![]() |
![]() |
![]() |
Un blog di nicchia. |
Chi è rimasto colpito dalle atmosfere cupe e violente di “Seven swords” deve assolutamente recuperare il precedente wuxiapian di Tsui Hark (tralasciando il passo falso di “The Legend of Zu”, un pastrocchio colmo di FX decisamente fuori dalle corde del maestro), “Dao – The Blade”, risalente al 1995. Dieci anni sono tanti: a quei tempi la cinematografia di Hong Kong viveva ancora un periodo d’oro, la produzione era scandita da dinamiche più artigianali e il regista poteva ottenere un maggior controllo sul film. Probabilmente anche per tutto questo “The Blade” riesce a incarnare molto meglio la visione cinica e pessimista dell’autore di quanto non faccia il suo ultimo film. Tsui tinteggia un mondo notturno, terricolo, sanguinolento, anche attraverso azzeccate e innovative scelte formali. La macchina da presa è letteralmente affondata nel fango e rimesta nelle vite caotiche di uomini che lottano ogni giorno per non
soccombere sotto il peso della violenza e del dolore. Ogni sentimento, soprattutto l’amore, è logorato da rapporti umani che si fondano esclusivamente sulla legge del più forte o sulla convenienza. A questo proposito è significativa la scelta di ambientare la storia in un piccolo villaggio isolato che ruota attorno a una fabbrica di lame, frequentato solo da poveracci o da banditi e non certo da nobili guerrieri o venerabili maestri.
Per Kim Ki-Duk l’amore può esistere solo in assenza (o meglio, in (non) presenza per usare termini ghezziani). In “Ferro 3” si arriva addirittura allo smaterializzarsi del corpo, alla sublimazione platonica di un abbraccio nel nulla. Ma in “Bad Guy” la (non) presenza aveva già raggiunto l’apice dell’elaborazione formale e intellettuale. Essa si estrinseca su due motivi. Il primo è la separazione dei corpi attraverso un vetro. Questo malato, voyeuristico amore in vitro nasce come barriera di protezione per Han-ki, ma ben presto diventa “prigione” da infrangere (per tutto il film lo vediamo rompere finestre e, addirittura, essere ferito da una lastra di vetro). Anche dopo che Sun-hwa “attraversa lo specchio”, quando lo squarcio di realtà piomba su di lei, l’amore non riesce a risolversi se non in un’altra (non) presenza: un sentimento “ritagliato”, fotografato in un ricordo che forse non è mai esistito (né forse esisterà mai). A suo modo un lieto fine, in senso kimkidukkiano s’intende, giacché la fragilità umana non può garantire niente di meglio.

Con “Hero” e con “La foresta dei pugnali volanti” Zhang Yimou ha preso in prestito l’impalcatura del wuxiapian per costruirci sopra tormentati melodrammi e per dar libero sfogo alle sue allucinazioni visive (coadiuvate da Christopher Doyle). Ma già otto anni prima Wong Kar-Wai si era cimentato in un’impresa simile con “Ashes of time”, in cui trasferiva le proprie ossessioni tematiche (l’amore vissuto come perdita e come distacco, la nostalgia del ricordo, l’isolamento dell’essere umano) in un contesto del tutto differente rispetto alla solitaria metropoli di “Hong Kong Express” (che stava girando in contemporanea, nelle pause di lavorazione).
Il risultato è un capolavoro della messa in scena, dove l’ambiente naturale sembra trovarsi in sintonia empatica con i personaggi: il “deserto dei sentimenti” in cui si incrociano i destini di un’umanità sola e sbandata, l’incresparsi delle onde o il turbinare di
una lanterna che catturano un moto emotivo inquieto e cangiante. Merito anche qui ovviamente di Christopher Doyle, la cui presenza è come si sa inscindibile dal lavoro di Wong.
I pochi combattimenti sembrano svolgersi in un tempo diverso da quello fisico (quello interiore?): il ralenty congela i corpi, li prolunga e li deforma nello
spazio, in segno di continuità fisica con l’ambiente. Almeno una sequenza è stata citata quasi alla lettera da Zhang Yimou: il combattimento sul pelo dell’acqua tra Yin e Yang.
Il cast riunisce una serie di miti del cinema di Hong Kong che oggi nessun budget, credo, potrebbe permettersi di reclutare insieme: Leslie Cheung, i due Tony Leung, Maggie Cheung, Brigitte Lin e una giovane Charlie Young. Maggie Cheung è capace di sostenere dieci minuti di macchina da presa fissa sul suo volto: davvero inarrivabile.
di Tim Story
con Ioan Gruffudd, Michael Chiklis, Jessica Alba, Chris Evans, Julian McMahon
U.S.A. 2005
Dopo l’incursione sul grande schermo di pezzi grossi del fumetto come “Spider-Man”, gli “X-men” e “L’incredibile Hulk”, e di divi (di carta) meno noti al grande pubblico quali “Daredevil”, “Elektra” e “The Punisher”, finalmente si accendono i riflettori anche per “I fantastici Quattro”, il primo glorioso albo supereroistico partorito dalla mente di Stan Lee e dalle chine di Jack Kirby per la Marvel (correva l’anno 1961).
