che bearsi di come Chow riesca a giocare metalinguisticamente con l’immaginario evocato: dalla parodia dei film di John Woo (una sequenza davvero da alzarsi in piedi ad applaudire; colombe che svolazzano a ogni pie’ sospinto, trampolini e wirework in ogni dove, la progressione geometrica di armi sempre più potenti), al cammeo del vero Jackie Chan (l’incontro tra i due più acclamati giullari di Hong Kong, replicato alla rovescia in “Gorgeous”, è da lacrimuccia), passando per i riferimenti alla Shaw Brothers.
Ma, tolto l’aspetto autoriflessivo e autobiografico, “The King of Comedy” rimane una commedia che sfiora il sublime, diretta splendidamente da uno Stephen Chow che diventa sempre più bravo anche dietro la macchina da presa. Anche l’aspetto più propriamente romantico non è affatto da sottovalutare: i duetti tra Chow e Cecilia Cheung fanno scintille, e alcuni momenti hanno un’intensità che non avresti sperato mai di vedere in un contesto simile (la scena del primo bacio, ad esempio, oppure la prima notte passata insieme).
criticato da: rob81 alle ore 01:39 | link | commenti (4) |

categorie: altre visioni, stephen chow
venerdì, 19 maggio 2006

Meet the Feebles

di Peter Jackson
Nuova Zelanda 1989
 
Avete presente il “Muppet Show”? Bhe, qui è quasi la stessa cosa: c’è un gran spettacolo messo in scena da tanti amichetti animali dalla stessa consistenza gommapiumosa. Tuttavia, fuori scena, covano ansie e dissapori e vengono allo scoperto torbidi retroscena: l’impresario tricheco tradisce quell’ippopotama di sua moglie, nonché primadonna dello show, si fa fare fellatio da un’amante gattina; il coniglio, come specie vuole, è un maniaco sessuale che finisce per beccarsi pure l’Aids (“the big one!”), il coccodrillo è un drogato con un trascorso in Vietnam, il ratto gira di nascosto filmini hard (per giunta convincendo un elefante voyeur a cimentarsi nel sesso anale) e adesca le ragazze del coro… E continuando su questo registro con l’intento dichiarato di radunare in un unico film quante più tematiche scabrose e scene disgustose possibile per farle interpretare da pupazzi.   
Molto prima di “Team America” e di “Mtv Pets” (bleah) ci pensava Peter Jackson a far venire il sudore freddo alla associazioni dei genitori con droga, sesso, violenza e turpiloquio tra pupazzi. L’intento del secondo e meno conosciuto (almeno per la platea italiana) film di PJ non si discosta mica tanto da quello di “Bad Taste” e “Braindead”: far disgustare lo spettatore. Però è il meno riuscito dei tre: forse perché a lungo andare il meccanismo stanca. Ci sono però alcune sequenze memorabili: il flashback del coccodrillo sulla falsariga del “Cacciatore” di Cimino, la canzone proibita del capocomico (“Sodomy! /You must think it very odd of me / But I enjoy the act of sodomy…”) e soprattutto il finale in cui l’ippopotama armata di mitragliatore fa fuori tutti i puppet in un bagno di sangue degno del più truce heroic bloodshed. Ma nel complesso il tutto risulta un po’ ripetitivo e, insomma, la provocazione è fine a se stessa.
Comunque che Jackson sia un regista dall’impianto molto classico paradossalmente si capiva anche qui: struttura narrativa, presentazione dei personaggi, inserimento dei flashback sono figlie del più tradizionale cinema hollywoodiano.
criticato da: rob81 alle ore 21:59 | link | commenti (1) |

categorie: altre visioni, peter jackson
mercoledì, 17 maggio 2006

Masters of Horror 1.12 – Haeckel’s Tale

di John McNaughton
con Gerard Plunkett, Steve Bacic, Derek Cecil, Pablo Coffey
Usa 2006
 
