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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
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venerdì, 30 settembre 2005

Seven Swords

di Tsui Hark
con Donnie Yen, Leon Lai Ming, Charlie Young, Lau Kar Leung, Sun Hong Lei
Cina / Hong Kong 2005
Tsui Hark è sicuramente uno dei maestri contemporanei che più ha segnato la storia del wuxiapian (il “cappa e spada” cinese), contribuendo a innovare il genere con opere del calibro di “The Blade” e della saga di “Once upon a time in China”. Ovvio dunque che un suo ritorno al filone epico cavalleresco fosse accompagnato da smaniosa attesa. Marco Müller – che della sua passione per il cinema orientale non ha mai fatto mistero – non si è fatto scappare l’opportunità di ottenerlo come evento d’apertura della 62a Mostra di Venezia. Era altrettanto prevedibile, invece, che gran parte della critica parruccona non avrebbe perso occasione d’accanirsi contro “questi film cinesi che ormai stanno invadendo l’Occidente”.
Come giudicare quindi il gradito ritorno? Diciamo subito che Tsui, pur non rinunciando all’altissimo budget, agli effetti speciali digitali – in ogni caso contenuti – e alla contaminazione con Hollywood, ha inteso riallacciarsi allo spirito originario del wuxia, popolare e “di genere”, restituendo centralità all’azione e al realismo delle coreografie.
In effetti, “Seven Swords” può essere definito l’anti-“Hero”, sia dal punto di vista stilistico, sia da quello della morale di fondo. Tanto il film di Zhang Yimou, infatti, era etereo, luminoso, ricercato nei cromatismi e nella compiutezza formale; quanto quello di Tsui è terrestre, oscuro, traboccante di violenza – a volte efferata – e perennemente sporco di sangue e polvere. Per intenderci, in “Seven Swords” mai vedrete guerrieri spiccare il volo e librarsi in aria. Vedrete, invece, teste mozzate, squartamenti, una guerriera sadomaso tatuata e vestita di nero e soprattutto tante armi stravaganti. Il regista ha curato personalmente il design delle sette spade, una più fantasiosa dell’altra, e gli appassionati di fantasy non avranno di che lamentarsi.
Quanto al messaggio veicolato, mentre “Hero” esalta la sottomissione al potere imperiale come atto foriero di pace e armonia, “Seven Swords” è una vera epopea della resistenza. Tratto da un romanzo di Liang Yusheng, racconta la strenua difesa di un villaggio montano del 1600 contro la prepotenza dell’esercito della Capitale, che ha bandito le arti marziali e massacra barbaramente chi le pratica. In difesa degli abitanti accorrono sette cavalieri, ciascuno dotato di una spada dagli strabilianti poteri e modellata sulle sue caratteristiche psicologiche.
Molti non sembrano (o non vogliono) notarlo, ma il film di Tsui Hark è profondamente politico e più che mai attuale. Dipinge un’umanità in preda a violenza, distruzione e anarchia, dove non sembra – ahimè – esserci più spazio per i pacifisti e dove l’unica, flebile, speranza è riposta nelle future generazioni.
Per giudicare con più completezza il film, in realtà, bisognerebbe aver visto la versione estesa di quattro ore (un po’ come per il “Signore degli anelli”). Due ore e mezza non bastano a sciogliere in maniera esaustiva tutti i nodi della trama e a definire compiutamente i numerosi personaggi. Naturale quindi che siano frequenti le brusche elissi, i passaggi poco chiari e i recuperi in flashback. D’altro canto il materiale è così vasto che sono stati già annunciati ben cinque sequel, una serie tv e un fumetto ispirati ai “Magnifici sette”.
Il cast raccoglie il meglio del meglio della recitazione asiatica (Cina, Hong Kong, Corea del Sud). Da segnalare la presenza di leggende viventi dell’action come Donnie Yen e Charlie Young e il veterano Lau Kar Leung, qui anche coreografo.
 
