![]() |
![]() |
![]() |
Un blog di nicchia. |
di Roberto Benigni
con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno
Italia 2005
Che dramma quando un comico vuole piacere a tutti. “La tigre e la neve” ambisce a essere amato dal mondo intero: italiani, americani (Benigni sdogana il “suo” inglese come non mai), arabi, bambini, nonni, credenti, atei e via cerchiobbottando. Anche Roberto Benigni, nel discorso d’apertura di ieri sera, voleva soddisfare tutti: lodi entusiastiche alla città di Bologna e la solita esaltazione di Amore, Poesia, Vita, Dio, la Madonna, gli Angeli e tutto il Paradiso. Quando arriva al punto di lodare l’“enciclica dell’amore” di Papa Ratzinger, si capisce come abbia ormai oltrepassato il punto di non ritorno. Il comico non può blandire ruffianamente il suo pubblico per suscitare l’applauso automatico. Non può cullare la platea in un sogno ovattato e stucchevole come zucchero filato. Il vero spirito comico non cerca facili soluzioni di compromesso, ma ci sbatte in faccia la dura realtà, urtando, provocando, a volte disgustando: è lo spirito dei Lenny Bruce, degli Andy Kaufman, dei Cioni Mario.
Ma l’iconoclasta Cioni Mario non c’è più, non c’è più neanche Johnny Stecchino o il Piccolo Diavolo. Quello che ci rimane, purtroppo, è Attilio, “un poeta” che corre per le strade di una fintissima Bagdad da cartolina nel disperato tentativo di salvare la sua
Nicoletta Braschi. Vorrebbe essere lirico, ma è solo risibile, e meno male, perché non c’è molto altro da ridere nel resto del film. Verrebbe da urlare, vedendo Cerami, che in passato ha creato veri capolavori, perdersi in dialoghi insulsi e pomposi, Benigni citare se stesso per l’ennesima volta e annegare in una regia sciatta e televisiva, Piovani imprigionato dalle sue marcette. “La vita e bella” teneva bene a mente l’orrore della guerra e di tanto in tanto la ricordava agli spettatori (la scena dei cadaveri accatastati). Qui non c’è nulla di simile: le mine sono un gioco, i soldati americani al checkpoint burberi benefici, le bombe fuochi d’artificio.
Inutile, se non addirittura dannoso.
di Kim Yee-woon Corea del Sud 2000 L’esito non poteva che rivelarsi positivo, visto che qui sono coinvolti un solido regista come Kim Yee-woon, a suo agio fra i generi più diversi, (suoi “A Bittersweet Life” e “A Tale of Two Sisters”) e soprattutto Song Kang-Ho, uno dei monumenti della Corea, capace di immedesimarsi a tal punto nel personaggio da sembrare un vero wrestler anche nelle scene di lotta. Piccolo cammeo (se ho visto bene) di “Mister Vendetta” Shin Ha-Kyun. Un grazie alla mia dolce amica Yuri per avermi permesso di recuperare questo classico.
con Song Kang-Ho, Park Sang-Myeon, Jeong Wung-In, Song Yeong-Chang
Il Wrestling non rientra tra le mie passioni eppure, in un breve lasso di tempo, mi è capitato di vedere ben due film incentrati su questo sport: l’orribile “Calamari Wrestler” e il divertentissimo “The Foul King”. Il “Re dei puzzoni” è in realtà un modesto e pigro impiegato di banca, vessato dal suo capoufficio che per giunta lo tormenta con prese al collo da cui è impossibile fuggire. La via del riscatto si cela dietro una maschera a strisce (apparteneva al suo idolo, “Super Tiger-Mask”). Non vestirà però i panni del lottatore tradizionale, ma piuttosto del cheater: un buffone che diverte le folle con trucchetti assurdi come forchettate o ciabattate.
Una piacevole commedia, con gag a tratti irresistibili e surreali (il sogno iniziale del protagonista, che si immagina di combattere vestito da Elvis, vale tutto il film), un godibile sport movie (le sequenze di combattimento sono girate alla perfezione), ma anche una malinconica riflessione sul desiderio di riscattarsi in un mondo in cui, forse, non c’è più spazio neppure per sognare.
di Sogo Ishii
con Kaho Minami, Takashi Kamatsu, Etsushi Tokoyama
Giappone 1994
Il secondo film scelto per il cineforum dei cinebloggers non è stato una rivelazione folgorante come “The face of another”, ma si tratta comunque di un’opera insolita e visionaria, perfettamente in linea con il tono di queste serate.
