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Un blog di nicchia. |
= Capolavoro!
= Bellissimo film
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= Film mediocre
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= Pessimo film
Nella galleria dei maestri dell’orrore non poteva naturalmente mancare Mister Tobe Hooper che, nonostante gli alti e bassi della sua carriera, è a tutti gli effetti regista di culto (fosse solo per “The Texas Chainsaw Massacre”). Il suo episodio mescola suggestioni fantascientifiche post-apocalittiche (il Pianeta è stata devastato dalla Terza guerra mondiale, le polveri radioattive hanno bucherellato mezza America) con un soggetto che, più che un horror puro, è il viaggio verso la distruzione di una ragazza, il cui destino è segnato da orribili segreti familiari. L’ambientazione centrale è la “Doom Room”, un sordido locale dove prolifera ogni tipo di trasgressione (incluse strane droghe ricavate dal sangue contaminato delle vittime). Il piatto forte è però il “Dance of the dead”: morti viventi che si dimenano sotto effetto di un miscuglio chimico per il perverso piacere del pubblico. Lo spunto potrebbe essere interessante, ma anche nelle scene che vorrebbero essere estreme si finisce per sbadigliare. Colpa anche di una fastidiosa regia “videoclippara” (il termine corretto è proprio questo) che riesce a disturbare proprio nei momenti più intensi. Tuttavia l’istrionica interpretazione di Robert Englund, probabilmente l’attore vivente più sottovalutato della terra, vale da sola la visione. I panni del direttore del locale viscido e senza scrupoli paiono essergli cuciti addosso. Jessica Lowndes è stata giustamente elogiata dagli altri cinebloggers.
In una rassegna di racconti dell’orrore che si rispetti un posto d’onore è di regola riservato al filone, variegato e prolificissimo, delle case infestate. Non poteva dunque sottrarsi neanche “Masters of horror”, che affida a Stuart Gordon, campione dell’horror-trash anni ‘80, il compito di riadattare un racconto del suo scrittore feticcio H.P. Lovercraft, in cui la fantascienza dei viaggi spazio-temporali si mescola ai ben più classici racconti di streghe.
Di fronte al povero studentello si materializza un campionario tutt’altro che gradevole: streghe che si trasformano da giovani pettorute in vecchie putrescenti (il signorino Gordon ha rubacchiato un po’ da “Shining”), pantegane dal volto umano e Necronomicon che raccomandano sacrifici d’infanti. La storiella prosegue abbastanza linearmente, ma il finale prende una svolta inaspettata e riserba qualche bella scena d’effetto. I capolavori dei “Masters of horror” sono ben altri, ma nel complesso “Dreams in the witch-house” risulta gradevole e divertente. di Don Coscarelli
con Bree Turner, Ethan Embry, Angus Scrimm
Usa 2005
Le nubi avvolgono la luna piena. La macchina da presa segue il manto stradale. Fade to black e apertura con un primissimo piano di un occhio, che si allarga su un bel viso di ragazza. È in automobile. Si torna al manto stradale. La strada è deserta e circondata da un bosco. Dopo qualche ripetizione d’inquadratura, la ragazza si accinge a cambiare stazione musicale. Stacco: un’altra macchina è ferma in mezzo alla corsia, l’auto devia ma non c’è niente da fare. Crash.
Quest’esordio, da enciclopedia dell’orrore, sa quasi di dichiarazione programmatica per l’intera serie. Coscarelli, per dare il là ai “Masters of horror”, sceglie una delle situazioni che più hanno fatto la storia del cinema di paura – la fanciulla indifesa inseguita da un energumeno omicida in una landa desolata – e, complice anche il talento di Joe R. Lansdale alla sceneggiatura, realizza un prezioso esercizio di stile in bilico tra tradizione e innovazione. Tradizione perché il plurielogiato autore di Bubba Ho-Tep (che ha questo punto debbo proprio vedere), non perde mai di vista i binari del genere e del sottogenere, dando pane agli affamati del puro slasher e alludendo al sotteso rapporto erotico-sadomasochistico tra cacciatore e preda che si nasconde sempre dietro racconti come questi. Innovazione perché – senza anticipare troppo – la storia subirà un ribaltamento di ruoli e di prospettive. E poi, la linearità dell’intreccio è sapientemente spezzata da flashback che ci mostrano la complicata relazione sentimentale della ragazza protagonista, ciascuno dei quali è introdotto da una massima del fidanzato che calza a pennello con la situazione del momento. E poi, ancora, le invenzioni visive escogitate da Coscarelli sono tutt’altro che “classiche” e “tradizionali” e, men che meno, “televisive”: basta pensare a quel campo di scheletri crocifissi le cui orbite sono attraversate dalla luce lunare. Quest’uomo ha stile.
Altro “Masters of horror”, altro capolavoro. Carpenter trasforma il suo frammento in un portentoso affresco teorico e autoriflessivo sul fascino, oscuro e inquietante, attrattivo e repulsivo, del cinema. Un tema che si ricollega alle suggestioni febbrili del “Seme della follia” e a quelle di tanti film del suo collega Cronenberg. “Cigarette Burns” parla di cinefilia (di noi, quindi), e di quanto sia labile il confine tra passione, ossessione e possessione (da me peraltro oltrepassato). “La fin absolut du monde”, pellicola introvabile e leggendaria, realizzata da un regista maledetto che si dice volesse annientare il pubblico, è oggetto di una folle ricerca da parte di collezionisti, critici, registi. “La fin absolut du monde” rappresenta l’eternamente (in)visibile, la ricerca verso quel limite estremo della visione che non si può mai raggiungere.
Anche “Deer woman” è puro distillato John Landis al 100%. Una sorta d’incrocio tra “Un lupo mannaro americano a Londra”, da cui riprende il tema della trasformazione ferina, e “Amore all’ultimo morso”, da cui recupera il topos della figura femminile bellissima ma letale. Ispirata a una leggenda dei nativi americani, la Donna cervo è una fanciulla più bella di Pocahontas, che però ha come non trascurabile difetto quello di ammazzare a zoccolettate ogni uomo che si porta a letto. Un ispettore di polizia e il suo sprovveduto assistente seguono l’anomalo caso, e riescono a raccapezzarsi con difficoltà tra impronte e peli di quadrupede ritrovati sui luoghi del delitto. 