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domenica, 30 aprile 2006

Far East Film Festival - Sabato 29 aprile

Cacchio, tre giorni passano così in fretta. Nel gran finale compare qualche titolo interessante, ma nel complesso quest’ultimo terzo di festival (ma anche l’intera edizione, a detta di tutti) manca di un vero capolavoro in grado di imporsi sopra una patina di generale mediocrità.
 
- Bystanders di Im Kyung-soo, Corea del Sud 2005
 
Anche con tutte le attenuanti del caso (sono arrivato in ritardo, ero ancora mezzo addormentato) “Bystanders” è davvero l’thriller coreano senza arte né parte. Una poliziotta single (ma con nipote a carico) indaga sull’omicidio di un ragazzino, sotto il quale si annidano bullismo (di nuovo: è una fissa in Corea) e disagi familiari. Tutto già visto e anche un po’ noioso. C’è la diva di “Lost”.
 
- Superkid di Cha Chuen-yee, Hong Kong 2006
 
“Superkid” è un film per bambini. Magari piacerà a loro, certo non a me. Bambini vengono nutriti con OGM e diventano supergeni e assi del kung fu, ma ciò che desiderano veramente è la felicità familiare (???). Dieci minuti, e mi sono sembrati anche troppi.
 
- You are my sunshine di Park Jin-pyo, Corea del Sud 2005
 
Tipico esempio d’impasto tra generi come solo i coreani sanno fare, “You are my sunshine” è una commedia romantica campagnola con gag sull’ingenuità contadina al livello di “un ragazzo di campagna” di pozzettiana memoria. Ma poi vira improvvisamente sul dramma estremo, che spalanca la porta a AIDS, prostituzione e carcere. Insospettabili momenti forti (il bellissimo incontro in carcere tra i due innamorati) e grandi protagonisti.
 
- Hello Yasothorn di Petchthai Wongkamlao, Tailandia 2005
 
Un musical thailandese, quindi: colori sgranati, cieli e laghi verdi, battutacce e situazioni folli. La storia è quella di sempre: due amanti ostacolati dai genitori di lei perché lui è povero. Ma è solo un pretesto infarcire il tutto con musichette e gag. Non si raggiungono le vette sperimentali e avanguardistiche di “Bangkok loco”: qui è più che altro ordinaria amministrazione. C’è pure un equivalente della celebre scenetta di “Totò, Peppino e la malafemmina”, e la battuta più bella di tutto il festival: “my sperm in meaningless”, pronunciato dal protagonista che si crede abbandonato dall’amata.
 
- Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyun, Corea del Sud 2005
 
Guerra di Corea. In un villaggio sperduto nel bosco dove il tempo sembra essersi fermato approdano due soldati sudcoreani, tre nordcoreani e un aviatore americano il cui aereo è precipitato nelle vicinanze. L’atmosfera magica del luogo, che non conosce né armi né guerre, riuscirà a sciogliere le tensioni anche tra nemici così agguerriti. Uno dei cinque più grandi incassi coreani di tutti i tempi, “Welcome to Dongmakgol” è un blockbuster con l’anima, pieno di visioni fantastiche (il popcorn che piove dal cielo, un cinghiale portentoso), con un forte messaggio pacifista al di sopra delle parti (nessuna propaganda anticoreana, qui sono gli americani a non fare una bella figura). Risente un po’ troppo dell’“effetto La vita è bella”, certi passaggi sono troppo sdolcinati e certe cose erano state dette meglio da “Joint Security Area”, ma nel complesso un buon film, il vincitore scontato del premio del pubblico.
 
