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Un blog di nicchia. |
Anche con tutte le attenuanti del caso (sono arrivato in ritardo, ero ancora mezzo addormentato) “Bystanders” è davvero l’thriller coreano senza arte né parte. Una poliziotta single (ma con nipote a carico) indaga sull’omicidio di un ragazzino, sotto il quale si annidano bullismo (di nuovo: è una fissa in Corea) e disagi familiari. Tutto già visto e anche un po’ noioso. C’è la diva di “Lost”.
Tipico esempio d’impasto tra generi come solo i coreani sanno fare, “You are my sunshine” è una commedia romantica campagnola con gag sull’ingenuità contadina al livello di “un ragazzo di campagna” di pozzettiana memoria. Ma poi vira improvvisamente sul dramma estremo, che spalanca la porta a AIDS, prostituzione e carcere. Insospettabili momenti forti (il bellissimo incontro in carcere tra i due innamorati) e grandi protagonisti.
coreani di tutti i tempi, “Welcome to Dongmakgol” è un blockbuster con l’anima, pieno di visioni fantastiche (il popcorn che piove dal cielo, un cinghiale portentoso), con un forte messaggio pacifista al di sopra delle parti (nessuna propaganda anticoreana, qui sono gli americani a non fare una bella figura). Risente un po’ troppo dell’“effetto La vita è bella”, certi passaggi sono troppo sdolcinati e certe cose erano state dette meglio da “Joint Security Area”, ma nel complesso un buon film, il vincitore scontato del premio del pubblico.
Varia umanità si incrocia in un locale notturno. Amori, gelosie, infanzia difficile: ma la vita torna a sorridere tra una birra e un gin tonic. Patinato nella confezione, glamour nella composizione, kitch nello stille (ralenty e fermofotogrammi a iosa), “Coktail” è quel genere di film che vuole "piacere" a tutti i costi e cerca sorrisi e lacrime facili. Carino, niente di più.
Le mie prime risate al Far East. Si fatica a credere che qualcuno abbia potuto concepire un'idea simile: realizzare un documentario finto su una finta disciplina olimpica, ovvero il salto con gli sci a coppie, mescolando tecniche di ripresa pseudodocumentarie con tecniche digitali per le performance atletiche. Momenti di puro e irresistibile nonsense (le coreografie più improbabili e irrealizzabili) per un film non totalmente privo di senso. Un inno gioioso e giocoso all'impossibile.
Tratto da un manga che tutti gli adolescenti giapponesi conoscono (ma anche molti italiani), “Nana” è un adattamento live action che è pura prammatica. Leggero, fresco, colorato, ma totalmente fatuo e innocuo. I 113 minuti scorrono piacevoli, tra una canzonetta jpop e una mossetta della protagonista, a patto di non pretendere nulla di più.
Deludente mia prima giornata all’ottavo Far East Film Festival. Di scena l’“Horror day”, ma l’unica opera degna di nota viene dal passato.
Visivamente interessante, "The Heirloom" attinge dal repertorio ricorrente della "casa infestata", filtrato attraverso il folklore taiwanese. Leggenda vuole che sia possibile "allevare" spiritelli cibandosi di feti di bebé (che schifo). Il gioco della messa a fuoco e della profondità di campo è funzionale alla resa di una realtà multiprospettica e al confine col mondo sovrannaturale, ma una buona fotografia non basta a ravvivare l'interesse per una trama che finisce per assottigliarsi su se stessa in una sequela di estenuanti finali. Gran gnocca la protagonista (presente in sala con abitino striminzito).
