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Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution
Masters of Horror 2.08 – Valerie on the stairs
Masters of Horror 2.09 – Right to die
Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream
Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians
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Masters of Horror 1.02 – Dreams in the witch-house
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Masters of horror 1.05 – Chocolate
Masters of horror 1.06 – Homecoming
Masters of horror 1.07 – Deer Woman
Masters of horror 1.08 – Cigarette Burns
Masters of horror 1.09 – The Fair-Haired Child
Masters of horror 1.10 – Sick girl
Masters of horror 1.11 – Pick me up
Masters of horror 1.12 – Haeckel’s Tale
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sabato, 28 maggio 2005

Viva Kung Fu Hustle, Abbasso Kung Fusion

Questa volta (stranamente) il mio invito è di NON andare a vedere un film orientale al cinema. Non perché sia brutto, anzi: “Kung Fu Hustle” – tradotto in italiano con lo spassosissimo (???) gioco di parole “Kung Fusion” – è un capolavoro nel suo genere, un fuoco d’artificio che unisce comicità demenziale a incredibili combattimenti d’arti marziali (coreografati dal grande maestro Yuen Wo-ping), come argomentano anche i numerosi premi vinti al più importante festival asiatico, il “24th Hong Kong Film Awards” (miglior film, attore non protagonista, effetti speciali, montaggio, coreografia ed effetti sonori). D’altronde stiamo parlando di Stephen Chow: il maggior comico cinese, ormai conosciuto in tutto il mondo, sicura garanzia di risate. Il problema è che in Italia non potrete vedere “Kung Fu Hustle”: nei nostri cinema può capitare al massimo di imbattersi in “Kung Fusion”, che è tutto un altro film. Cosa è successo? Se ne era già parlato. Semplicente: a “Kung Fu Hustle” è toccato lo stesso trattamento riservato anche alla precedente opera di Chow, “Shaolin Soccer”, uscito con le voci dei più famosi calciatori italiani (che avevano come trascurabile difetto il fatto di non saper recitare). Questa volta, sebbene al doppiaggio vi siano attori veri alternati a comici, non è andata granché meglio. Evidentemente la Sony Pictures Releasing Italia ritiene che per rendere appetibile lo stile di Chow al nostro pubblico, bisogna completamente stravolgerlo, cancellarlo e sostituirlo di sana pianta con battute insulse, gratuite e volgari. Il pubblico ha il diritto di sapere che molto di quello che sentirà non proviene dallo script originale, bensì dalle brillanti menti degli adattatori (perle del tipo: “che mestiere fa?” “o mestiere ‘e soreta!” oppure “kara - the” quando viene offerta la bevanda ai due guerrieri ciechi). Per completare l’opera sono stati aggiunti ridicoli dialetti regionali e pronunce “alla cinese” (cioè con la “l” al posto della “r”, cosa che personalmente giudico ai limiti del razzismo, visto che i film francesi di norma non sono doppiati con la “r” moscia). E spiace ancor di più perché, oltre alle parodie (numerosissime, anche di film occidentali come “Gangs of new york” e “Matrix”), alle scene d’azione visionarie e iperviolente, all’inventiva delle gag surreali, all’uso fantasioso e creativo della computer graphic, “Kung Fu Hustle” nasconde un cuore tenero e poetico, fatto di leccalecca, farfalle che sbocciano da crisalidi e di manualetti d’arti marziali per bambini, che stenterà a farsi largo tra le barriere dell’adattamento.
Forse che gli occidentali non potevano comprendere lo spirito così particolare di Stephen Chow? In Usa il film è uscito solo con i sottotitoli e, fatte le debite proporzioni col numero di sale, ha superato in incassi “Sahara” arrivando al quinto posto della top ten.   
Cosa fare quindi? Semplicemente boicottare e bypassare i tradizionali canali distributivi. Anziché andare al cinema, comprate il dvd che è già disponibile nei negozi on-line esteri (alla modica cifra di 15 euro, ma con i soli sottotitoli in inglese). Sperando che serva da lezione a chi si ostina a violare l’integrità delle opere artistiche.   
criticato da: rob81 alle ore 13:22 | link | commenti (26) |