- Always: Sunset on third street di Yamazaki Takashi, Giappone 2005

Com’erano belli gli Anni ’50... Il secondo classificato nell’Audience Award di quest’edizione è una rivisitazione nostalgica (e un po’ oleografica) dei bei vecchi tempi andati, una sorta di “Radio days” nipponico, solo che qui è la televisione a dominare i pensieri del bambino protagonista. Buona la prima parte dai toni semplici e leggeri da commedia (l’incacchiatura del signor Suzuki), poi finisce per prendere il sopravvento la componente melodrammatica e si colpisce basso alla ghiandola lacrimale. Lodevole comunque la meticolosa ricostruzione scenografica. Uno dei più grandi successi di questa stagione in patria.
criticato da: rob81 alle ore 19:50 | link | commenti (8) |

categorie: rob a udine

Far East Film Festival - Venerdì 28 aprile

- Cocktail di Herman Yau & Longisland SO, Hong Kong 2006
 
Varia umanità si incrocia in un locale notturno. Amori, gelosie, infanzia difficile: ma la vita torna a sorridere tra una birra e un gin tonic. Patinato nella confezione, glamour nella composizione, kitch nello stille (ralenty e fermofotogrammi a iosa), “Coktail” è quel genere di film che vuole "piacere" a tutti i costi e cerca sorrisi e lacrime facili. Carino, niente di più.
 
- Sa-kwa di kang Yi-kwan, Corea del Sud 2005
 
Il cinema coreano viviseziona i rapporti di coppia con precisione anatomica. “Sa-kwa” mettendo in scena la nascita di un matrimonio e la sua crisi realizza un affresco sul male di vivere metropolitano. Una regia puntuale e un'interpretazione autentica degli attori non salvano il film da pesantezza e staticità di tono (acuita dal moltipicarsi dei finali, il tratto caratteristico di questa edizione).
 
- Ski jumping pairs: road to Torino di Kobayashi Misaki e Mashima Richiro, Giappone 2006
 
Le mie prime risate al Far East. Si fatica a credere che qualcuno abbia potuto concepire un'idea simile: realizzare un documentario finto su una finta disciplina olimpica, ovvero il salto con gli sci a coppie, mescolando tecniche di ripresa pseudodocumentarie con tecniche digitali per le performance atletiche. Momenti di puro e irresistibile nonsense (le coreografie più improbabili e irrealizzabili) per un film non totalmente privo di senso. Un inno gioioso e giocoso all'impossibile.
 
- Loach is fish too di Yang Yazhou, Cina 2005
 
Loach a quanto pare vuol dire "pesce barometro" (un pesce poco pregiato), ma chi sa che il titolo non celi un richiamo anche al celebre regista inglese. Qui più che con proletariato operaio abbiamo a che fare con il sotto-sottoproletariato che tenta di sopravvivere negli interstizi di una caotica Pechino. Il film descrive un percorso comune: poveri contadini che emigrano nella capitale per cercare fortuna. Denuncia di stampo neorealista unita a uno stile patemico (i dolly che si stagliano sulla massa indistinta dei lavoratori). In ogni caso un'opera doverosa, a tratti commovente. Un "Qu Ju" aggiornato al nuovo millennio capitalista cinese.
 
- Nana di Otani Kentaro, Giappone 2005
 
Tratto da un manga che tutti gli adolescenti giapponesi conoscono (ma anche molti italiani), “Nana” è un adattamento live action che è pura prammatica. Leggero, fresco, colorato, ma totalmente fatuo e innocuo. I 113 minuti scorrono piacevoli, tra una canzonetta jpop e una mossetta della protagonista, a patto di non pretendere nulla di più.
 
- Tokyo Zombi di Sato Sakichi, Giappone 2005
 
Cosa si può dire di un film del genere? Anarchia allo stato puro, Tadanobu Asano e Sho Aikawa che abbattono zombie a suon di jujitsu, un monte Fuji radioattivo e coperto di immondizia, una Tokyo postapocalittica con centrali elettriche "umane", colori, acconciature (l'improbabile parrucca afro di Asano...) e musica anni '70. Un gioco cinefilo, soprattutto, con una perfetta ricostruzione della fotografia "sporca" del cinema di genere seventies, effetti speciali della migliore tradizione splatter e modellini che vengono dai kaiju eiga. Non per tutti i gusti, ma almeno un piatto inusuale. 
 
criticato da: rob81 alle ore 18:21 | link | commenti |

categorie: rob a udine

Far East Film Festival - Giovedì 27 aprile

Deludente mia prima giornata all’ottavo Far East Film Festival. Di scena l’“Horror day”, ma l’unica opera degna di nota viene dal passato.
 