Forse anche per questo I fantastici Quattro sono diversi dagli altri supereroi della Casa delle Meraviglie. Tanto per incominciare, non tengono nascoste le loro vere identità, ma anzi le vicende private che li riguardano fanno la fortuna delle testate scandalistiche. Poi, mentre per Spider-Man o per gli X-men, ad esempio, l’acquisizione di poteri eccezionali non rappresenta certo un dono, ma un “superproblema” che condanna il possessore alla diversità e all’esilio dagli affetti, per i Fantastic Four la faccenda è più semplice. Solo La Cosa, imprigionato in una gabbia rocciosa che gli deforma permanentemente il corpo, vive con sofferenza la sua condizione; ma gli altri, e in particolar modo la Torcia Umana, sembrano persino apprezzare le loro mutazioni genetiche.
In effetti, quelli che i Fantastici Quattro devono affrontare sono piuttosto de
i “miniproblemi” quotidiani, come pagare l’affitto del costoso Baxter Building, in cui vivono tutti insieme come una famiglia allargata, e più in generale risolvere i piccoli urti e battibecchi che nascono dalla convivenza di caratteri così differenti (l’impulsiva Torcia umana, l’irritabile Cosa, il riflessivo Mr. Fantastic, la protettiva Donna Invisibile).
Ed è proprio la contaminazione del tipico filone supereroistico con elementi da commedia e da soap, tipica soprattutto dei primi anni di vita della serie, che si è tentato di recuperare in questa trasposizione filmica, purtroppo senza riuscire nell’impresa. L’azione sembra proprio non interessare al regista Tim Story, che concede agli spettatori solo una vera sequenza adrenalinica (il mastodontico tamponamento automobilistico sul ponte di Brooklyn) e un duello finale con il Dottor Destino alquanto sbrigativo. Quasi un terzo del film viene riservato alla narrazione dell’antefatto (l’incidente spaziale che
mutò il Dna degli scienziati Reed Richards, Ben Grimm, Susan Storm e di suo fratello Johnny Storm, conferendogli bizzarre caratteristiche), che, invece, nel primo volume del fumetto occupava appena cinque tavole (quale mirabile esercizio di sintesi). Il resto si divide tra un insipido sottointreccio sentimentale (Susan Storm contesa da Victor Von Doom e Reed Richards) e una serie di gag e battute (soprattutto litigi tra Ben Grimm e Johnny Storm), rivolte rigorosamente a un pubblico preadolescenziale e più consone a una sit-com che a un film.
Più che le discrepanze con la trama originaria (la storia di Victor Von Doom/Dottor Destino è inventata di sana pianta) – del tutto fisiologiche quando si devono adattare quarant’anni di pubblicazioni in un film di un’ora e mezza – a dar fastidio è il modo in cui la sceneggiatura ha appiattito le psicologie di personaggi, in particolar modo la Torcia umana, qui un decerebrato in piena crisi ormonal-adolescenziale, e la Cosa, che nel fumetto è un “round character” complesso e tormentato (la sua storia con la scultrice cieca Alicia è appena abbozzata). Quel che è peggio è che gli attori non riescono assolutamente a compensare i vuoti del copione e hanno l’aria di non essere troppo convinti di quello che stanno facendo. Jessica Alba non è niente più che esteticamente godibile (quando è visibile).
Dispiace constatare che, dopo “Daredevil”, “The Punisher” e “Elektra”, un’altra licenza Marvel venga sprecata per imbastire nient’altro che il solito blockbuster estivo infarcito di effetti speciali e affidato a registi dilettanti o a starlette televisive. “I Fantastici Quattro” avrebbe meritato un ben più nobile trattamento, ma, visto il successo ai botteghini statunitensi, forse alla casa produttrice sta bene così.
Prima una premessa. In una società diventata sempre più gerontofoba, ossessionata dalla decadenza fisica, arroccata in falsi miti giovanilistici, la scelta di parlare d’accettazione senile, di mostrare quanto può essere estetico anche un viso scavato dalle rughe, non può che definirsi coraggiosa. Tanto più che stiamo parlando di un cartone animato, vale a dire di un genere teoricamente indirizzato ai
bambini (ma in questo caso forse più ai nonni).
I miei amici cinebloggers si sono cimentati in quella pratica stimolante che è la caccia al pelo nell’uovo. In realtà “Il castello errante di Howl” è, come tutte le altre opere del maestro, autenticamente poetico, visivamente sublime, musicalmente incantevole e, come se non bastasse, stracolmo di buffissimi personaggi comprimari (dal demone del fuoco Calcifer, allo spaventapasseri saltellante Rapa, al placido cagnolone Heen). Sì, la guerra è relegata sullo sfondo: ma chi se ne importa.