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Masters of Horror 2.06 – Pelts
Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream
Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
Masters of Horror 1.01 – Incident on and off a mountain Road
Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
Masters of Horror 1.03 – Dance of the dead
Masters of Horror 1.04 – Jenifer
Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
Masters of horror 1.13 – Imprint
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venerdì, 28 ottobre 2005

Dao – The Blade

di Tsui Hark
con  Man Cheuk Chiu, Xin Xin Xiong, Moses Chan, Valerie Chow
Hong Kong 1995
 
Chi è rimasto colpito dalle atmosfere cupe e violente di “Seven swords” deve assolutamente recuperare il precedente wuxiapian di Tsui Hark (tralasciando il passo falso di “The Legend of Zu”, un pastrocchio colmo di FX decisamente fuori dalle corde del maestro), “Dao – The Blade”, risalente al 1995. Dieci anni sono tanti: a quei tempi la cinematografia di Hong Kong viveva ancora un periodo d’oro, la produzione era scandita da dinamiche più artigianali e il regista poteva ottenere un maggior controllo sul film. Probabilmente anche per tutto questo “The Blade” riesce a incarnare molto meglio la visione cinica e pessimista dell’autore di quanto non faccia il suo ultimo film. Tsui tinteggia un mondo notturno, terricolo, sanguinolento, anche attraverso azzeccate e innovative scelte formali. La macchina da presa è letteralmente affondata nel fango e rimesta nelle vite caotiche di uomini che lottano ogni giorno per non soccombere sotto il peso della violenza e del dolore. Ogni sentimento, soprattutto l’amore, è logorato da rapporti umani che si fondano esclusivamente sulla legge del più forte o sulla convenienza. A questo proposito è significativa la scelta di ambientare la storia in un piccolo villaggio isolato che ruota attorno a una fabbrica di lame, frequentato solo da poveracci o da banditi e non certo da nobili guerrieri o venerabili maestri.
Con tali atmosfere Tsui Hark ha voluto riallacciarsi idealmente allo stile del mitico Zhang Che, (anche nelle famose sequenze di lotta “un solo giusto contro cento”), l’originario inventore (almeno credo) del “One armed swordman”, il personaggio del guerriero storpio che è diventato un archetipo del genere. 
Decisamente ottima la direzione dei combattimenti. Alcune soluzioni sono forse eccessive e eccentriche, ma nel complesso predominano l’attenzione per i particolari e il gusto per i primi piani e le inquadrature insolite.
criticato da: rob81 alle ore 23:02 | link | commenti (2) |

categorie: altre visioni, tsui hark
giovedì, 27 ottobre 2005

Bad guy

di Kim Ki-Duk
con Jae-hyeon Jo, Won Seo, Yun-tae Kim, Duek-mun Choi
Corea del Sud 2001
 
wowPer Kim Ki-Duk l’amore può esistere solo in assenza (o meglio, in (non) presenza per usare termini ghezziani). In “Ferro 3” si arriva addirittura allo smaterializzarsi del corpo, alla sublimazione platonica di un abbraccio nel nulla. Ma in “Bad Guy” la (non) presenza aveva già raggiunto l’apice dell’elaborazione formale e intellettuale. Essa si estrinseca su due motivi. Il primo è la separazione dei corpi attraverso un vetro. Questo malato, voyeuristico amore in vitro nasce come barriera di protezione per Han-ki, ma ben presto diventa “prigione” da infrangere (per tutto il film lo vediamo rompere finestre e, addirittura, essere ferito da una lastra di vetro). Anche dopo che Sun-hwa “attraversa lo specchio”, quando lo squarcio di realtà piomba su di lei, l’amore non riesce a risolversi se non in un’altra (non) presenza: un sentimento “ritagliato”, fotografato in un ricordo che forse non è mai esistito (né forse esisterà mai). A suo modo un lieto fine, in senso kimkidukkiano s’intende, giacché la fragilità umana non può garantire niente di meglio.
 
