![]() |
![]() |
![]() |
Un blog di nicchia. |
Aiuto, un altro cineblogger a Venezia! A dire il vero la Mostra non godrà l’onore della mia presenza per molto: giusto il tempo per inginocchiarmi di fronte a Park Chan-wook urlando “io non sono degno, io non sono degno, sono cacchina!” e per girare in gondola con Lee Young-ae, offrendole una mezzaluna Auricchio. Tra questi due incontri, mi rintanerò nella “Sala Volpi” per vedere circa 234 film cinesi degli anni trenta e svariati yakuza-eiga. Alla fine non credo potrò più sopportare la luce del sole.
Visto che non ho un laptop-gprs-wifi-bluethoot temo che il blog sarà spietatamente abbandonato a se stesso per un bel po’ (anche dopo il Festival). Spero col tempo assuma vita propria e incominci a insultarmi.
Come ha sottolineato Elena Polacchi (esperta di cinema orientale e selezionatrice per il “Festival di Venezia”) introducendo la proiezione de “Il mondo” di Jia Zhangke ieri allo Spasimo, nell’ambito di “Kalsart Cinema”, ci si stupisce che questo sia stato finora l’unico film del giovane cineasta cinese ad ottenere il via libera della censura per essere proiettato in patria. Perché in quest’ultima fatica (presentata l’anno scorso a Venezia e poi del tutto dimenticato in Italia) Zhangke non diluisce neanche un po’ il furore contestatore che ha caratterizzato la sua filmografia fin da Xiao Wu. È vero, si tratta di un’opera altamente metaforica, dalle atmosfere artefatte, sospese nell’irrealtà dei paesaggi del “World park”, al tempo stesso ovattati e inquietanti. Ma la metafora è tutta politica: i cinesi vivono ancora in un mondo chiuso, strett
amente blindato ai suoi confini (per tutto il film non si fa che parlare di passaporti), una gabbia che sta diventando – con l’aumento del reddito nelle città – un po’ più dorata; ma sempre di gabbia si tratta, aperta solamente per il consumo globalizzato (dal cinema, alla moda, al cibo). Di dorato, però, ne “Il mondo” c’è ben poco: i lunghi piano-sequenza ci gettano in un dramma umano segnato da sofferenza, sfruttamento, povertà delle condizioni di vita e dei rapporti umani. Rapporti che ogni tanto si illuminano – molto tenera l’amicizia russo-cinese che sconfina le barriere linguistiche – ma il bagliore è solo temporaneo: non ha la forza di resistere per un lieto fine.
Scrivere un post su “Heimat I” non è arduo, è impossibile. Per questo “gomitolo aggrovigliato di vite” (la bella definizione è di Ghezzi) in undici episodi non basterebbe una tesi di laurea (anzi, si potrebbero spendere volumi su volumi e anni di studio per indagare i molteplici aspetti di questo film-fiume, dalle complesse corrispondenze fra le storie dei personaggi, alle scelte stilistiche, allo studio della ricostruzione storica). Ma ci tenevo lo stesso, da ignorante, a testimoniare più che altro la mia esperienza personale di visione, proprio mentre su “Fuori Orario” comincia “Heimat II” (che naturalmente vi raccomando di seguire).
ersone semplici, spesso ai margini del mondo (Hitler, ad esempio, compare una sola volta e di sfuggita), sul loro quotidiano nascere, crescere, lottare per la sopravvivenza, amare e morire. E comunque mai con intento pedagogico-istruttivo che, ad esempio, fa capolino ne “La Meglio gioventù”, ma semmai con proposito di recupero della memoria storica, di riscoperta della propria identità.
Un wuxia con Jet Lee. Ma non aspettatevi cose tipo “Once upon a time in China”. Ogni riflessione storico-culturale è bandita, ma questo non è un male, anzi. Perché qui l’unico obiettivo è quello dell’entertainment fine a se stesso; lo spettacolo di genere, popolaresco e popolare, fatto per divertire e affascinare. E “The new legend of shaolin” lo realizza nel migliore dei modi, ovvero senza prendersi troppo sul serio. Neanche un minuto di noia. I combattimenti si succedono senza tempi morti o pause riflessive e ciascuno di essi è sempre contraddistinto da una trovata, spesso con derive comiche e burlesche (vedi ad esempio lo scontro tra Hung e Red Bean a colpi di ago e filo, oppure quando sempre i due si fronteggiano con il padrone che ronfa in mezzo).
Ma la vera peculiarità del film è quella di reclutare per co-protagonisti dei bambini esperti nel kung fu. Vedere questi piccoli guerrieri in azione è davvero uno spettacolo, soprattutto quando si mettono tutti insieme contro un avversario adulto e assestano il loro calcio speciale. Le coreografie (di Corey Yuen Kwai) sono di ottimo livello, ma il giusto merito deve essere attribuito alla regia di Wong Jing, solido e scafato mestierante (nel senso più buono del termine). Insomma, io mi sono divertito.
Miyazaki abbandona (momentaneamente) l’azzurro limpido dei cieli di “Nausicaa”, “Laputa” e “Porco Rosso” e si getta nel verde rigoglioso delle foreste del Giappone medioevale (precisamente l’era Muromachi: 1392-1573). Un verde, però, che è spesso sporcato dal grigio della polvere da sparo e dal rosso vivo del sangue, tanto sangue (questa è senza dubbio l’opera più “adulta” e violenta del maestro). Uomo e Natura, Corpo e Spirito, Scienza e Religione: i contrasti cromatici come espressione di dualismi vecchi quanto la nostra civiltà. Scindere le due componenti del binomio non può che portare allo sfacelo: il Progresso inconsapevole, slegato dalla convinzione di essere parte di un ecosistema organico e interdipendente, conduce al Conflitto.
Ma se la cornice narrativa ha contorni così netti, la realtà dei personaggi è sorprendentemente sfumata: aborrita ogni monolitica divisione in buoni e cattivi, nessuno dei protagonisti si rivelerà essere ciò che sembrava. Ciò è vero in particolare per San che, perennemente combattuta tra natura umana e ferina, rappresenta una scelta decisamente insolita per Miyazaki e, proprio per questo, affascinantissima.
la profondità tematica delle prime opere – calate in un poderoso affresco epico più vicino per complessità al romanzo che alla favola – con una ricercatezza visiva e una cura per i dettagli (in particolare per le animazioni, fluidissime anche nelle scene d’azione più concitate) senza precedenti. Un mastodontico sforzo di tre anni, che è stato ripagato da un meritato successo in Giappone (record spettatori di tutti i tempi) e all’estero (tranne che in Italia, tanto per non smentirci mai). 