In mancanza di Miike i “Masters of Horror” chiudono proprio in bruttezza. L’onore spetta a John McNaughton, regista che ha esordito con il famigerato “Henry – Pioggia di sangue” per poi abbandonare quasi completamente l’horror (e un motivo dovrà pur esserci…), e che oggi è quasi del tutto relegato al piccolo schermo. Il soggetto, abbastanza stantio, è tratto da un racconto di Clive Barker ed è incentrato sulla negromanzia e sul tentativo del protagonista di riportare in vita la moglie defunta.
Visti gli spunti di partenza non è che ci fosse da aspettarsi parecchio, ma anche le attese più basse verrebbero deluse da un risultato del genere. Per quasi tutto l’episodio non succede assolutamente nulla, solo un susseguirsi di pleonastici dialoghi senza il minimo tremito né sussulto. Poi, quando finalmente succede qualcosa, si rimane basiti dalla quantità di sequenze ridicole che si riesce ad accumulare: una scena di sesso di gruppo con morti viventi, un bambino zombie che morde senza motivo lo sfigatissimo protagonista e un colpo di scena che, più che telefonato, è videochiamato in tempo reale. Finale raccapricciante (non nel senso buono del termine: nessun spavento). Beh, per lo meno la controparte femminile, tale Leela Savasta, sfodera tutto il suo talento nelle scene orgiastiche… Kekkoz, aggiorna il toparank.
criticato da: rob81 alle ore 19:40 | link | commenti (6) |

categorie: altre visioni, masters of horror

Masters of Horror 1.10 – Sick girl

di Lucky McKee
con Angela Bettis, Misty Mundae
Usa 2006
 
Una delle cose belle dei “Masters of Horror” è l’incredibile varietà di tono che si alterna da un episodio all’altro, dall’apocalittico Carpenter al grottesco Landis, dal nero Miike al caustico Dante, tanto per citare sempre i soliti. Qui invece l’horror si mescola alla commedia con venatura rosa e trovate comico-paradossali.
Lucky McKee è salito alla ribalta e si è guadagnato la fascia di “master” con “May”, un vero piccolo cult tra i teenager Usa, che adesso mi accingo subito a recuperare. Come “May” (fra l’altro c’è la stessa Angela Bettis) anche “Sick girl” usa la chiave dell’horror come metafora delle ansie e delle instabilità adolescenziali, sempre con un occhio di riguardo al mondo femminile. Però qui tutto è molto più “in piccolo” e si prende molto meno sul serio, basta dire che il “mostro” non è altri che un misterioso insetto tropicale che con il prepuzio perfora l’orecchio delle gentil fanciulle per riprodursi.
La malattia del titolo, in realtà, fa riferimento in maniera abbastanza palese alla condizione d’omosessualità delle due protagoniste, così come è vista dai pregiudizi delle persone che le circondano. E bisogna dire che McKee riesce a rappresentare questo mondo senza sprofondare in eccessive ingenuità e sempre col sorriso sulle labbra (cosa che a volte non guasta). I momenti divertenti non mancano (le soggettive dell’insetto, la sequenza del primo appuntamento, ma io ho riso tantissimo quando la protagonista entomologa trova uno scarafaggio nel suo cibo cinese e, mentre tutti escono dal ristorante, lei lo esamina indifferente), anche se a volte si sente qualche caduta di tono.
Insomma, si respira parecchia atmosfera da “Buffy”, non solo per la fusione tra horror e tematica gay.
martedì, 16 maggio 2006

A Bittersweet Life

di Kim Jee-Woon
con Lee Byung-hun, Shin Min-a, Kim Young-Cheol, Kim Roeha

Corea del Sud 2004

Con “A Bittersweet Life” Kim Jee-Woon conferma nuovamente le sue indubbie doti di regista “medio” (senza che questo aggettivo abbia un’accezione negativa), in grado di muoversi con disinvoltura tra i generi più diversi (l’horror di “A Tale of Two Sisters” e del segmento di “Three”, la commedia di “The Foul King”, senza contare il tipico miscuglio alla coreana di “The Quiet Family”), non affrontandoli magari con uno sguardo particolarmente originale o innovativo, ma con la maestria di chi sa come si realizza un buon spettacolo popolare.
Così “A Bittersweet Life” ha tutti i pregi di un prodotto medio (alto) della cinematografia popolare coreana: limpidezza fotografica, cura maniacale per il dettaglio, tensione estetizzante, look cool dei protagonisti. L’aspetto più interessante è sicuramente quello estetico-compositivo e, visto che il film è uscito la settimana scorsa nelle sale italiane (alleluia, grazie Lucky Red!), merita certamente una visione su grande schermo.
Non si può però far a meno di notare come il film sia afflitto da un fastidioso complesso di “Oldboy”: Kim Jee-Woon gioca a fare il Park Chan-wook della situazione (i walzer, le esecuzioni in corridoio) senza però averne il talento visionario o la profondità d’analisi.  
Poche le sequenze che veramente colpiscono (il combattimento d’esordio, la punizione in mezzo al fango, il successivo combattimento nella fabbrica abbandonata): tutto il resto un po’ annoia.

Vota:

criticato da: rob81 alle ore 23:06 | link | commenti |

categorie: prima visione, kim jee-woon