Come accade per qualunque film che affronti il tema del voyeurismo, “Bad Guy” è anche una riflessione sul cinema e sullo spettatore – il guardone per eccellenza – che è spinto con ogni mezzo a identificarsi con Han-ki (il quale non parla mai ed è ripreso molto spesso in primo piano con lo sguardo fisso in macchina). Kim si interroga sull’essenza delle sue opere e sulla rappresentabilità della violenza. ri-wow
 
Per il resto, il solito immaginifico sguardo del regista-pittore e la solita incredibile capacità attoriale (nonostante tutto quello di Kim è un cinema di recitazione, non potrebbe esistere senza un’adeguata condivisione emotiva).

Andrea, Checco, Kekkoz, Murda

 

criticato da: rob81 alle ore 12:35 | link | commenti (11) |

categorie: altre visioni, kim ki-duk
martedì, 25 ottobre 2005

Su su, per la seconda volta vergine

(Yuke yuke nidome no shojo))
di Koji Wakamatsu
con Mimi Kozakura, Michio Akiyama
Giappone 1969
 
Come già in “Embrione”, Koji Wakamatsu immagina un universo stilizzato e teorico: un ragazzo e una ragazza, in un palazzo spoglio e spersonalizzante, in un’immobilità da far paura, lontani anni luce dalla città viva e in movimento. E, sempre come in “Embrione” (si capisce che è l’unico altro film del regista che ho visto assieme a “Estasi degli angeli”? ^^), le figure femminili non hanno scampo: stuprate, seviziate, soggiogate senza possibilità di ribellarsi alla violenza degli uomini. Ridotte, appunto, a bestie. L’unico che potrebbe alleviare le sofferenze della ragazza è, letteralmente, impotente, emotivamente svuotato e armato solo di furore nichilista. Non c’è mai un personaggio positivo in Wakamatsu, ma solo individui frustrati, alienati, vittime di una società opprimente e repressiva, dove niente ha più senso o valore. L’unica fine possibile, dunque, è solo la Fine, l’autodistruzione.
Un atto d’accusa gridato con ferocia, una delle metafore più lucide e shockanti sulla deriva della società nipponica.

criticato da: rob81 alle ore 12:04 | link | commenti (7) |

categorie: altre visioni
domenica, 23 ottobre 2005

Ashes of time

di Wong Kar-Wai
con Leslie Cheung, Tony Leung Ka Fai, Tony Leung Chiu Wai, Maggie Cheung, Brigitte Lin, Charlie Young, Li Bai, Carina Lau
Hong Kong/Cina 1994
 
“È scritto nella cavità di un albero Buddista: i vessilli sono silenziosi, non soffia il vento. È
 il cuore dell'uomo che è in tumulto”
 

la locandina del filmCon “Hero” e con “La foresta dei pugnali volanti” Zhang Yimou ha preso in prestito l’impalcatura del wuxiapian per costruirci sopra tormentati melodrammi e per dar libero sfogo alle sue allucinazioni visive (coadiuvate da Christopher Doyle). Ma già otto anni prima Wong Kar-Wai si era cimentato in un’impresa simile con “Ashes of time”, in cui trasferiva le proprie ossessioni tematiche (l’amore vissuto come perdita e come distacco, la nostalgia del ricordo, l’isolamento dell’essere umano) in un contesto del tutto differente rispetto alla solitaria metropoli di “Hong Kong Express” (che stava girando in contemporanea, nelle pause di lavorazione).
Il risultato è un capolavoro della messa in scena, dove l’ambiente naturale sembra trovarsi in sintonia empatica con i personaggi: il “deserto dei sentimenti” in cui si incrociano i destini di un’umanità sola e sbandata, l’incresparsi delle onde o il turbinare di Leslie Cheunguna lanterna che catturano un moto emotivo inquieto e cangiante. Merito anche qui ovviamente di Christopher Doyle, la cui presenza è come si sa inscindibile dal lavoro di Wong.
I pochi combattimenti sembrano svolgersi in un tempo diverso da quello fisico (quello interiore?): il ralenty congela i corpi, li prolunga e li deforma nello i duelli al ralentyspazio, in segno di continuità fisica con l’ambiente. Almeno una sequenza è stata citata quasi alla lettera da Zhang Yimou: il combattimento sul pelo dell’acqua tra Yin e Yang.
Il cast riunisce una serie di miti del cinema di Hong Kong che oggi nessun budget, credo, potrebbe permettersi di reclutare insieme: Leslie Cheung, i due Tony Leung, Maggie Cheung, Brigitte Lin e una giovane Charlie Young. Maggie Cheung è capace di sostenere dieci minuti di macchina da presa fissa sul suo volto: davvero inarrivabile.