categorie: altro
lunedì, 23 maggio 2005

Team America: World Police

U.S.A. 2004
di Trey Parker
sceneggiatura di: Trey Parker, Matt Stone e Pam Brady
 
La locandina del filmQuando questo strano film di marionette sboccato e iperviolento uscì in Usa con l’irriverente slogan “la libertà è appesa a un filo”, a ridosso delle elezioni presidenziali e in pieno conflitto iracheno, le polemiche furono molte, e il risultato al botteghino non poi così esaltante. Gli americani non capirono, o rifiutarono di capire. Perché, “Team America: World Police” è un atto d’accusa (certo: irriverente, volgarissimo, talvolta demente, nel perfetto stile cui Trey Parker e Matt Stone, i papà di “South Park”, ci hanno abituato, ma pur sempre un atto d’accusa) alla politica americana e, ancora di più, all’american way of life in generale. Lo yankee medio e la sua concezione del mondo sono esemplificati nel “Team America”, supertecnologica squadra di polizia che Il dittatore Kim Jong-il si sente solocombina disastri in mezzo mondo alla ricerca delle fantomatiche “armi di distruzione di massa”. Gli americani son tutti lì, in carne e ossa (forse è meglio dire in plastica e gommapiuma): rozzi, ignoranti, rigonfi di buonsimo e patriottismo a buon mercato, si credono al centro dell’universo e pensano che tutto debba risolversi entro le leggi del più classico spettacolo hollywoodiano. Park e Stone sono forse gli ultimi spiriti liberi rimasti sulla piazza al soldo delle grandi major. Con le armi dello sberleffo e della presa per i fondelli in un sol colpo radono al suolo: il bushismo e la sua fissa per la “guerra preventiva”, il pacifismo sterile e snob dell’intellighenzia liberal (rappresentata dalla “federazione degli attori americani”), Micheal Moore (qui nelle vesti di kamikaze), l’immobilità dell’Onu (Hans Blix farà una brutta fine) e i deliranti regimi dittatoriali basati sul culto della persona (il nord coreano Kim Jong-il come il Saddam Hussein di “South Park: bigger, longer and uncut”).
Ma al di là della satira politica e culturale, “Team America” è un ottimo film comico, un centrifugato di scene esilaranti (una per tutte, il sesso sfrenato tra pupazzi), di battute cafone ma irresistibili, di citazioni filmiche (da “Star Wars” a “Matrix”, per non parlare di “Kill Bill”), di canzoni demenziali (dal musical sull’Aids al tormentone “America Fuck Yeah!”). E quella di Parker e Stone è anche una riuscitissima parodia dei film d’azione alla Jerry Bruckheimer (“Pearl Harbor” viene citato esplicitamente) e un tenerissimo omaggio alle vecchie serie tv in cui i personaggi erano marionette animate (come “Thunderbirds”, frutto della mente creativa di Gerry e Sylvia Anderson).
Paradossalmente “Team America: World Police” risulta più efficace e convincente di un qualunque “Fahrenheit 9/11”: gli americani avrebbero dovuto concedergli più attenzione (ma anche gli italiani, visto che da noi il film è uscito in sordina, in poche sale e senza uno straccio di pubblicità).
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 18:46 | link | commenti (44) |

categorie: prima visione
sabato, 21 maggio 2005

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith

di George Lucas
con Hayden Christensen, Natalie Portman, Ewan McGregor, Samuel L. Jackson, Ian McDiarmid, Frank Oz, Christopher Lee
USA 2005
 
