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Un blog di nicchia. |


Quando questo strano film di marionette sboccato e iperviolento uscì in Usa con l’irriverente slogan “la libertà è appesa a un filo”, a ridosso delle elezioni presidenziali e in pieno conflitto iracheno, le polemiche furono molte, e il risultato al botteghino non poi così esaltante. Gli americani non capirono, o rifiutarono di capire. Perché, “Team America: World Police” è un atto d’accusa (certo: irriverente, volgarissimo, talvolta demente, nel perfetto stile cui Trey Parker e Matt Stone, i papà di “South Park”, ci hanno abituato, ma pur sempre un atto d’accusa) alla politica americana e, ancora di più, all’american way of life in generale. Lo yankee medio e la sua concezione del mondo sono esemplificati nel “Team America”, supertecnologica squadra di polizia che
“Ti stavo aspettando Obi-Wan, ci rincontriamo finalmente, ora il cerchio è completo”, dice Darth Vader in “Episodio IV”, ma per i fan il cerchio si chiude adesso, una trilogia indietro o, se preferite, ventott’anni dopo, alle pendici di un vulcano grondante lava dove si scontrano in uno storico duello il giovane Jedi passato al “Lato Oscuro” e il suo maestro di sempre. 
riuscito in maniera libera e anarchica a reinventare i generi classici segnando una nuova frontiera nell’enterteinment. Da allora sembrano passati eoni (ma ciò che conta è che sono passati milioni di dollari): la nuova trilogia ha abbandonato il suo stile autoironico, Lucas si prende troppo sul serio, come se stesse scrivendo il prequel della Bibbia, e finisce col risultare involontariamente ridicolo. I vecchi effetti speciali, proprio per il fatto di essere limitati e limitanti, spingevano al massimo la creatività e costringevano a puntare sulla trama, la sceneggiatura, l’interpretazione degli attori. Con il digitale invece tutto diventa troppo facile: il buon vecchio George sembra incapace di controllarsi e riempie ogni inquadratura con migliaia di astronavi, milioni di soldati virtuali, riducendo ogni cosa (retorico, ma vero) a un enorme videogioco. 
Io, mio fratello, Vicio e Marco. Cinema Aurora. Ore 22,45 (puntuali grazie alle manovre da Formula 1 di Vicio). Sala quasi piena, sia perché è piccolissima, sia perché questo è l’unico orario in cui proiettano Old Boy. Nonostante ciò, il pubblico è inaspettatamente rispettoso: non ride per i nomi coreani, sembra accettare i risvolti da tragedia greca. Quando partono i titoli di testa già comincio a godere. L’emozione di seguire in pellicola e in dolby surround le gesta del mio eroe preferito è tanta. Alla fine vorrei applaudire, ma con insperata lucidità mi trattengo. Chiedo anche se hanno qualche locandina in più da darmi (mai fatto in vita mia), ma mi rispondono picche.
Si può incutere paura attraverso l’acqua? No, non parlo dell’acqua capace di scatenare cataclismi come alluvioni e terremoti, ma di quella con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, sottoforma di rubinetto che sgocciola, o di soffitto che perde, per esempio … beh, questo film ce ne dà un’interessante dimostrazione.
Con “Steamboy” Katsuhiro Otomo passa dal cyberpunk di “Akira” allo steampunk appunto, ovvero a quel filone di “fantascienza retrò” ambientato solitamente in un XIX secolo che pullula di marchingegni avveniristici, ma rigorosamente alimentati a vapore (per saperne di più c’è la sempre più prodigiosa Wikipedia). Qui, tra paesaggi che non hanno nulla da invidiare a un John Constable o a un Joseph Turner, tra scorci londinesi che vivificano l’immaginario di tanti romanzi classici, lo spettatore è proiettato in un’epoca in cui lo spirito imperialista vitt
oriano e i successi della seconda rivoluzione industriale sembravano suggerire agli uomini che scienza e progresso non avrebbero più conosciuto freni. Ci troveremmo di fronte a una precisissima ricostruzione storiografica, se all’improvviso, magari sul Tamigi, o nei pressi del Big Ben, non irrompessero dallo schermo motocicli a vapore, veicoli da trasporto che non hanno bisogno di rotaie, macchine da volo simili a quelle disegnate da Leonardo, cavalieri meccanici (Ottocento, più Medioevo, più Futuro: se non è post-moderno questo!) e molto altro ancora. Se gli appassionati di congegni meccanici dovranno portarsi abbondanti kleenex per contenere la copiosa fuoriuscita di bava (il mecha design è ai massimi livelli: precisissimo, realistico, eppure fantasioso e visionario), anche dal punto di vist
a narrativo non si rimane delusi. La storia del piccolo Ray Steam, capitato per caso in mezzo ad una guerra per il controllo della tecnologia che vede schierati da una parte il potere economico (la “Ohara Foundation”, gigantesca industria bellica) e dall’altra quello politico (Il governo britannico, che vuole assoggettare al proprio monopolio il progresso) e, parallelamente, coinvolto nel conflitto generazionale che contrappone due modi di intendere la scienza (per il nonno astratta alchimia, per il padre pragmatica tecnologia), fa molto riflettere su tematiche oggi terribilmente attuali (e, per un cartone animato teoricamente rivolto ai bambini, non è mica poco). Certo, gli manca la capacità di toccare le corde emotive come un qualunque Miyazaki sa fare (sarà un caso che anche qui è all’opera un castello volante?) ma è ingiusto dire, come molta critica, che “lo sviluppo della trama è carente” o che i personaggi sono
poco approfonditi: a me pare che i protagonisti siano dei round character e il loro pensiero si evolva col progredire degli eventi (e non mi riferisco solo alla “conversione” di Scarlett Ohara). Inoltre il fatto che non si fronteggino dicotomicamente “buoni” e “cattivi”, come accade spesso nel genere d’animazione, è un altro punto a favore di “Steamboy”. 
Un gruppo d’orchestrali si riunisce in una pericolante chiesa del ‘200 per eseguire delle prove. I musicisti in verità mostrano subito un temperamento allegramente anarchico: chi chiacchiera, chi scherza, chi legge; insomma ognuno fa come gli pare. Il direttore, un tedesco, tenta di metterli in riga, con metodi rudi e un tantino offensivi. Il risultato è che scoppia la rivoluzione: l’orchestra destituisce il direttore (