criticato da: rob81 alle ore 11:34 | link | commenti (7) |

categorie: altre visioni, wong kar wai, wuxiapian
sabato, 15 ottobre 2005

I fantastici quattro

di Tim Story
con Ioan Gruffudd, Michael Chiklis, Jessica Alba, Chris Evans, Julian McMahon
U.S.A. 2005

Dopo l’incursione sul grande schermo di pezzi grossi del fumetto come “Spider-Man”, gli “X-men” e “L’incredibile Hulk”, e di divi (di carta) meno noti al grande pubblico quali “Daredevil”, “Elektra” e “The Punisher”, finalmente si accendono i riflettori anche per “I fantastici Quattro”, il primo glorioso albo supereroistico partorito dalla mente di Stan Lee e dalle chine di Jack Kirby per la Marvel (correva l’anno 1961).

Forse anche per questo I fantastici Quattro sono diversi dagli altri supereroi della Casa delle Meraviglie. Tanto per incominciare, non tengono nascoste le loro vere identità, ma anzi le vicende private che li riguardano fanno la fortuna delle testate scandalistiche. Poi, mentre per Spider-Man o per gli X-men, ad esempio, l’acquisizione di poteri eccezionali non rappresenta certo un dono, ma un “superproblema” che condanna il possessore alla diversità e all’esilio dagli affetti, per i Fantastic Four la faccenda è più semplice. Solo La Cosa, imprigionato in una gabbia rocciosa che gli deforma permanentemente il corpo, vive con sofferenza la sua condizione; ma gli altri, e in particolar modo la Torcia Umana, sembrano persino apprezzare le loro mutazioni genetiche.

In effetti, quelli che i Fantastici Quattro devono affrontare sono piuttosto dei “miniproblemi” quotidiani, come pagare l’affitto del costoso Baxter Building, in cui vivono tutti insieme come una famiglia allargata, e più in generale risolvere i piccoli urti e battibecchi che nascono dalla convivenza di caratteri così differenti (l’impulsiva Torcia umana, l’irritabile Cosa, il riflessivo Mr. Fantastic, la protettiva Donna Invisibile).

Ed è proprio la contaminazione del tipico filone supereroistico con elementi da commedia e da soap, tipica soprattutto dei primi anni di vita della serie, che si è tentato di recuperare in questa trasposizione filmica, purtroppo senza riuscire nell’impresa. L’azione sembra proprio non interessare al regista Tim Story, che concede agli spettatori solo una vera sequenza adrenalinica (il mastodontico tamponamento automobilistico sul ponte di Brooklyn) e un duello finale con il Dottor Destino alquanto sbrigativo. Quasi un terzo del film viene riservato alla narrazione dell’antefatto (l’incidente spaziale che mutò il Dna degli scienziati Reed Richards, Ben Grimm, Susan Storm e di suo fratello Johnny Storm, conferendogli bizzarre caratteristiche), che, invece, nel primo volume del fumetto occupava appena cinque tavole (quale mirabile esercizio di sintesi). Il resto si divide tra un insipido sottointreccio sentimentale (Susan Storm contesa da Victor Von Doom e Reed Richards) e una serie di gag e battute (soprattutto litigi tra Ben Grimm e Johnny Storm), rivolte rigorosamente a un pubblico preadolescenziale e più consone a una sit-com che a un film.

