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Un blog di nicchia. |
“La Casa del diavolo” (ma cominciamo subito a chiamare le cose con il loro nome: il titolo originale è “The Devil’s Reject”, però evidentemente ai distributori italiani pareva brutto tradurre la parola “rifiuti” – per quanto fondamentale – e hanno ben pensato di sostituirla con una fantomatica “casa”, di cui peraltro nella storia non v’è traccia) è un’opera disturbante, destabilizzante, distorta – si sarebbe quasi tentati di dire socialmente pericolosa – ma anche, per tutti questi motivi, in qualche modo necessaria.
Il movimento non è più centripeto ma centrifugo, il focus non è più la dimensione domestica (con buona pace degli adattatori italiani) ma il rapporto con il mondo esterno. “The Devil’s Reject” mette in campo un conflitto di valori: la Civiltà e le convenzioni della morale dominante contro il vivere della famiglia, che con il suo agire si spinge fino al ribaltamento totale dell’ordine naturale e dei tabù ancestrali della nostra società. Un ribaltamento che si esprime da più punti di vista: nell’uso indiscriminato della violenza, nel rapporto con la morte, nel sesso. Ma il film sostiene anche l’interscambiabilità di queste posizioni: i protagonisti tra loro si scambiano effusioni e solidarietà proprio come se fossero una famiglia “normale”, mentre i poliziotti fanno presto a trasformarsi in barbari giustizieri…
A parte “Shinobi” e lasciando da parte qualche entusiastica esagerazione Pier Maria Bocchi non sbaglia (quasi) mai. “Napoleon Dynamite” è davvero un film inusuale, fortemente sottovalutato e su cui si è sorvolato con eccessiva sufficienza. Sotto la facciata della farsaccia demenziale alla “Rivincita dei nerd” si nasconde una commedia dal tono sospeso e lunare, fin dal ritmo (inquadrature molto lunghe, sospensioni e piani muti) programmaticamente fuori dagli schemi, dove più che la velocità delle gag ciò che conta è il tratteggio “realista” dei caratteri. Le consuetudini del teen movie, come pure le sue situazioni ricorrenti (il ballo della scuola, l’elezione del rappresentante) sono inquadrate dalla prospettiva ribaltata dei losers, che alla fine si rivela la più vitale e vincente. Tra una risata e l’altra per l’incredibile goffaggine del protagonista e degli amici che lo circondano, si riesce anche a riflettere sulla necessità di opporsi al conformismo e al pensiero dominante, sull’esaltazione della diversità e sul diritto di cittadinanza a ogni stile di vita. Il finale (e anche il post finale, dopo i titoli di coda), positivo, tenero, anarchico è un trionfo.
Da qualche parte ho letto che al cinema di Hong Kong manca la capacità di saper riflettere su se stesso, di guardarsi retrospettivamente, di soffermarsi per elaborare un’immagine critica del sé, o qualche ciancia del genere. Niente di più sbagliato, basta guardare “The King of Comedy” che, pur essendo un’irresistibile farsa dotata di spassosi momenti grotteschi e surreali, alla maniera dello Stephen Chow più ispirato, riesce anche a restituirci con incredibile freschezza un ritratto dell’universo cinematografico artistico e produttivo di quegli anni.
Avete presente il “Muppet Show”? Bhe, qui è quasi la stessa cosa: c’è un gran spettacolo messo in scena da tanti amichetti animali dalla stessa consistenza gommapiumosa. Tuttavia, fuori scena, covano ansie e dissapori e vengono allo scoperto torbidi retroscena: l’impresario tricheco tradisce quell’ippopotama di sua moglie, nonché primadonna dello show, si fa fare fellatio da un’amante gattina; il coniglio, come specie vuole, è un maniaco sessuale che finisce per beccarsi pure l’Aids (“the big one!”), il coccodrillo è un drogato con un trascorso in Vietnam, il ratto gira di nascosto filmini hard (per giunta convincendo un elefante voyeur a cimentarsi nel sesso anale) e adesca le ragazze del coro… E continuando su questo registro con l’intento dichiarato di radunare in un unico film quante più tematiche scabrose e scene disgustose possibile per farle interpretare da pupazzi.
Molto prima di “Team America” e di “Mtv Pets” (bleah) ci pensava Peter Jackson a far venire il sudore freddo alla associazioni dei genitori con droga, sesso, violenza e turpiloquio tra pupazzi. L’intento del secondo e meno conosciuto (almeno per la platea italiana) film di PJ non si discosta mica tanto da quello di “Bad Taste” e “Braindead”: far disgustare lo spettatore. Però è il meno riuscito dei tre: forse perché a lungo andare il meccanismo stanca. Ci sono però alcune sequenze memorabili: il flashback del coccodrillo sulla falsariga del “Cacciatore” di Cimino, la canzone proibita del capocomico (“Sodomy! /You must think it very odd of me / But I enjoy the act of sodomy…”) e soprattutto il finale in cui l’ippopotama armata di mitragliatore fa fuori tutti i puppet in un bagno di sangue degno del più truce heroic bloodshed. Ma nel complesso il tutto risulta un po’ ripetitivo e, insomma, la provocazione è fine a se stessa.
Una delle cose belle dei “Masters of Horror” è l’incredibile varietà di tono che si alterna da un episodio all’altro, dall’apocalittico Carpenter al grottesco Landis, dal nero Miike al caustico Dante, tanto per citare sempre i soliti. Qui invece l’horror si mescola alla commedia con venatura rosa e trovate comico-paradossali.di Kim Jee-Woon
con Lee Byung-hun, Shin Min-a, Kim Young-Cheol, Kim Roeha
Corea del Sud 2004
Con “A Bittersweet Life” Kim Jee-Woon conferma nuovamente le sue indubbie doti di regista “medio” (senza che questo aggettivo abbia un’accezione negativa), in grado di muoversi con disinvoltura tra i generi più diversi (l’horror di “A Tale of Two Sisters” e del segmento di “Three”, la commedia di “The Foul King”, senza contare il tipico miscuglio alla coreana di “The Quiet Family”), non affrontandoli magari con uno sguardo particolarmente originale o innovativo, ma con la maestria di chi sa come si realizza un buon spettacolo popolare.
Così “A Bittersweet Life” ha tutti i pregi di un prodotto medio (alto) della cinematografia popolare coreana: limpidezza fotografica, cura maniacale per il dettaglio, tensione estetizzante, look cool dei protagonisti. L’aspetto più interessante è sicuramente quello estetico-compositivo e, visto che il film è uscito la settimana scorsa nelle sale italiane (alleluia, grazie Lucky Red!), merita certamente una visione su grande schermo.
Non si può però far a meno di notare come il film sia afflitto da un fastidioso complesso di “Oldboy”: Kim Jee-Woon gioca a fare il Park Chan-wook della situazione (i walzer, le esecuzioni in corridoio) senza però averne il talento visionario o la profondità d’analisi.
Poche le sequenze che veramente colpiscono (il combattimento d’esordio, la punizione in mezzo al fango, il successivo combattimento nella fabbrica abbandonata): tutto il resto un po’ annoia.