- The Imp di Dennis Yu, Hong Kong 1981
 
Da uno dei principali esponenti della new wave hongkonghese un film anomalo che comincia come dramma dai risvolti sociali (protagonista disoccupato con moglie incinta), ma diventa ben presto un horror visionario, in cui l'inventiva sopperisce all'artigianalità dei mezzi. A inquietare, più che i singoli elementi, è l'atmosfera d'insieme che si riesce a creare. Tra riferimenti al coevo cinema americano e situazioni surreali e slegate dal contesto, un prodotto pop decisamente anni '80.
 
- Beneath the Cogon di Rico Maria Ilarde, Filippine 2005
 
Sconosco totalmente il cinema filippino. Sarà pure vero che si tratta di una realtà inventiva  e vulcanica, ma di certo questo film non ne fa parte. Operetta girata in digitale che mescola pulp (con dialoghi molto pulp, pure troppo: un delinquente la cui moglie è scappata con un indonesiano chiede prima di morire: "ma gli indonesiani hanno il cazzo grosso?") a horror tenuti insieme da una storia d'amore. Ma quello che conta è il modo in cui tutto ciò viene girato: più che artigianale, più che ridicolo, più che trash. Non ci si crede.
 
-  Aquarium di Rico Maria Ilarde, Filippine
 
“Aquarium” è un corto realizzato per un film a episodi dallo stesso regista di “Beneath the Cogon”. La trama è incentrata su un acquario maledetto che vuole sterminare una famiglia. E ho detto tutto. Non riesco ancora a spiegarmi perché l'abbia visto.
 
- The Heirloom di Leste Chen, Taiwan 2005
 
Visivamente interessante, "The Heirloom" attinge dal repertorio ricorrente della "casa infestata", filtrato attraverso il folklore taiwanese. Leggenda vuole che sia possibile "allevare" spiritelli cibandosi di feti di bebé (che schifo). Il gioco della messa a fuoco e della profondità di campo è funzionale alla resa di una realtà multiprospettica e al confine col mondo sovrannaturale, ma una buona fotografia non basta a ravvivare l'interesse per una trama che finisce per assottigliarsi su se stessa in una sequela di estenuanti finali. Gran gnocca la protagonista (presente in sala con abitino striminzito).
 
- Voice di Choi Equan, Corea del Sud 2005

L’idea di partenza è interessante (anche se non del tutto originale): raccontare una ghost story dal punto di vista dello spettro. Ma lo svolgimento è intricato e ampolloso e al posto della paura si prova noia.
criticato da: rob81 alle ore 18:09 | link | commenti (2) |

categorie: rob a udine
mercoledì, 26 aprile 2006

Rob al Far East Film Festival 2006 - Live from Udine

Finalmente. Domani (sveglia alle 6 di mattina) Rob parte alla volta di Udine e spera di godersi questi ultimi scampoli di Far East Film Festival. È la mia prima volta: sono ansioso e un po’ commosso. Molta roba bella ormai è già passata, ma mi auguro che il FFF abbia ancora qualche carta da giocare: l’Horror day (che però quest’anno non mi ispira particolarmente) e qualcuno dei soliti succosi e attesissimi blockbuster (“Tokio Zombie”, “Welcome to Dongmakgol” e “Nana”, per esempio). Staremo a vedere.
In ogni caso ho già preparato uno scompartimento speciale nella valigia per i dvd d’importazione.
Kekkoz (un collega che segue in diretta la manifestazione e a cui ho gentilmente fregato l’immagine qui di fianco) si è fatto la foto con l’amico cicciotto di Stephen Chow: io devo scovare qualcuno d’almeno altrettanto sensazionale (magari la suocera di Johnny To).
Se troverò un internet point su cui sfogarmi vi inonderò con qualche cacchiatella a caldo. Stay tuned.
criticato da: rob81 alle ore 22:33 | link | commenti (9) |

categorie: rob a udine
martedì, 25 aprile 2006

The Myth

di Stanley Tong
con Jackie Chan, Hee-seon Kim, Tony Leung Ka Fai, Mallika Shewarat
Hong Kong 2005

