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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
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mercoledì, 31 agosto 2005

Venezia, la luna e Lee Young-ae

Aiuto, un altro cineblogger a Venezia! A dire il vero la Mostra non godrà l’onore della mia presenza per molto: giusto il tempo per inginocchiarmi di fronte a Park Chan-wook urlando “io non sono degno, io non sono degno, sono cacchina!” e per girare in gondola con Lee Young-ae, offrendole una mezzaluna Auricchio. Tra questi due incontri, mi rintanerò nella “Sala Volpi” per vedere circa 234 film cinesi degli anni trenta e svariati yakuza-eiga. Alla fine non credo potrò più sopportare la luce del sole.

Visto che non ho un laptop-gprs-wifi-bluethoot temo che il blog sarà spietatamente abbandonato a se stesso per un bel po’ (anche dopo il Festival). Spero col tempo assuma vita propria e incominci a insultarmi.

criticato da: rob81 alle ore 17:26 | link | commenti (7) |

categorie: altro
domenica, 21 agosto 2005

Il mondo

di Jia Zhangke
con Zhao Tao, Chen Taisheng, Jing Jue
Cina 2004
 
La locandina del filmCome ha sottolineato Elena Polacchi (esperta di cinema orientale e selezionatrice per il “Festival di Venezia”) introducendo la proiezione de “Il mondo” di Jia Zhangke ieri allo Spasimo, nell’ambito di “Kalsart Cinema”, ci si stupisce che questo sia stato finora l’unico film del giovane cineasta cinese ad ottenere il via libera della censura per essere proiettato in patria. Perché in quest’ultima fatica (presentata l’anno scorso a Venezia e poi del tutto dimenticato in Italia) Zhangke non diluisce neanche un po’ il furore contestatore che ha caratterizzato la sua filmografia fin da Xiao Wu. È vero, si tratta di un’opera altamente metaforica, dalle atmosfere artefatte, sospese nell’irrealtà dei paesaggi del “World park”, al tempo stesso ovattati e inquietanti. Ma la metafora è tutta politica: i cinesi vivono ancora in un mondo chiuso, strettuna scena del filmamente blindato ai suoi confini (per tutto il film non si fa che parlare di passaporti), una gabbia che sta diventando – con l’aumento del reddito nelle città – un po’ più dorata; ma sempre di gabbia si tratta, aperta solamente per il consumo globalizzato (dal cinema, alla moda, al cibo). Di dorato, però, ne “Il mondo” c’è ben poco: i lunghi piano-sequenza ci gettano in un dramma umano segnato da sofferenza, sfruttamento, povertà delle condizioni di vita e dei rapporti umani. Rapporti che ogni tanto si illuminano – molto tenera l’amicizia russo-cinese che sconfina le barriere linguistiche – ma il bagliore è solo temporaneo: non ha la forza di resistere per un lieto fine.
 
Visto in condizioni a dir poco proibitive – caldo-umido subtropicale nel primo tempo, pioggia altrettanto subtropicale nel secondo –, ma rinfrancato dalla compagnia di Tartacammello, che credeva andassimo a vedere un wuxia (l’impatto deve essere stato tremendo).
criticato da: rob81 alle ore 23:14 | link | commenti (18) |

categorie: prima visione

Heimat I

di Edgar Reitz
con Marita Breuer, Dieter Schaad, Gertrud Breder, Michael Lesch, Willi Burger, Gertrud Scherer
RFT 1984
 
La locandina del filmScrivere un post su “Heimat I” non è arduo, è impossibile. Per questo “gomitolo aggrovigliato di vite” (la bella definizione è di Ghezzi) in undici episodi non basterebbe una tesi di laurea (anzi, si potrebbero spendere volumi su volumi e anni di studio per indagare i molteplici aspetti di questo film-fiume, dalle complesse corrispondenze fra le storie dei personaggi, alle scelte stilistiche, allo studio della ricostruzione storica).  Ma ci tenevo lo stesso, da ignorante, a testimoniare più che altro la mia esperienza personale di visione, proprio mentre su “Fuori Orario” comincia “Heimat II” (che naturalmente vi raccomando di seguire).
Saga familiare come solo l’humus culturale germanico riesce a partorire, documento più psicologico che sociologico, “Heimat I” non racconta “la Storia”, ma “la storia” del popolo tedesco dal 1919 al 1982. I grandi eventi che hanno segnato il secolo scorso – le due Guerre Mondiali, l’ascesa del Nazismo, le grandi invenzioni, il “Boom economico” – influenzano, è vero, la piccola umanità di Schabbach – a volte anche con conseguenze d’importanza cardinale – ma l’occhio di Reitz è costantemente puntato sulle vite delle persone semplici, spesso ai margini del mondo (Hitler, ad esempio, compare una sola volta e di sfuggita), sul loro quotidiano nascere, crescere, lottare per la sopravvivenza, amare e morire. E comunque mai con intento pedagogico-istruttivo che, ad esempio, fa capolino ne “La Meglio gioventù”, ma semmai con proposito di recupero della memoria storica, di riscoperta della propria identità.
L’effetto “simpatetico” è straordinario: vedere i personaggi – in alcuni casi impersonati dallo stesso attore nel corso di tutta la loro esistenza – invecchiare sotto i tuoi occhi crea un effetto d’identificazione mai sperimentato. In realtà, le cose mai, o scarsamente sperimentate in “Heimat I” sono tante: dal formato ibrido – a metà strada tra la serialità del telefilm e il rigore cinematografico – all’uso “emotivo” del bianco e nero e del colore, all’espediente del narratore con funzione testimoniale, e non si potrebbe riuscire a elencarle tutte.
Alla fine, impresse nella retina e nei neuroni, rimangono alcune immagini di una poesia abbagliante: un mazzo di rose rosse g
ettato da un aereo di guerra, la luna che illumina il cammino di Anton e Clara, il volto di Maria.

