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Un blog di nicchia. |
di Jean-Pierre e Luc Dardenne
con Jérémie Renier, Olivier Gourmet
Francia/Belgio 2005
P.S. Leggete il Murda che, oltre a farmi compagnia ieri sera, ha scritto cose interessanti.
P.P.S. Ovviamente ho il loro autografo.
“Prepararsi a un film è come prepararsi a una partita di calcio: i giocatori devono prima allenarsi duramente, altrimenti giungono in campo spompati” sentenziano Jean-Pierre e Luc Dardenne, affaticati ma molto disponibili, al termine dell’anteprima di “L’Enfant”, Palma d’oro a Cannes 2005. E il duo, in quanto a preparazione, non lo batte nessuno: la genesi di ogni loro opera segue un precisissimo e dettagliato processo che parte da una selezione attenta degli interpreti (che i fratelli affrontano personalmente, non fidandosi delle sempre più diffuse agenzie di casting), la scelta delle location (rigorosamente reali) e degli abiti di scena. A questo segue un periodo preparatorio di alcuni mesi, durante i quali gli attori imparano a muoversi sui luoghi delle riprese, incominciano a indossare gli abiti e a far proprio il loro personaggio. Questa attenzione meticolosa al gesto, allo sguardo, prima ancora che alla parola è funzionale al raggiungimento di un “naturalismo” che non è realismo documentario, bensì ricerca del vero all’interno della finzione. E per ricreare l’effetto di realtà, i Dardenne non si affidano solo alla recitazione (straordinaria) degli interpreti, ma anche a uno stile, tutto pianisequenza e macchina a mano, tutto primi piani e fuori campo attivo, che, ne “L’Enfant” riesce anche a caricare di tensione ogni inquadratura, fino al totale coinvolgimento degli spettatori.
Parla di immaturità, “L’Enfant”. Ma il bambino del titolo non è il figlio che la giovane Sonia ha avuto con Bruno, ladruncolo di quartiere, bensì Bruno stesso che, incapace di comprendere il concetto di paternità, pensa di venderlo per far soldi, alla stregua di uno dei tanti oggetti che trafuga regolarmente. Alla moglie che gli chiede dove sia finito il piccolo lui non trova di meglio che rispondere: “L’ho venduto. Tanto ne facciamo un altro”. Come un bambino, Bruno attraversa, lentamente e sottopelle un processo di crescita e consapevolezza che si manifesterà solo nel finale, forse un po’ troppo calcato e non del tutto realistico. Ma il tema dell’immaturità s’interseca strettamente con quello della marginalità. Bruno è in parte vittima di una società che lo respinge e a cui tenta di adeguarsi (inseguendone i miti di successo e ricchezza) come può. Le sequenze più forti, non a caso, sono proprio quelle in cui si vede Bruno rubare per sopravvivere, dormire in uno scatolone, rischiare il tutto per tutto con uno scippo in scooter assieme a un ragazzino.
I Dardenne non citano modelli di riferimento. Anzi, rifiutano l’eredità della “Nouvelle Vague” e aborrono tutto il cinema intellettuale citazionista e cinefilo. Se proprio non potete fare a meno di sondare influenze nascoste, meglio fermarsi ad “Accattone” di Pasolini: i fratelli apprezzeranno.
Se si vuole semplificare algebricamente si potrebbe dire che “Hong Kong Express” : “Angeli perduti” = “In the mood for love” : “2046”. Wong Kar Wai dà un taglio tutto particolare alle sue creazioni: non si limita “a fare sempre lo stesso film” (come accade ai grandi autori), ma si può quasi dire che tutta la sua filmografia sia assimilabile a un unico, lungo, aperto film che si arricchisce nel tempo, sviluppando le propaggini dell’immaginario lirico/onirico del regista. Nel caso di “Angeli perduti” questa osmosi è ancora più diretta, perché lo script originale doveva costituire il terzo episodio di “Hong Kong Express”, ma poi ha preso vita propria e si è guadagnato la sua indipendenza. Pochi dubbi: gli scorci di una metropoli notturna, solitaria e appiccicaticcia, i jukebox che inondano di anni ’60 vecchi localini fumosi, il ralenti, la fotografia pastosa di Christopher Doyle sono proprio quelli che avevamo visto due anni prima. E anche la doppia coppia di
personaggi Agent/ Ming e Ho/Cherry, condividono lo stesso destino di quelli di “Chungking Express”: si sfiorano ma non si toccano mai, vittime dell’incomunicabilità (non a caso Ho è muto, Cherry non fa che parlare a vuoto al telefono, mentre Agent e Ming si mandano persaggi attraverso le parole delle canzoni) e prigionieri di esistenze borderline (Agent fa il killer, Ming gli organizza il lavoro, Ho di notte occupa i negozi di altre persone).YEhhhhhhhh!!!!Ehm, scusate, ora mi ricompongo.