La locandina del film“Ti stavo aspettando Obi-Wan, ci rincontriamo finalmente, ora il cerchio è completo”, dice Darth Vader in “Episodio IV”, ma per i fan il cerchio si chiude adesso, una trilogia indietro o, se preferite, ventott’anni dopo, alle pendici di un vulcano grondante lava dove si scontrano in uno storico duello il giovane Jedi passato al “Lato Oscuro” e il suo maestro di sempre.
Con “Episodio III” George Lucas si carica di una responsabilità che avrebbe fatto venire i brividi a chiunque: spiegare il mito (cosa che, la maggior parte delle volte significa dissacrarlo), rivelare cosa abbia trasformato Anakin Skywalker nella nemesi più oscura e intrigante che la storia del cinema ricordi, raccontare la nascita di Luke e Leila e l’ascesa dell’Impero. Bisognava mettere tutti i tasselli al loro posto, ricongiungere ogni filo narrativo, non lasciare niente in sospeso. Lucas si è dimostrato all’altezza di tale compito?   Yoda, molto fico quando impugna la spada laser
Adesso che finalmente abbiamo la possibilità di confrontare le due trilogie complete, quella “storica” e quella nuova, si può tentare un primo bilancio. Nel corso di questi ventotto anni si è perso qualcosa per strada. Per certi versi era inevitabile: viviamo in un’altra epoca, meno ingenua forse, e lo spirito originario non poteva restare intatto (è in genere per questo motivo che i prequel non sono mai all’altezza delle aspettative). Tuttavia, vi sono altre ragioni per cui i nuovi episodi, è il caso di dirlo, mancano di Forza. Quando “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, negli schermi di mezzo mondo compariva la famosa scritta “Star Wars: A New Hope”, non ancora “Episodio IV”, Lucas pensava a tutto tranne che a costruire una saga. Il primo “Guerre Stellari” era un film a budget ridotto (appena al di sopra della serie B), molto scanzonato, molto improvvisato, molto naif e, proprio per questo, era non c'è bisogno di commentareriuscito in maniera libera e anarchica a reinventare i generi classici segnando una nuova frontiera nell’enterteinment. Da allora sembrano passati eoni (ma ciò che conta è che sono passati milioni di dollari): la nuova trilogia ha abbandonato il suo stile autoironico, Lucas si prende troppo sul serio, come se stesse scrivendo il prequel della Bibbia, e finisce col risultare involontariamente ridicolo. I vecchi effetti speciali, proprio per il fatto di essere limitati e limitanti, spingevano al massimo la creatività e costringevano a puntare sulla trama, la sceneggiatura, l’interpretazione degli attori. Con il digitale invece tutto diventa troppo facile: il buon vecchio George sembra incapace di controllarsi e riempie ogni inquadratura con migliaia di astronavi, milioni di soldati virtuali, riducendo ogni cosa (retorico, ma vero) a un enorme videogioco.
Spiace constatare che “Episodio III” soffre degli stessi difetti di “Episodio I” e II. La storia è seppellita da una valanga di computer graphic e da un montaggio troppo frenetico che non concede nulla alla riflessione. Ma la carenza più grave risiede nella sceneggiatura: i dialoghi sono completamente anonimi, orpello inutile all’azione (e piange il cuore: i vecchi “Guerre stellari” erano pieni di trovate ironiche e motti memorabili). Una delle poche scene entusiasmanti
Quello che salva “la vendetta dei Sith” è l’ultima mezz’ora: i duelli a colpi di spade laser tra Yoda e L’imperatore Palpatine e tra Anakin e Obi-Wan da soli ricompensano lo spettatore, ma solo perché riguardano vicende già entrate nella leggenda, in grado di nobilitare qualunque regia. A questo proposito la genesi di Darth Vader, inclusa la sua “vestizione” con uniforme e casco nero, può dirsi tutto sommato riuscita, anche se alla fine George Lucas si fa prendere dalla frenesia di concludere tutti i passaggi e il risultato è raffazzonato.
Proprio perché chi scrive è un vecchio discepolo Jedi, è triste ammettere che questa nuova trilogia non lascerà il segno nella storia del cinema come la precedente.
Qua ci sono i due estremi
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 16:15 | link | commenti (35) |

categorie:
martedì, 17 maggio 2005

Eravamo quattro amici a vedere Old Boy

Free Image Hosting at www.ImageShack.usIo, mio fratello, Vicio e Marco. Cinema Aurora. Ore 22,45 (puntuali grazie alle manovre da Formula 1 di Vicio). Sala quasi piena, sia perché è piccolissima, sia perché questo è l’unico orario in cui proiettano Old Boy. Nonostante ciò, il pubblico è inaspettatamente rispettoso: non ride per i nomi coreani, sembra accettare i risvolti da tragedia greca. Quando partono i titoli di testa già comincio a godere. L’emozione di seguire in pellicola e in dolby surround le gesta del mio eroe preferito è tanta. Alla fine vorrei applaudire, ma con insperata lucidità mi trattengo. Chiedo anche se hanno qualche locandina in più da darmi (mai fatto in vita mia), ma mi rispondono picche.
Il regalo più bello però sono state certe espressioni di meraviglia intraviste negli occhi dei miei amici.
 
P.S. Lo giuro, questo è l’ultimo post in assoluto in cui parlo di Old Boy
criticato da: rob81 alle ore 15:44 | link | commenti (31) |

categorie: altro
domenica, 15 maggio 2005

Dark water

di Hideo Nakata
con Mirei Oguchi, Asami Mizukawa, Rio Kanno, Hitomi Kuroki
Giappone 2002
 
Una scena del filmSi può incutere paura attraverso l’acqua? No, non parlo dell’acqua capace di scatenare cataclismi come alluvioni e terremoti, ma di quella con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, sottoforma di rubinetto che sgocciola, o di soffitto che perde, per esempio … beh, questo film ce ne dà un’interessante dimostrazione.
Ennesima variazione all’interno del filone horror nipponico stile “Ringu”, questo “Dark water”, dello stesso Hideo Nakata, ripresenta tutte le situazioni ormai formalizzate nell’enciclopedia del genere: una casa su cui grava una maledizione (come sarà in “Ju On”), spiriti imprigionati da una spirale d’eventi luttuosi, ascensori inquietanti, bambini (questi ultimi non mancano proprio mai).
Essenziale e stilizzatissimo, fino all’estremo: non vediamo mai, se non alla fine, la materializzazione dello spettro. La sua presenza è sottilmente inoculata nello spettatore attraverso fenomeni piccoli, insignificanti, quotidiani (e proprio per questo inquietanti). Eppure, al di là dell’interessante esperimento teorico, la regia è abile nel non perdere mai di vista il tema del divorzio, vero baricentro della narrazione. Il terrore come figlio della separazione e dell’abbandono.
Il remake americano non poteva ovviamente mancare (ma ormai che lo dico a fare?).
criticato da: rob81 alle ore 13:59 | link | commenti (21) |