Albero genealogico

criticato da: rob81 alle ore 23:11 | link | commenti (7) |

categorie: altre visioni
venerdì, 19 agosto 2005

La leggenda del drago rosso (The new legend of shaolin)

di Wong Jing
con Jet Li, Chingmy Yau, Tze Miu, Deannie Yip, Yeung Wai, Suen Goon Nam
Hong Kong 1994
 
La locandona del filmUn wuxia con Jet Lee. Ma non aspettatevi cose tipo “Once upon a time in China”. Ogni riflessione storico-culturale è bandita, ma questo non è un male, anzi. Perché qui l’unico obiettivo è quello dell’entertainment fine a se stesso; lo spettacolo di genere, popolaresco e popolare, fatto per divertire e affascinare. E “The new legend of shaolin” lo realizza nel migliore dei modi, ovvero senza prendersi troppo sul serio. Neanche un minuto di noia. I combattimenti si succedono senza tempi morti o pause riflessive e ciascuno di essi è sempre contraddistinto da una trovata, spesso con derive comiche e burlesche (vedi ad esempio lo scontro tra Hung e Red Bean a colpi di ago e filo, oppure quando sempre i due si fronteggiano con il padrone che ronfa in mezzo). Dragon Kick! Mitico!Ma la vera peculiarità del film è quella di reclutare per co-protagonisti dei bambini esperti nel kung fu. Vedere questi piccoli guerrieri in azione è davvero uno spettacolo, soprattutto quando si mettono tutti insieme contro un avversario adulto e assestano il loro calcio speciale. Le coreografie (di Corey Yuen Kwai) sono di ottimo livello, ma il giusto merito deve essere attribuito alla regia di Wong Jing, solido e scafato mestierante (nel senso più buono del termine). Insomma, io mi sono divertito.
Italia 1 l’ha passato qualche notte fa (verso le quattro...) in prima visione.
criticato da: rob81 alle ore 13:44 | link | commenti (25) |

categorie: altre visioni, wuxiapian
venerdì, 12 agosto 2005

Felicità....

... è un'amica coreana che ti spedisce una card pubblicitaria di "Sympathy for Lady Vengeance".

Pregasi notare i modelli che posano per Harris Tone. In quale altro paese vedreste una cosa del genere?


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(Cliccare per ingrandire. Attenzione, sono belli pesanti)


E c'è anche "Welcome to Dongmakgol"
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criticato da: rob81 alle ore 15:23 | link | commenti (13) |

categorie: altro
martedì, 09 agosto 2005

Principessa Mononoke

di Hayao Miyazaki
Giappone 1997
 
la principessa San (non si chiama Mononoke O_O)Miyazaki abbandona (momentaneamente) l’azzurro limpido dei cieli di “Nausicaa”, “Laputa” e “Porco Rosso” e si getta nel verde rigoglioso delle foreste del Giappone medioevale (precisamente l’era Muromachi: 1392-1573). Un verde, però, che è spesso sporcato dal grigio della polvere da sparo e dal rosso vivo del sangue, tanto sangue (questa è senza dubbio l’opera più “adulta” e violenta del maestro). Uomo e Natura, Corpo e Spirito, Scienza e Religione: i contrasti cromatici come espressione di dualismi vecchi quanto la nostra civiltà. Scindere le due componenti del binomio non può che portare allo sfacelo: il Progresso inconsapevole, slegato dalla convinzione di essere parte di un ecosistema organico e interdipendente, conduce al Conflitto.  

Ashitaka, il protagonista maschileMa se la cornice narrativa ha contorni così netti, la realtà dei personaggi è sorprendentemente sfumata: aborrita ogni monolitica divisione in buoni e cattivi, nessuno dei protagonisti si rivelerà essere ciò che sembrava. Ciò è vero in particolare per San che, perennemente combattuta tra natura umana e ferina, rappresenta una scelta decisamente insolita per Miyazaki e, proprio per questo, affascinantissima.
 
Insomma, “Mononoke Hime” è, sinora, l’opera più compiuta del maestro, quella che unisce In compagnia dei lupila profondità tematica delle prime opere – calate in un poderoso affresco epico più vicino per complessità al romanzo che alla favola – con una ricercatezza visiva e una cura per i dettagli (in particolare per le animazioni, fluidissime anche nelle scene d’azione più concitate) senza precedenti. Un mastodontico sforzo di tre anni, che è stato ripagato da un meritato successo in Giappone (record spettatori di tutti i tempi) e all’estero (tranne che in Italia, tanto per non smentirci mai).
 
Joe Hisaishi supera se stesso con una partitura da brividi (perché non ha vinto il premio Oscar?).
 
Si ringrazia Mugato per aver offerto il materiale :)
criticato da: rob81 alle ore 11:59 | link | commenti (7) |

categorie: altre visioni, aspettando miyazaki
lunedì, 08 agosto 2005

Cose per cui vale la pena vivere

Heimat 1 - Episodio 9: Hermännchen (il giovane Hermann)


criticato da: rob81 alle ore 19:42 | link | commenti (8) |

categorie: altro