Autografo a parte, la cerimonia di conferimento della laurea honoris causa a Martin Scorsese è stata molto interessante sia folkloristicamente (non ne avevo mai vista una prima) sia per le informazioni che il buon Martin ha rivelato nell’orazione di chiusura. A quanto pare è già in lavorazione la seconda parte del documentario “Il mio viaggio in Italia”. Mentre nel primo Scorsese affrontava le opere che l’hanno influenzato nell’infanzia e nella formazione (Neorealismo soprattutto), nel secondo si dedicherà a quei registi che hanno influito maggiormente su di lui quando già incominciava a girare i primi film (anni ’60 e ’70). Si è soffermato in particolare su quattro autori: Pasolini, Olmi, Rosi e Rossellini. Del primo ha esaltato soprattutto “Accattone” (dicendo tra l’altro che ne ha tratto ispirazione qualche anno più tardi per “Mean Streats”) e “Il vangelo Secondo Matteo” (rivelando che in quello stesso periodo aveva pensato di girare la Passione ambientandola nel Bronx odierno, ma P.P.P. gli aveva fregato l’idea). Di Olmi (presente in sala) ha fatto un elogio appassionato, citando “Il posto” e “I fidanzati” (che a quanto pare ha avuto un grande influsso su di lui). Ha poi sottolineato la duplice componente del cinema di Francesco Rosi: impegno mescolato a lirismo, che raggiunge il suo apice in “Salvatore Giuliano”. Ma è stato su Rossellini che ha insistito di più, sottolineando soprattutto le produzioni didattiche per la televisione (“l’ascesa di Luigi XIV” è per Scorsese uno dei migliori film di sempre e ha detto di averlo citato nella sua produzione parecchie volte). Naturalmente non ha mancato di elencare altre figure storiche come Fellini, De Sica, Antonioni e De Seta.
Dopo la cerimonia, si è mostrato disponibilissimo verso tutti i fan: fa un lungo giro con moglie e figlia per salutarli, fare foto, firmare autografi. Che classe, signori.
Scusate la rozzezza stilistica di questo post, scritto in fretta e furia.
A volte la differenza sta tutta in un titolo. In italiano, “Tutti i battiti del mio cuore”, sembra l’ennesima commedia romantica francese. Nell’originale, “De battre mon coeur s'est arrêté”, letteralmente “Il mio cuore ha smesso di battere”, si percepisce già l’alone di sofferenza e disagio interiore che tutto il film si trascina appresso, come una cappa opprimente che stenta a diradarsi anche nel finale. di Shinya Tsukamoto
con Shinya Tsukamoto, Kirina Mano, Takahiro Murase
Giappone 1998
Tsukamoto abbandona la fantascienza cibernetica e lo “Tsukamotion” (cioè il “passo uno” elevato a riflessione filosofica, come dice il buon Ghezzi) di “Tetsuo” per gettarsi in un melodramma urbano a tinte fosche, dove amore e vendetta danzano insieme a ritmo di proiettile. L’ossessione primaria del regista, ovvero la fusione apocalittica tra uomo e metallo rimane però intatta, e questa volta si incarna in un unico strumento: la pistola. Simbolo forte (anche fallico?) che permette al protagonista di colmare la propria incompletezza. Anche l’amore può sublimarsi soltanto se passa attraverso un’arma.
Non ci sarà lo “Tsukamotion”, ma i continue rallentamenti e accelerazioni di montaggio trasmettono la stessa sensazione di artificiosità temporale.
Almeno una sequenza è d’antologia: Chisato che "accarezza" la metropolitana mentre passa a tutta velocità (brividi)
Visto con i compagni d’alloggio, che però non hanno gradito (ahi!).
