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Un blog di nicchia. |
Tsui Hark è sicuramente uno dei maestri contemporanei che più ha segnato la storia del wuxiapian (il “cappa e spada” cinese), contribuendo a innovare il genere con opere del calibro di “The Blade” e della saga di “Once upon a time in China”. Ovvio dunque che un suo ritorno al filone epico cavalleresco fosse accompagnato da smaniosa attesa. Marco Müller – che della sua passione per il cinema orientale non ha mai fatto mistero – non si è fatto scappare l’opportunità di ottenerlo come evento d’apertura della 62a Mostra di Venezia. Era altrettanto prevedibile, invece, che gran parte della critica parruccona non avrebbe perso occasione d’accanirsi contro “questi film cinesi che ormai stanno invadendo l’Occidente”.
etti speciali digitali – in ogni caso contenuti – e alla contaminazione con Hollywood, ha inteso riallacciarsi allo spirito originario del wuxia, popolare e “di genere”, restituendo centralità all’azione e al realismo delle coreografie.
i nero e soprattutto tante armi stravaganti. Il regista ha curato personalmente il design delle sette spade, una più fantasiosa dell’altra, e gli appassionati di fantasy non avranno di che lamentarsi.
razioni. 
Inclassificabile è l’opera di Miike Takashi e impossibile è individuare un minimo comune denominatore del suo sterminato corpus filmico. Ma, come fa notare anche un interessante saggio di Francesco Ermanno Torchia – pubblicato sullo speciale di “Nocturno” uscito questo mese che vi consiglio caldamente d’acquistare – il grottesco, il surreale, la parodia, sono un leit motiv pressoché costante nella filmografia del prolifico e poliedrico autore. Miike per definizione non può mai deludere: non può farlo perché per disattendere le aspettative bisogna che esista un “modello” miikiano prestrutturato da disattendere. Questo modello non esiste: ogni suo film segue delle regole proprie. Per questo motivo il regista affronta le incursioni nel cinema alimentare, televisivo o da blockbuster con lo stesso impegno e lo stesso sguardo visionario del suo filone più teorico e impegnato.
e semplice, alto budget con gran dispendio di coloratissimi effetti speciali, nonché il riferimento a serie giapponesi del passato.
Se proprio a un anime in particolare bisogna paragonarlo, direi che assomiglia molto a un Miyazaki dal tocco più lieve, sia per visionarietà del design sia per la morale ecologista che contrappone i buoni spiriti della natura ai cattivi che si identificano negli elettrodomestici e nella tecnologia in disuso. 
Sei ore di fila di inseguimenti, sparatorie, agguati, risse e tanto tanto sangue. La sensazione all’uscita della Sala Volpi è stata straniante. Per me, che non avevo mai visto un Fukasaku è stata una scoperta. Per descriverli ai non orientofili, i yakuza movie realizzati dal maestro possono essere paragonati ai poliziotteschi italiani di un certo livello (Fernando di Leo e Umberto Lenzi in primis). È naturale poi che gli stili nei rispettivi paesi arrivino a differenziarsi anche sensibilmente, ma senza ombra di dubbio un’osmosi reciproca deve esserci stata.
In particolare Fukasaku Kinji ha dato vita a un linguaggio unico, a metà strada tra il realismo documentario (frequenti le didascalie esplicative) e l’iperrealismo visionario (tipica è la posizione della macchina da presa inclinata durante le esecuzioni). In ogni caso c’è moltissima fedeltà alla materia trattata (quasi tutte le trame si basano su fatti realmente accaduti). La crudezza espressiva non risparmia niente e nessuno ma che è assolutamente funzionale nel dipingere una società giapponese ormai marcia fino al midollo, senza più nessun punto di riferimento né legami col passato (non resiste nemmeno il tradizionale codice d’onore mafioso). Sugawara Bunta è l’essere perfetto per incarnare questo cinico e nerissimo sguardo sull’umanità. Della trilogia qui presentata il vero capolavoro è il film centrale - giustamente pubblicizzato da Quentin Tarantino - per la frenesia del montaggio e la precisione nella costruzione delle scene action, ma anche per la dovizia di particolari con cui sono descritti gli atteggiamenti e i rituali degli yakuza (dal taglio del dito, ai tatuaggi, alle riunioni dei capi).
Zhang Yimou, mentre girava “Vivere”, doveva avere sicuramente ben presente questo film. Tratto da un famoso quanto (presumo) censurato racconto di Lao She, “La mia vita” non è altro che “la Storia” della Cina della prima metà del novecento raccontata attraverso “la storia” degli umili, quella che di solito non ha voce nei manuali. 

Se fossi stato un distributore mi sarei fiondato immediatamente a comprare questo film – cosa che di sicuro sarà stata fatta – perché questo “C.R.A.Z.Y.” ha tutte le carte in regola per sbancare nei mercati internazionali. Divertente e impegnato, mainstream ma non banale, commerciale ma d’autore, è la tipica opera in grado di mettere d’accordo pubblico e critica.
quarant’anni, dai ’60 ai ‘90. L’evoluzione del costume – resa in maniera convincente attraverso la riproposizione fedele degli stili, delle mode e della musica del tempo – va di pari passo con le trasformazioni dei rapporti familiari: tensioni, dissapori, nascite, matrimoni, funerali, riconciliazioni. 
Vogliamo liquidarlo – un po’ spocchiosamente – così: sembra un “Se mi lasci ti cancello” ma più lento, con certe atmosfere autoriali tipicamente europee e anche un po’ noioso.