Pur non apprezzando particolarmente il filone “serial killer + lavaggio del cervello”, Ishii è riuscito a comporre un quadro inquietante, giocando con uno stile rarefatto, che procede per sottrazioni, fuoricampo ed ellissi, ovvero esattamente l’opposto di produzioni come “Electric Dragon 80.000 V”. È vero, c’è qualche lentezza di troppo e qualche passaggio che non convince del tutto. Difetti che però vengono perdonati non appena si ritorna con la mente alla bellezza delle sequenze delle aggressioni in metropolitana. E considerando anche che ha verosimilmente ispirato thriller successivi come “Hypnosis”.
Andy Stitzer è un quarantenne come tanti altri. Ha un buon lavoro (dipendente in un negozio di elettronica), è simpatico, intelligente ed esteticamente passabile. Tuttavia, la sua vita si muove su binari piuttosto diversi rispetto a ciò che la maggior parte dei suoi coetanei ritiene “normale”. Abita da solo in un appartamento che è somiglia di più a un negozio di giocattoli: videogiochi, action figures (cioè costosi pupazzoni che ritraggono personaggi dei cartoni animati o delle serie tv), collezioni di soldatini, manifesti di vecchi film lo assediano ovunque, persino in bagno. Veste fuori moda, si sposta con una bicicletta munita di doppio specchietto retrovisore e ha una vita sociale tutt’altro che movimentata. Ma, la bizzarria più grave e imperdonabile, l’onta di cui vergognarsi (almeno in una cultura sesso-centrica come la nostra) è quella d’essere ancora un “verginello”. I colleghi di lavoro, che lo scoprono per caso, si incaponiscono nell’impartirgli lezioni e nell’organizzargli incontri di ogni tipo, affinché possa liberarsi di questa malaugurata condizione. Ma sarà lui stesso a costruirsi la strada per la maturazione e la responsabilità individuale, e a coronare il suo sogno con una donna che è esattamente l’altra metà della sua mela (vende gadget su E-bay).
“40 anni vergine” è stato l’inaspettato cavallo vincente dell’estate cinematografica americana. Prodotto con un budget ridottissimo, reclutando la regia e la maggior parte degli interpreti dal mondo televisivo, ha saputo conquistare – grazie al maldestro ma sensibile Andy – le platee statunitensi, incassando centinaia di migliaia di dollari. Evidentemente il film è riuscito
a sollevare esigenze avvertite da una gran fetta della società odierna, in cui l’alienazione individuale, unita alle pressioni che provengono da un mondo sempre più disinibito ma sempre meno rassicurante, possono diventare disagi diffusi. La sequenza in cui Andy si sforza di non pensare al sesso, ma non può farne a meno perché circondato da pubblicità ammiccanti, donne provocanti e allusioni d’ogni genere è, in questo senso, emblematica.
Una commedia che vorrebbe dunque giocare la carta “sociologica”, perché analizza una nuova tipologia di individuo, il nerd (lo sfigato diremmo noi), riflesso amplificato delle fragilità emotive e dei timori relazionali di ognuno, aprendo squarci anche su altre realtà urbane (conflitti razziali, madri separate con figli e così via). Peccato che la realizzazione non sia all’altezza dei propositi. Bisognerebbe domandarsi perché i ritratti degli sfigati al cinema, dalla “Rivincita dei nerds”, fino al recente “Napoleon Dynamite”, non hanno mai raggiunto risultati soddisfacenti: troppo superficiali, improntati esclusivamente sulla farsa becera e del tutto carenti dal punto di vista del realismo o dell’approfondimento psicologico. Non fa eccezione neanche “40 anni vergine”, che potrebbe benissimo essere considerato
una specie di “American Pie” oltre i sopraggiunti limiti d’età. Il campionario di situazioni comiche è, del resto, quasi identico: dagli appuntamenti maldestri (con un’ubriacona, un transessuale, una pervertita), ai riferimenti alla masturbazione e all’erezione, dagli impacciati primi approcci sessuali (come infilare il preservativo), agli inutili tentativi per sembrare fico (improbabili trattamenti di bellezza inclusi). Se a questo si aggiunge che ogni singolo dialogo (almeno nella versione originale non censurata) è infarcito di parolacce come neanche i fratelli Vanzina oserebbero, non si può non rimanere delusi da come un soggetto potenzialmente interessante sia stato sciupato per realizzare l’ennesima sboccata e sciapita commedia (post)adolescenziale, per giunta con finale scontato e moraleggiante.