I motivi di interesse legati a un film come “Valiant” sono molti, e trascendono anche i suoi meriti effettivi. Innanzitutto “Valiant” segna la rinascita degli Ealing Studios, la mitica casa di produzione londinese che tra il 1947 e il 1955 realizzò una moltitudine di commedie surreali, pungenti e corrosive, in una parola sola british, e che poteva vantare interpreti del calibro di Alec Guinnes e Peter Sellers (entrambi presenti in “The Lady Killers”, 1955, forse il suo maggiore successo). In secondo luogo, si tratta del primo lungometraggio realizzato nel Regno Unito con l’impiego della tecnologia tridimensionale e, assieme a “Gaya”, primo cartone animato 3D in coproduzione europea (uscito in Italia il mese scorso), conclude definitivamente l’era del monopolio statunitense nel settore (e tra un paio d’anni anche l’Asia dirà la sua con “Kung Fu Gecko”, in lavorazione presso la Egg Story di Singapore).
cartone animato si tratta, la storia dei soldati che combatterono per liberare la Francia occupata è stata “animalizzata”: gli aviatori al servizio della Corona sono diventati dei simpatici piccioni, mentre la controffensiva nazista è simboleggiata da famelici quanto ottusi falchi (e ci sono anche dei coraggiosi topolini che impersonano la resistenza francese). Protagonista indiscusso è Valiant, un piccioncino di taglia piccola ma di grande coraggio, che sogna di servire la patria e di diventare un eroe del “Royal Pidgeon Service”. Grazie alla sua tenacia riuscirà ad arruolarsi e, assieme ai compagni di truppa (che incarnano i classici tipi da caserma: il casinaro, il lord, il fifone, l’amicone), a compiere una missione d’importanza capitale per le sorti del conflitto: nientemeno che avvertire gli inglesi dello sbarco in Normandia!
Quello degli animali antropomorfi è un espediente classico, che si ricollega più ai vecchi cartoondella Walt Disney che a “Maus” di Spiegelman. In effetti, il film lascia l’impressione di essere un po’ arretrato rispetto agli standard dell’animazione attuale. Il problema tecnico è il minore: è naturale che con un budget pari circa alla metà delle normali produzioni americane, non sia possibile fare miracoli (le texture appaiono poco dettagliate e per gli elementi dello sfondo sono state impiegate delle immagini bidimensionali), ma il risultato complessivo è più che soddisfacente. La lacuna più grave sta invece nel soggetto e nella sceneggiatura. Con le dovute eccezioni. Quasi tutta l’animazione europea (come anche i recenti cartoni italiani quali “Aida degli alberi” e “L’apetta Giulia e la signora Vita”) sembra rimasta ancorata a direttive tradizionali: realizzare una favoletta educativa che trasmetta valori morali, rivolta esclusivamente ai bambini. In “Valiant” non c’è nulla della lezione che Pixar e Dreamworks hanno impartito negli ultimi anni: ipercitazionismo, sketch in grado di far ridere anche gli adulti, stravolgimento dei classici. La maggior parte delle situazioni e dei dialoghi presenti nel film sanno di già visto e le gag, quanto mai distanti dallo spirito Ealing, non provocano il sorriso neanche dei piccoli spettatori, ormai smaliziati e avvezzi a ben altro tipo di comicità.
L’aereo, si sa, sin dai tempi di “Airport” e “Terrore a 12 mila metri”, fino ad “Air Force One”, è un oggetto ansiogeno, capace di catalizzare paure e angosce dello spettatore-viaggiatore. Dopo l’undici settembre, poi, ha finito per diventare uno dei simboli più emblematici dell’aggressione terrorista. Non a caso i “thriller aerei” si sono moltiplicati nell’ultimo periodo e attualmente ne circolano ben due in sala: “Red eye” e “Flightplan”, con trame che presentano molti punti di contatto.
marito, precipitato da un edificio in circostanze poco chiare. Immaginate come deve sentirsi Kyle, già inquieta per il recente lutto, quando, dopo alcune ore di tragitto, si accorge improvvisamente che accanto a lei non c’è più la figlioletta. Il personale setaccia il velivolo per ogni dove, ma non c’è traccia della piccola. Quel che è peggio è che nessuno dei passeggeri ricorda d’averla vista salire a bordo e non si trova neppure la sua carta d’imbarco. Il comandante Ridi (Sean Bean) comincia a pensare che Kyle soffra di turbe psichiche e l’affida al controllo dell’addetto alla Sicurezza (Peter Sarsgaard) perché non metta a rischio la trasvolata. Ma qualcosa continua a non quadrare…
bisogna di