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Un blog di nicchia. |
Quasi non ci si crede che “Kôshônin” è un film realizzato per la televisione, soprattutto se si prova ad accostarlo con la mente alle orripilanti fiction nostrane. Perché “Kôshônin” è diretto davvero bene e Miike Takashi si tiene alla larga da scelte convenzionali, dimostrando un impegno pari a quello profuso per film più “importanti”. Naturalmente, dato il contesto, le tematiche estreme vengono messe da parte (sebbene violenza e brutalità siano sempre dietro l’angolo) e sostituite da un intreccio originale che mescola poliziesco classico e dramma coniugale. Tre rapinatori, inseguiti dalla polizia, si rifugiano in un ospedale prendendo in ostaggio pazienti, personale e direttore. Il film segue le trattative di negoziato dirette dall’ispettore Ishida e dall’affascinante capitano Tohno. La situazione è complicata dal fatto che Tohno è Ishida sono ex-amanti e che la moglie di Ishida si trova tra gli ostaggi. Le due componenti del film si equilibrano alla perfezione, l’incastro delle parti è funzionale alla crescita della tensione, a sua volta alimentata da continui ed efficacissimi colpi di scena. Consigliato a tutti, fan di Miike o meno.di Wes Anderson
con Owen Wilson, Luke Wilson, Robert Musgrave, Lumi Cavazos, James
USA 1996
Primo e ai più sconosciuto lungometraggio di Wes Anderson, a sua volta basato su un corto che il regista aveva realizzato nel 1994 con gli stessi attori protagonisti, ovvero gli allora esordienti fratelli Wilson, “Un colpo da dilettanti”, alias “Bottle Rocket”, è stato trasmesso qualche giorno fa da Italia 1 alle comode 4.45 notturne… La “rete giovane” (?) di Mediaset avrebbe potuto facilmente costruirci un’interessante prima serata montando pubblicità e audience, ma evidentemente devono essere a corto di consulenti cinematografici.

Caro Scotty, non sei riuscito a cambiare le leggi della fisica.
Ma sei stato teletrasportato in un mondo migliore.
Con affetto.

James Doohan 3 Marzo 1920 - 20 luglio 2005
“Ichi the killer” è davvero uno spettacolo disturbante. Era da tanto tempo che non vedevo qualcosa in grado di farmi stare sul serio male (io che – è meglio precisarlo – non frequento molto l’ambito splatter-gore, ma che ad ogni modo credo di essermi abituato alla violenza nei film). Miike va avanti senza freni e passa con disinvoltura dall’onanismo al sadomasochismo, da torture inenarrabili a rituali yakuza (il taglio della lingua in primo piano), da sorrisi sfregiati a uomini con lame affilatissime nelle scarpe. Una grande girandola grandguignolesca con concessioni iperrealistiche e cartoonesche (l’uomo tagliato a metà) di chiara derivazione manga, per cui, verso la fine, finisci per non fare caso all’ennesimo corpo squartato, fosse anche quello di una donna indifesa o di un bambino. Incominci ad abituarti alla violenza e questo ti fa paura.
Il bello di “Ichi the killer” (oltre al fatto che è stilisticamente eccelso) è che il gioco sadico-voyeristico non è fine a se stesso, ma è inserito in un contesto filosofico profondo. Proprio come un gancio, la figura ricorrente del film, prima ti afferra facendoti male e poi ti trattiene e ti costringe a riflettere. Kakihara e Ichi, attraversano parallelamente tutto il film, ma sappiamo sin da subito che saranno costretti a scontrarsi (Kakihara parla di “inevitabilità”), perché rappresentano le due facce opposte della violenza, dolore e piacere, vittima e carnefice. Una violenza che finisce per compenetrare nella sfera dell’eros e si scopre intimamente legata alle pulsioni dell’inconscio.Hong Kong 2004
di Chi-Leung Law
con Angelica Lee, Kar Yan Lam, Roy Chow, Andy Chi-On Hui
Con un titolo così sarebbe facile abbandonarsi a scontati giochi di parole. In effetti, “Koma” è discretamente soporifero, ma ha soprattutto un effetto anestetico: scorre via liscio per meno di un’ora e mezza senza lasciare la ben che minima traccia di sé. È un peccato perché il soggetto, che innesta un intreccio melò all’interno di una più classica cornice thriller, era potenzialmente ricco di spunti interessanti. Una ragazza si sveglia improvvisamente nella vasca da bagno di un hotel, circondata da cubetti di ghiaccio: si alza, si volta verso lo specchio e scopre che le hanno asportato un rene.
L’unica testimone oculare è Chi Ching, che per una strana coincidenza soffre di una disfunzione renale. Lei crede di aver visto la colpevole e la denuncia alla polizia. Si tratta di Suen Ling, che scopriremo poi essere l’amante del fidanzato di Ching. Le due donne, l’una complementare all’altra, si legheranno in una relazione sempre più intensa e, per certi versi, simbiotica. Ed è un peccato anche perché le due belle protagoniste, la Kar Yan Lam di “Inner Sense” e l’Angelica Lee di “The Eye”, sono molto azzeccate e costituiscono il principale motivo di interesse della visione. Ci sarebbe anche qualche buona trovata visiva (tra le quali non rientra però l’artificioso incidente in automobile). Ma, da un certo momento in poi, la storia prende una piega decisamente imperdonabile: una lunga sequela di colpi di scena, sempre più assurdi e improponibili, si accumulano l’uno sull’altro. Lo spettatore, lungi dall’essere scosso dal suo torpore, è infastidito.
Sicché il più interessante interrogativo che solleva “Koma” non è interno al film, ma ha a che fare con l’autolesionismo delle case distributrici italiane. Perché, tra tutti gli horror di Hong Kong disponibili, bisognava ripescare proprio questo titolo incolore del 2004? Non fa certo buona pubblicità a un genere che sta vivendo in questo momento un periodo di crisi. L’unica speranza è che “Koma” non si sia fatto troppo notare in questa stagione di “saldi estivi”.
Voto: 