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 10:36 | link | commenti (10) |

categorie: prima visione, tsui hark, wuxiapian
venerdì, 23 settembre 2005

Guida Tv



Per tutti quelli che non sanno cos'è il wuxia; per quelli che hanno imparato a conoscerlo grazie a Tigri, Dragoni, Eroi, Pugnali volanti e Sette spade; per quelli che sono cresciuti a pane e King Hu, stanotte,  alle 2.55  su  RaiTre,  l'imprescindibile, imperdibile, impagabile "A touch of zen".
criticato da: rob81 alle ore 10:42 | link | commenti (18) |

categorie: altro
lunedì, 19 settembre 2005

Yôkai daisensô

di Miike Takashi
con Ryunosuke Kamiki, Hiroshi Aramata, Kiyoshiro Imawano, Masaomi Kondo, Bunta Sugawara
Giappone 2005 
 
Inclassificabile è l’opera di Miike Takashi e impossibile è individuare un minimo comune denominatore del suo sterminato corpus filmico. Ma, come fa notare anche un interessante saggio di Francesco Ermanno Torchia – pubblicato sullo speciale di “Nocturno” uscito questo mese che vi consiglio caldamente d’acquistare – il grottesco, il surreale, la parodia, sono un leit motiv pressoché costante nella filmografia del prolifico e poliedrico autore. Miike per definizione non può mai deludere: non può farlo perché per disattendere le aspettative bisogna che esista un “modello” miikiano prestrutturato da disattendere. Questo modello non esiste: ogni suo film segue delle regole proprie. Per questo motivo il regista affronta le incursioni nel cinema alimentare, televisivo o da blockbuster con lo stesso impegno e lo stesso sguardo visionario del suo filone più teorico e impegnato.
E quindi non può deludere neanche questo “Yokai daisensô”, con cui il regista si getta a capofitto in un nuovo genere, quello della “favola per ragazzi” (ormai gli manca solo il western e poi ha chiuso). Per continuare il gioco delle somiglianze, ritroviamo qui molte caratteristiche di un altro recente prodotto mikiiano, “Zebraman”: leggerezza del registro, morale di fondo semplice semplice, alto budget con gran dispendio di coloratissimi effetti speciali, nonché il riferimento a serie giapponesi del passato.
 “Yokai daisensô” è un divertente giocattolone, un anime live action straripante di computer graphic alla “Cutie Honey” o alla “Casshern”. Miike non annega però negli FX: riesce a ritagliarsi spazi “intimistici” di semplice e tenera vita familiare e sa rinunciare al digitale quando lo richiedono le esigenze espressive. Gli Yokai, i folletti della tradizione giapponese che proliferano in molti manga e anime, sono, infatti, per lo più attori in carne e ossa travestiti con trucchi o costumi in gommapiuma. E lo spiritello più simpatico del mondo, Sunekosuri, che ha strappato più di un’ovazione al pubblico del Palagalileo, non è altri che un peluche morbidone. Tutto ciò contribuisce a conferire all’ambiente un’atmosfera molto “gommosa” e “plasticosa”.
Se proprio a un anime in particolare bisogna paragonarlo, direi che assomiglia molto a un Miyazaki dal tocco più lieve, sia per visionarietà del design sia per la morale ecologista che contrappone i buoni spiriti della natura ai cattivi che si identificano negli elettrodomestici e nella tecnologia in disuso.
Il Miike regista c’è e si vede: in certe inquadrature, in certe soluzioni visive e – come si diceva prima – nel grottesco, nella parodia (dei film d’avventura per ragazzi, della fantasy stile “Signore degli Anelli”, dei kaiju eiga tipo Godzilla….) e più in generale in trovate nonsense del tutto inaspettate (basta solo accennare al fatto che il mondo viene salvato dal provvidenziale intervento dei fagioli Asuki).
Eccellenti le interpretazioni del piccolo Ryunosuke Kamiki e di Bunta Sugawara, qui in una parte del tutto fuori dai suoi canoni: un nonnino brontolone con un’insana passione per i fagioli… 
Insomma, se cercare gli “Ichi the killer” e i “Visitor Q” state alla larga. Porta spalancata invece anche ai fanciulli e a chi non è un miikefan.
 