categorie: altre visioni, jhorror, nakata hideo
sabato, 14 maggio 2005

Steamboy

di Katsuhiro Otomo
Giappone 2004
 
La locandina del filmCon “Steamboy” Katsuhiro Otomo passa dal cyberpunk di “Akira” allo steampunk appunto, ovvero a quel filone di “fantascienza retrò” ambientato solitamente in un XIX secolo che pullula di marchingegni avveniristici, ma rigorosamente alimentati a vapore (per saperne di più c’è la sempre più prodigiosa Wikipedia). Qui, tra paesaggi che non hanno nulla da invidiare a un John Constable o a un Joseph Turner, tra scorci londinesi che vivificano l’immaginario di tanti romanzi classici, lo spettatore è proiettato in un’epoca in cui lo spirito imperialista vittla fuga aerea, una delle scene più spettacolarioriano e i successi della seconda rivoluzione industriale sembravano suggerire agli uomini che scienza e progresso non avrebbero più conosciuto freni. Ci troveremmo di fronte a una precisissima ricostruzione storiografica, se all’improvviso, magari sul Tamigi, o nei pressi del Big Ben, non irrompessero dallo schermo motocicli a vapore, veicoli da trasporto che non hanno bisogno di rotaie, macchine da volo simili a quelle disegnate da Leonardo, cavalieri meccanici (Ottocento, più Medioevo, più Futuro: se non è post-moderno questo!) e molto altro ancora. Se gli appassionati di congegni meccanici dovranno portarsi abbondanti kleenex per contenere la copiosa fuoriuscita di bava (il mecha design è ai massimi livelli: precisissimo, realistico, eppure fantasioso e visionario), anche dal punto di vistuna delle macchine volantia narrativo non si rimane delusi. La storia del piccolo Ray Steam, capitato per caso in mezzo ad una guerra per il controllo della tecnologia che vede schierati da una parte il potere economico (la “Ohara Foundation”, gigantesca industria bellica) e dall’altra quello politico (Il governo britannico, che vuole assoggettare al proprio monopolio il progresso) e, parallelamente, coinvolto nel conflitto generazionale che contrappone due modi di intendere la scienza (per il nonno astratta alchimia, per il padre pragmatica tecnologia), fa molto riflettere su tematiche oggi terribilmente attuali (e, per un cartone animato teoricamente rivolto ai bambini, non è mica poco). Certo, gli manca la capacità di toccare le corde emotive come un qualunque Miyazaki sa fare (sarà un caso che anche qui è all’opera un castello volante?) ma è ingiusto dire, come molta critica, che “lo sviluppo della trama è carente” o che i personaggi sonoIl padre di Ray poco approfonditi: a me pare che i protagonisti siano dei round character e il loro pensiero si evolva col progredire degli eventi (e non mi riferisco solo alla “conversione” di Scarlett Ohara). Inoltre il fatto che non si fronteggino dicotomicamente “buoni” e “cattivi”, come accade spesso nel genere d’animazione, è un altro punto a favore di “Steamboy”.
Anche se, ad essere onesti, alla fine ciò che rimane impresso più di ogni cosa è lo straordinario impatto visivo degli inseguimenti e delle scene di battaglia (la seconda parte del film è un susseguirsi incalzante d’avvenimenti senza un attimo di respiro). “Steamboy” dà un’ottima lezione su come dovrebbero fondersi l’animazione bi- e tridimensionale: il 3D non prevarica mai, è un ausilio per aumentare la spettacolarità di alcune inquadrature.
Mai come in questo caso vige la raccomandazione di seguire i titoli di coda: c’è tutta un’altra storia, che potrebbe riempire almeno un secondo film (seguito alle porte?)
Voto:
criticato da: rob81 alle ore 15:16 | link | commenti (14) |

categorie: prima visione, otomo katsuhiro
domenica, 08 maggio 2005

Prova d’orchestra

di Federico Fellini
con: Balduin Baas, Elisabeth Labi, Clara Colosimo, Rolando Baracchi, Giovanni Javarone, Sybil Mostert
Italia / Germania 1979
 
L'unica immagine che sono riuscito a trovare...Un gruppo d’orchestrali si riunisce in una pericolante chiesa del ‘200 per eseguire delle prove. I musicisti in verità mostrano subito un temperamento allegramente anarchico: chi chiacchiera, chi scherza, chi legge; insomma ognuno fa come gli pare. Il direttore, un tedesco, tenta di metterli in riga, con metodi rudi e un tantino offensivi.  Il risultato è che scoppia la rivoluzione: l’orchestra destituisce il direttore (