Finalmente. Domani (sveglia alle 6 di mattina) Rob parte alla volta di Udine e spera di godersi questi ultimi scampoli di Far East Film Festival. È la mia prima volta: sono ansioso e un po’ commosso. Molta roba bella ormai è già passata, ma mi auguro che il FFF abbia ancora qualche carta da giocare: l’Horror day (che però quest’anno non mi ispira particolarmente) e qualcuno dei soliti succosi e attesissimi blockbuster (“Tokio Zombie”, “Welcome to Dongmakgol” e “Nana”, per esempio). Staremo a vedere. di Stanley Tong
con Jackie Chan, Hee-seon Kim, Tony Leung Ka Fai, Mallika Shewarat
Hong Kong 2005
L’ultimo Jackie Chan si destreggia tra due piani temporali differenti, ma anche tra generi diversi: il gongfu avventuroso in cui il Nostro veste i panni di un archeologo sulle tracce di una misteriosa pietra indiana in grado d’annullare la gravità, e il wuxia storico, in cui sempre il Nostro indossa l’armatura di un generale dell’esercito Qing col compito di proteggere una bellissima concubina dell’imperatore. Passato e presente si sovrappongono nel finale, dando adito a un terzo genere: il fantastico che strizza l’occhio un po’ alle storie di fantasmi cinesi e un po’ a Matrix (tanto per cambiare).
Quanto alla prima componente, sebbene il peso dell’età si faccia un po’ sentire e il buon Jackie riduca i numeri acrobatici, quei pochi presenti sono sempre un bel vedere e la sequenza nella fabbrica di colla è da pura antologia chaniana. La collaudata accoppiata Tong-Chan non si smentisce neanche questa volta.
Per ciò che attiene al wuxia, invece, bisogna lodare il coraggio di Jackie nel cimentarsi in un genere mai affrontato prima – anche se il dubbio che si voglia semplicemente sfruttare la moda del filone cavalleresco c’è – e nell’infrangere alcune delle consuetudini del suo cinema (si tratta con tutta probabilità del suo film più violento e sanguinoso e c’è addirittura un mozzamento di testa).
Vedere il re della coreographic kung fu brandire una spada o schivare fendenti in duelli all’arma bianca con la consueta abilità escapista fa molta impressione, ma non c’è niente da fare: Jackie ha un fisico clownesco, non è credibile con mantello e armatura, non possiede la regalità che si confà a un ruolo del genere.
Il tentativo d’allontanarsi dai soliti cliché e di produrre una miscela inconsueta finisce dunque per fallire: la parte ambientata nel passato si prende troppo sul serio e si smarrisce in una stucchevole storia d’amore (altro elemento inconsueto nella cinematografia di Chan), mentre il finale si consuma in un delirio aereo (altro che “Hero”…) piuttosto imbarazzante.
Aggiungeteci anche una moraletta politica di regime sulla valorizzazione del patrimonio artistico cinese e sul rifiuto della gestione capitalista dei beni culturali e “The Myth” si sopporta veramente a fatica.
E' il destino dei film parodici, in fondo, quello di essere sempre uguali a se stessi: il modello base resta invariato, basta solo qualche piccolo aggiornamento per adeguarsi agli ultimi titoli usciti nelle sale. In questo modo ci si guadagna la complicità spettatoriale (il pubblico fidelizzato è contento di muoversi a suo agio in un sistema di riferimento che ormai conosce a menadito) e ci si assicura l’infinita replicabilità del prodotto fino al massimo sfruttamento del suo successo. Nessuna sorpresa, quindi, per questo “Scary Movie 4” (“l’ultimo capitolo della trilogia”, come viene apostrofato negli slogan pubblicitari), ennesimo dissacrante sberleffo nei confronti del genere dell’orrore. Per apprezzare il film, esattamente come tutti gli episodi precedenti, bisogna possedere due semplici requisiti.
Il secondo è quello di non arricciare il naso di fronte a una comicità rigorosamente scatologica ed escrementizia, un universo sboccato e cafonesco in cui spadroneggiano Viagra ed erezioni, pipì e pupù, doppi sensi scurrili e le solite immancabili scoregge. E d’accontentarsi di un linguaggio comico elementare e immediato, la cui grammatica si fonda essenzialmente su capocciate o capitomboli.
nonsense, sul paradosso.
Ci sono Luca e Paolo, quelli di “Camera Café”, e Sabrina Impacciatore, quella di “Ciro” e “Convention”, ma non si tratta di un film comico.