Voto:
Lidobloggers
criticato da: rob81 alle ore 23:20 | link | commenti (9) |

categorie: rob a venezia, miike takashi

Orgia Fukasaku

Caccia ai violenti in Giappone – Il boss yakuza a.k.a. Japan Organised Crime Boss (Nihon boryoku-dan: Kumicho)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Tsuruta Koji, Uchida Ryohei, Wakayama Tomisaburo
Giappone 1969
 
Lotta senza codice d’onore a.ka. Battle Without Honour and Humanity (Jingi naki tatakai)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Matsukata Hiroki, Umemiya Tatsuo, Watase Tsunehiko, Kaneko Nobuo
Giappone 1973
 
La polizia contro l’organizzazione violenta a.ka. Cops vs. Thugs (Kenkei tai soshiki boryoku)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Fukumoto Seizo, Kaneko Nobuo, Koizumi Yôko, Matsukata Hiroki, Narita Mikio
Giappone 1975
 
Sei ore di fila di inseguimenti, sparatorie, agguati, risse e tanto tanto sangue. La sensazione all’uscita della Sala Volpi è stata straniante. Per me, che non avevo mai visto un Fukasaku è stata una scoperta. Per descriverli ai non orientofili, i yakuza movie realizzati dal maestro possono essere paragonati ai poliziotteschi italiani di un certo livello (Fernando di Leo e Umberto Lenzi in primis). È naturale poi che gli stili nei rispettivi paesi arrivino a differenziarsi anche sensibilmente, ma senza ombra di dubbio un’osmosi reciproca deve esserci stata.
In particolare Fukasaku Kinji ha dato vita a un linguaggio unico, a metà strada tra il realismo documentario (frequenti le didascalie esplicative) e l’iperrealismo visionario (tipica è la posizione della macchina da presa inclinata durante le esecuzioni). In ogni caso c’è moltissima fedeltà alla materia trattata (quasi tutte le trame si basano su fatti realmente accaduti). La crudezza espressiva non risparmia niente e nessuno ma che è assolutamente funzionale nel dipingere una società giapponese ormai marcia fino al midollo, senza più nessun punto di riferimento né legami col passato (non resiste nemmeno il tradizionale codice d’onore mafioso). Sugawara Bunta è l’essere perfetto per incarnare questo cinico e nerissimo sguardo sull’umanità. Della trilogia qui presentata il vero capolavoro è il film centrale - giustamente pubblicizzato da Quentin Tarantino - per la frenesia del montaggio e la precisione nella costruzione delle scene action, ma anche per la dovizia di particolari con cui sono descritti gli atteggiamenti e i rituali degli yakuza (dal taglio del dito, ai tatuaggi, alle riunioni dei capi).
(Mi rammarico di essermi perso il film a seguire, “Graveyard of honour”, tanto più che mi hanno sbattuto la porta in faccia alla proiezione de “I fratelli Grimm”).
 
criticato da: rob81 alle ore 00:15 | link | commenti (4) |

categorie: rob a venezia, fukasaku kinji

La mia vita (Wo Zhe Yibeizi)

di Shi Hui
con Shi Hui, Wie Heling, Shen Yang, Li Wei
Cina 1950
 
Zhang Yimou, mentre girava “Vivere”, doveva avere sicuramente ben presente questo film. Tratto da un famoso quanto (presumo) censurato racconto di Lao She, “La mia vita” non è altro che “la Storia” della Cina della prima metà del novecento raccontata attraverso “la storia” degli umili, quella che di solito non ha voce nei manuali.
Non c’è pace per il povero protagonista, un modesto artigiano di Pechino che decide di diventare poliziotto per garantire qualcosa di più alla propria famiglia. Le cose non cambieranno nel passaggio dall’impero al regime nazionalista (la moglie morirà per mancanza di sufficienti cure mediche). Incomincia allora a simpatizzare con il movimento studentesco comunista e per questo sia lui che il figlio la pagheranno cara. Nemmeno il sole della rivoluzione del ’49 però basterà a scaldare il povero poliziotto che, ormai vecchio e solo, morirà all’addiaccio in mezzo a una strada.
Una struttura narrativa poderosa e un impianto sin troppo tradizionale (le guerre ci vengono spiegate si troppo pedissequamente con la carta geografica, in alcuni passaggi l’età si sente) rendono questo film un classico della cinematografia cinese. La regia di Shi Hui (che si ritaglia anche il ruolo del protagonista) trasuda passione e impegno e riesce a trasmettere in maniera vivida il sentire del popolo cinese (un misto di robusta tenacia e placida rassegnazione) e quanto questa gente abbia dovuto sopportare in silenzio per millenni e millenni. La morale di fondo non è però esente da una venatura populista-qualunquista che a tratti risulta un po’ semplicistica e fastidiosa (per chi scrive).
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 00:07 | link | commenti |

categorie: rob a venezia

I fantasmi di Yotsuya del Tokaido (Tokaido Yotsuya kaidan)

di Nobuo Nakagawa
con Shigeru Amachi, Noriko Kitazawa, Shuntaro Emi, Juko Ikeuchi.
Giappone 1959
 