L’ultimo Jackie Chan si destreggia tra due piani temporali differenti, ma anche tra generi diversi: il gongfu avventuroso in cui il Nostro veste i panni di un archeologo sulle tracce di una misteriosa pietra indiana in grado d’annullare la gravità, e il wuxia storico, in cui sempre il Nostro indossa l’armatura di un generale dell’esercito Qing col compito di proteggere una bellissima concubina dell’imperatore. Passato e presente si sovrappongono nel finale, dando adito a un terzo genere: il fantastico che strizza l’occhio un po’ alle storie di fantasmi cinesi e un po’ a Matrix (tanto per cambiare).

Quanto alla prima componente, sebbene il peso dell’età si faccia un po’ sentire e il buon Jackie riduca i numeri acrobatici, quei pochi presenti sono sempre un bel vedere e la sequenza nella fabbrica di colla è da pura antologia chaniana. La collaudata accoppiata Tong-Chan non si smentisce neanche questa volta.

Per ciò che attiene al wuxia, invece, bisogna lodare il coraggio di Jackie nel cimentarsi in un genere mai affrontato prima – anche se il dubbio che si voglia semplicemente sfruttare la moda del filone cavalleresco c’è – e nell’infrangere alcune delle consuetudini del suo cinema (si tratta con tutta probabilità del suo film più violento e sanguinoso e c’è addirittura un mozzamento di testa).

Vedere il re della coreographic kung fu brandire una spada o schivare fendenti in duelli all’arma bianca con la consueta abilità escapista fa molta impressione, ma non c’è niente da fare: Jackie ha un fisico clownesco, non è credibile con mantello e armatura, non possiede la regalità che si confà a un ruolo del genere.

Il tentativo d’allontanarsi dai soliti cliché e di produrre una miscela inconsueta finisce dunque per fallire: la parte ambientata nel passato si prende troppo sul serio e si smarrisce in una stucchevole storia d’amore (altro elemento inconsueto nella cinematografia di Chan), mentre il finale si consuma in un delirio aereo (altro che “Hero”…) piuttosto imbarazzante.

Aggiungeteci anche una moraletta politica di regime sulla valorizzazione del patrimonio artistico cinese e sul rifiuto della gestione capitalista dei beni culturali e “The Myth” si sopporta veramente a fatica.

criticato da: rob81 alle ore 00:35 | link | commenti |

categorie: altre visioni, jackie chan, gongfupian
lunedì, 24 aprile 2006

scary movie 4

di David Zucker
con Anna Faris, Regina Hall, Craig Bierko, Leslie Nielsen, Carmen Electra, Bill Pullman, Micheal Madsen, Shaquille O’Neal
Usa 2006
 