Più che le discrepanze con la trama originaria (la storia di Victor Von Doom/Dottor Destino è inventata di sana pianta) – del tutto fisiologiche quando si devono adattare quarant’anni di pubblicazioni in un film di un’ora e mezza – a dar fastidio è il modo in cui la sceneggiatura ha appiattito le psicologie di personaggi, in particolar modo la Torcia umana, qui un decerebrato in piena crisi ormonal-adolescenziale, e la Cosa, che nel fumetto è un “round character” complesso e tormentato (la sua storia con la scultrice cieca Alicia è appena abbozzata). Quel che è peggio è che gli attori non riescono assolutamente a compensare i vuoti del copione e hanno l’aria di non essere troppo convinti di quello che stanno facendo. Jessica Alba non è niente più che esteticamente godibile (quando è visibile).

Dispiace constatare che, dopo “Daredevil”, “The Punisher” e “Elektra”, un’altra licenza Marvel venga sprecata per imbastire nient’altro che il solito blockbuster estivo infarcito di effetti speciali e affidato a registi dilettanti o a starlette televisive. “I Fantastici Quattro” avrebbe meritato un ben più nobile trattamento, ma, visto il successo ai botteghini statunitensi, forse alla casa produttrice sta bene così.

 

Voto:

criticato da: rob81 alle ore 15:40 | link | commenti (14) |

categorie: prima visione
giovedì, 06 ottobre 2005

Il castello errante di Howl

di Miyazaki Hayao
musiche di Hisaishi Joe
Giappone 2005
 
Prima una premessa. In una società diventata sempre più gerontofoba, ossessionata dalla decadenza fisica, arroccata in falsi miti giovanilistici, la scelta di parlare d’accettazione senile, di mostrare quanto può essere estetico anche un viso scavato dalle rughe, non può che definirsi coraggiosa. Tanto più che stiamo parlando di un cartone animato, vale a dire di un genere teoricamente indirizzato ai bambini (ma in questo caso forse più ai nonni).
Per il resto, “Il castello errante di Howl” mi ha ricordato moltissimo un’altra opera del maestro: “Kiki’s delivery service”. In entrambi i casi il soggetto non è stato scritto da Miyazaki ed è incentrato sulla magia, vi si ritrovano gli stessi paesaggi occidentali sette-ottocenteschi (le macchine a vapore di “Howl’s” fanno anche pensare a “Steamboy”) e lo stesso tono leggero e spensierato (la riflessione pacifista rimane sullo sfondo).
Qui, addirittura, il racconto originale proviene dall’Inghilterra: che il nostro Imperatore voglia globalizzare la sua platea? Fortunatamente lo spirito dell’animazione è rimasto inalterato, così come le meraviglie grafiche bidimensionali cui siamo da sempre abituati.
I miei amici cinebloggers si sono cimentati in quella pratica stimolante che è la caccia al pelo nell’uovo. In realtà “Il castello errante di Howl” è, come tutte le altre opere del maestro, autenticamente poetico, visivamente sublime, musicalmente incantevole e, come se non bastasse, stracolmo di buffissimi personaggi comprimari (dal demone del fuoco Calcifer, allo spaventapasseri saltellante Rapa, al placido cagnolone Heen). Sì, la guerra è relegata sullo sfondo: ma chi se ne importa.
Speriamo che il Leone d’oro alla carriera continui a sfornare altri di questi incantesimi… Continuiamo ad aspettare Miyazaki.

 

Voto:
criticato da: rob81 alle ore 14:24 | link | commenti (15) |

categorie: prima visione, aspettando miyazaki