Dispiace, anche perché l’attore protagonista Steve Carell (che ha alle spalle un’onorata carriera nella tv americana) è straordinariamente convincente nei panni del simpatico disadattato. Scontata anche la sequenza conclusiva che, da “Shrek 2” in poi, pare ripresentarsi ormai identica in ogni film che sia almeno vagamente comico: tutti i personaggi della storia, senza alcun motivo apparente, si ritrovano a ballare, saccheggiando un vecchio successo musicale possibilmente degli anni ’70 (in questo caso “Let the sunshine in”). Misteri delle mode cinematografiche.
Ice Ace 2 – snake preview
di Carlos Saldanha
Usa 2005
Avendo visto in anteprima mondiale alcune immagini, peraltro ancora non del tutto rifinite e non del tutto definitive, di “Ice Age 2: The Meltdown”, mi sento in dovere di spendere qualche parola. Non che ci sia molto da dire: la Blue Sky continua a percorrere sempre la solita strada, fatta di comicità “fisica” ed elementare, indirizzata a un pubblico prevalentemente infantile, laddove invece Pixar e Dreamworks si collocano su un livello più complesso, stratificato, culturalmente connotato. Vale a dire, niente citazioni colte o parodie raffinate, ma capitomboli, fughe, cadute, inseguimenti, e ancora capitomboloni. Stop. La grafica invece ha fatto passi da gigante: le pellicce degli animali in particolare raggiungono il fotorealismo.
Kairo
di Kiyoshi Kurosawa
con Koji Koji Yakusho Junko Jun Fubuki
Giappone 2001
Da uno come Kiyoshi Kurosawa ci si può aspettare tutto meno che un horror convenzionale. E, in effetti, pur rispettando tutte le convenzioni delle ghost stories nipponiche, il regista usa il genere come un pretesto per imbastire la consueta riflessione sull’isolamento dell’uomo moderno (ma non solo) nella società giapponese (ma non solo). Non è un caso, quindi, che la maledizione degli spiriti stavolta corra attraverso i nodi della Rete, né che scelga come forma per concretizzarsi quella del suicidio. Uno stile lento, essenziale e contemplativo, che si circonda di spazi vuoti e di ombre confuse.
Hausu
di Nobuiko Obayashi
con Kimiko Ikegami, Kumiko Ooba, Ai Matsubara, Miki Jinbo, Youko Minamida
Giappone 1977
La sorpresa della rassegna sui fantasmi giapponesi. Sulla carta, un film dell’orrore dal plot che più convenzionale non si può (genere casa infestata). In realtà, pura esperienza visiva lisergica. Il regista si fa beffe delle convenzioni filmiche e sperimenta soluzioni visive oltre ogni limite. Estremo, surreale, kitch, situazionista, eversivo: gran parte del cinema giapponese contemporaneo che ha il coraggio di osare forse viene da qui. Immerso fino al collo nella cultura iper-pop degli anni ’70: Andy Wharol l’avrebbe venerato come un feticcio.
Yotsuya Kaidan
di Kenji Misuri
con Kazuo Hasegawa, Yasuko Nakata
Giappone 1959
Indispensabile per scoprire le origini della moderna Sadako, “Yotsuya Kaidan” è un racconto tradizionale giapponese adattato numerose volte in forma cinematografica (vedi anche il film di Nakagawa Nobuo). Questa versione del grande Kenji Misumi parte quieta e misurata, piena di dialoghi, diretta in maniera molto classica quasi fosse un dramma in costume. Ma sul finale, durante la manifestazione ectoplasmatica, esplode improvvisamente, regalando immagini suggestive con una certa dose di visionarietà (oltre agli immancabili capelli neri, la mano che fuoriesce dalla tinozza).