E' il destino dei film parodici, in fondo, quello di essere sempre uguali a se stessi: il modello base resta invariato, basta solo qualche piccolo aggiornamento per adeguarsi agli ultimi titoli usciti nelle sale. In questo modo ci si guadagna la complicità spettatoriale (il pubblico fidelizzato è contento di muoversi a suo agio in un sistema di riferimento che ormai conosce a menadito) e ci si assicura l’infinita replicabilità del prodotto fino al massimo sfruttamento del suo successo. Nessuna sorpresa, quindi, per questo “Scary Movie 4” (“l’ultimo capitolo della trilogia”, come viene apostrofato negli slogan pubblicitari), ennesimo dissacrante sberleffo nei confronti del genere dell’orrore. Per apprezzare il film, esattamente come tutti gli episodi precedenti, bisogna possedere due semplici requisiti.
Il primo è quello di aver frequentato i cinema nelle ultime due stagioni quanto basta per aver visto i principali blockbuster americani, di preferenza horror e fantascientifici (“La Guerra dei Mondi” e “The Grudge”, soprattutto, e anche “Saw – L’enigmista”, “The Village”, “La terra dei morti viventi”), ma non necessariamente (“Million Dollar Baby”, “Brokeback Mountain”). Chi è rimasto a guardare la tv però non abbia paura: potrà ugualmente riconoscere le prese in giro dei personaggi più noti del mondo mediatico, da Tom Cruise (e le sue esuberanti dichiarazioni d’amore televisive per Katie Holmes), al gigante dell’Nba Shaquille O’Neal (che ironizza su se stesso), passando per Mike Tyson e Micheal Jackson (che a “Scary Movie” è ormai di casa).
Il secondo è quello di non arricciare il naso di fronte a una comicità rigorosamente scatologica ed escrementizia, un universo sboccato e cafonesco in cui spadroneggiano Viagra ed erezioni, pipì e pupù, doppi sensi scurrili e le solite immancabili scoregge. E d’accontentarsi di un linguaggio comico elementare e immediato, la cui grammatica si fonda essenzialmente su capocciate o capitomboli.
Purtroppo sono molto lontani i tempi in cui la premiata ditta David Zucker (alla regia, qualche volta assieme al fratello Jerry) e Jim Abrahams (alla sceneggiatura, ma anche da solo come regista) regalava perle di parodia e di demenzialità nei decenni Ottanta (“L’aereo più pazzo del mondo”, “Top Secret!”) e Novanta (la serie di “Una pallottola spuntata” e di “Hot Shots!” e il decisamente sottovalutato “Mafia!”). Piccole gemme del loro genere, che riuscirono a portare avanti una destrutturazione del registro comico fino a scomporlo in particelle elementari, in un caleidoscopio infinito di gag, spesso giocate sull’assurdo, sul nonsense, sul paradosso.
Su “Scary Movie 4” pesa soprattutto l’eredità volgarotta e fracassona dei fratelli Wayans, inventori con i primi due episodi del meccanismo parodico che sta alla base di questa serie. Già in “Scary Movie 3” si era assistito al passaggio di consegne nei confronti di Zucker (che si è portato appresso alcuni attori feticcio come Leslie Nielsen e Charlie Sheen, presenti anche nel quarto film), ma non si sono registrate sensibili differenze. Il black humor greve e sguaiato dei Wayans la fa ancora da padrone, a volte con risultati esilaranti (il “Brokeback Mountain” versione nera, ad esempio, un tripudio di canzoni languide e di luoghi comuni irriverenti sulla sessualità gay), più spesso con esiti fiacchi e scontati. Speriamo di trovare uno Zucker più inventivo e ispirato nel prossimo “SuperHero!”, attualmente in preproduzione: riuscite a indovinare quale genere verrà questa volta messo alla berlina?
 
Vota:
criticato da: rob81 alle ore 20:32 | link | commenti (5) |

categorie: prima visione
mercoledì, 19 aprile 2006

...e se domani

di Giovanni La Pàrola
con Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Sabrina Impacciatore, Luigi Maria Burruano
Italia 2005 
 
Ci sono Luca e Paolo, quelli di “Camera Café”, e Sabrina Impacciatore, quella di “Ciro” e “Convention”, ma non si tratta di un film comico.
Ci sono quarantenni immaturi, coppie in crisi e problemi familiari, ma non è cinema “alla Muccino” (o “muccinema”, come ama definirlo Enrico Ghezzi).
Anche se il titolo può ingannare non è (solo) una commedia sentimentale. Si parla di banche voraci, di piccoli imprenditori sull’orlo del fallimento e di guai coi prestiti, ma l’obiettivo non è la denuncia sociale. Canta Mina, ma siamo nel Duemila.
Difficile tracciare i contorni di “…E se domani”, sfuggente opera prima del regista palermitano – ma laureato e resi