Metto le mani avanti: ho visto questo film verso mezzanotte, il primo giorno che sono approdato al Lido, con la stanchezza del viaggio in treno accumulata e già due proiezioni sulle spalle. In tali condizioni non c’è da stupirsi che non abbia prestato molto attenzione alla trama (si tratta comunque di una “vengeance-ghost-story samurai”, come già ho avuto modo di scrivere nella sms-rece, per di più tratta da un famoso racconto tradizionale).
Ora, sarà forse stata la condizione semiallucinatoria in cui versavo in quel momento, ma alcune inquadrature – tutte immerse in quei colori “pastosi” tipici dei film giapponesi del periodo – mi sono sembrate di una bellezza abbacinante. Cito soltanto un frame (che purtroppo non sono riuscito a scovare su internet): i due amanti, abbracciati, in casa; sullo sfondo la finestra ci mostra la luna piena che brilla nelle tenebre. Da brivido. 
Nelle scene in cui il fantasma consumava la sua vendetta parte del pubblico si è messa a ridere: io non esagero se dico che le ho trovate di una possanza scespiriana.
Interessante anche per studiare la genesi dell’iconografia dello spettro (femmina) nella storia del cinema horror giapponese: i debiti di Sadako nei confronti del fantasma di Yotsuya sono evidenti. I volti bianchi circondati da onde di capelli scarmigliati non li ha inventati Nakata Hideo, come alcuni credono… 
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 00:03 | link | commenti |

categorie: rob a venezia
sabato, 17 settembre 2005

C.R.A.Z.Y.

di Jean Marc Vallée
con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Pierre-Luc Brillant, Émile Vallée
Canada 2005
 
Se fossi stato un distributore mi sarei fiondato immediatamente a comprare questo film – cosa che di sicuro sarà stata fatta – perché questo “C.R.A.Z.Y.” ha tutte le carte in regola per sbancare nei mercati internazionali. Divertente e impegnato, mainstream ma non banale, commerciale ma d’autore, è la tipica opera in grado di mettere d’accordo pubblico e critica.
La vita di un ragazzo “strambo” – da piccolo è religiosissimo e viene ritenuto un “guaritore”, da adolescente incomincia a sviluppare attrazione per i coetanei dello stesso sesso – alle prese con una famiglia altrettanto “stramba” in un arco di tempo che copre quarant’anni, dai ’60 ai ‘90. L’evoluzione del costume – resa in maniera convincente attraverso la riproposizione fedele degli stili, delle mode e della musica del tempo – va di pari passo con le trasformazioni dei rapporti familiari: tensioni, dissapori, nascite, matrimoni, funerali, riconciliazioni.
Il tema centrale è quello del difficile rapporto tra individuo e famiglia, del tentativo di affermazione della propria “diversità” e individualità pur tentando di mantenere un legame con le proprie origini e con la propria spiritualità. Convincente anche la maniera con cui è stata affrontata la questione dell’omosessualità: niente morbosità o moralismi, ma molta naturalezza. Certo, si poteva osare di più, le atmosfere a volte sono un po’ troppo “carine” o “glamour” – David Bowie impera incontrastato–, ed è prepotente la voglia di emulare lo stile americano. Ma qua e là ci sono belle invenzioni visive e tutti gli attori ben calati nella parte contribuiscono a un risultato decisamente interessante.
 
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 23:28 | link | commenti (7) |

categorie: rob a venezia

Allegro

di Christoffer Boe
con Ulrich Thomsen, Helena Christensen, Svetoslav Korolev, Benedikte Hansen, Ida Dwinger.
Danimarca 2005
 
Vogliamo liquidarlo – un po’ spocchiosamente – così: sembra un “Se mi lasci ti cancello” ma più lento, con certe atmosfere autoriali tipicamente europee e anche un po’ noioso.
Zetterstrøm, un pianista di fama mondiale, distrutto dal tragico epilogo di una storia d’amore, decide che per non soffrire la soluzione migliore è cancellare ogni cosa dalla mente. Questa specie di strana amnesia autoindotta si associa