Mind Game
di Masaaki Yuasa
Giappone 2004
“Mind Game” è una di quelle esperienze che bisogna vivere direttamente, tentare di descriverla sarebbe inutile e pressoché impossibile. Questo esperimento nasce da una folle pretesa: mostrare il fluire degli eventi nella vita vera, le imperscrutabili coincidenze del destino, l’inesauribile potere della volontà individuale, la complessità del mondo e l’inestricabile intrecciarsi delle vicende di ogni uomo. Il tutto con uno stile eclettico e innovativo (chi ha visto il precedente “Nekojiru-so”, di cui Masaaki Yuasa era animatore, sa cosa aspettarsi): un ibrido tra disegno bidimensionale, grafica tridimensionale e inserti dal vivo. Molte (quasi tutte) le immagini da ricordare: dalla scena action nel ristorante alla rappresentazione dell’aldilà, da un folle inseguimento in automobile alla fantasmagorica descrizione di un amplesso. Sarebbe perfetto se non fosse per una parte centrale un po' troppo statica e lenta. Forse il film più interessante visto in quest’edizione del Future Film Festival.
Wallace & Gromit – The Curse of the Were-rabbit
di Steve Box e Nick Park
Gran Bretagna 2005
Se non conoscete ancora Wallace & Gromit dovete rimediare subito. Se invece vi è familiare la strampalata coppia formata dall’intraprendente cagnolino e dal suo padrone formaggivoro, sapete già che non dovete perdervi la loro nuova avventura in plastilina (beh, a meno che non siate questo triste uomo qui :D). Il lungometraggio non intacca lo smalto e il ritmo che ha da sempre contraddistinto la serie di Steve Box e Nick Park: comicità ingegnosa (i giochi di parole con i cartelli e le insegne sono quanto di più spassoso abbia visto), lieve eppure pungente, composta eppure sottilmente eversiva, tutta british eppure universale. Una parodia mattacchiona degli horror classici (su tutti, quelli della Hammer ovviamente), che scherza con alcuni topoi del genere, come quello del predicatore un po’ sciroccato, e infarcita di citazioni che vanno da “Harry Potter” a “King Kong”. Coniglietti adorabili.
Mirrormask
di Dave McKean
Stephanie Leonidas, Rob Brydon, Gina McKee
Gran Bretagna/USA 2005
Non intendo sbilanciarmi troppo nel giudizio di questo film, in quanto non conosco approfonditamente l’opera del duo Neil Gaiman/Dave McKean. Dimenticate però il cinismo, la cupezza e la profondità metafisica delle pagine di Sandman, ché questa è una favola per bambini. L’aspetto dark rimane un’estetica di facciata: al di là delle fantasmagorie grafiche con cui è reso l’universo oscuro dello specchio, viene racconta con un pochino di retorica e un pizzico di melensaggine la storia di un’adolescente, figlia di gestori di un circo, che deve affrontare l’improvvisa malattia della madre. Un inno al potere della fantasia, che risulta però fiacco e esageratamente lungo. E poi, basta con gli universi attraverso gli specchi e con le storie infinite!
One man band
di Mark Andrews e Andrew Jimenez
USA 2005
Il corto della Pixar che accompagnerà “Cars” all’uscita nei cinema potrebbe esemplificare il concetto di perfezione. Ogni nota della colonna sonora è sincronizzata al nanosecondo con l’immagine, ogni gesto dei personaggi, ogni cambio d’inquadratura è studiato in modo da risultare il più efficace possibile. E, soprattutto, la storia, una gara tra due artisti da strada per conquistarsi il centesimo di una bambina, è divertentissima. L’unico difetto (ammesso che lo sia davvero) è che non si segnala per una particolare innovazione tecnologica.
Ho visto anche il trailer di “Cars” e pare presentarsi proprio come l’ennesimo colpaccio della Pixar (c’è pure una cinquecento con l’accento italo-americano e un furgone Wolsvagen hippie).
Kwaidan
di Kobayashy Masaki
con Rentaro Mikuni, Michiyo Aratama, Misako Watanabe, Tatsuya Nakadai Giappone 1964
Più che un horror a episodi, una libera sperimentazione artistica che spazia dalla stilizzazione del kabuki all’astrattismo, dalle avanguardie cinematografiche (surrealismo, espressionismo) al paesaggismo pittorico. I quattro episodi sono uno più folle dell’altro: un uomo assalito dai capelli della moglie fantasma, uno concupito dalla donna delle nevi, un poveraccio a cui i fantasm