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Un blog di nicchia. |
22 aprile. Meno 14 giorni all’evento cinematografico più atteso dell’anno. No, non è “Star Wars”, (quello viene dopo). Sto parlando ovviamente di “Old Boy”. Le tre, quattro persone che ancora non sanno cosa diavolo sia, hanno a disposizione anche un minisito italiano (più “mini” che “sito”, ma in ogni caso è un’iniziativa encomiabile). Da li è possibile anche accedere al trailer, ma vi scongiuro di guardarlo, perché è disgustosamente SPOILEROSO (in realtà, sono convinto che l’unico modo possibile per fare un buon trailer di “Old Boy” sia quello di affidarsi solamente alla potenza dell’immagine).
“The Eye 2” è tutto racchiuso in un’idea un po’ folle e inquietante, che è anche una credenza buddista – ce lo spiega un monaco a metà del film – quella cioè che le anime dei defunti in attesa di reincarnarsi stiano sempre appiccicati alle donne incinte, pronte a sostituirsi al bambino nel momento del parto. È questa la minaccia che incombe su Joey Cheng (una poco espressiva Shu Qui). La giovane, dopo aver tentato il suicidio perché abbandonata dall’uomo che ama, acquisisce la facoltà di vedere gli spiriti. Non appena scopre di aspettare un figlio, le apparizioni di una donna misteriosa (tanto per cambiare coi capelli lunghi e disordinati) incominciano a perseguitarla.
Non c’è molto altro di nuovo in questo seguito di “The Eye” – anche se non ha molti rapporti con l’originale, ad eccezione del tema “spiritico” – l’ultima fatica degli inossidabili fratelli hongkong-thailandesi Oxide e Danny Pang,. Il resto è un serie di suggestioni che pescano un po’ qua e un po’ là da vari filoni dell’orrore: quello “ginecologico” (da “Rosemary’s Baby” in poi), quello “io-vedo-la-gente-morta” (ormai un tantino stantio) e naturalmente quello nipponico cui i due fratelli attingono a piene mani per situazioni, iconografia e stile registico, senza che si riesca a maturare in tutto questo frullato qualcosa di nuovo.
Intendiamoci, alcune sequenze sono veramente azzeccate e provocano seri tumulti (e, in questi casi, l’avvertimento stampato nella locandina “severamente sconsigliata la visione alle donne incinte”, al di là dell’ammiccamento con fini pubblicitari, potrebbe forse essere giustificato): il tentativo di “penetrazione” dello spirito nell’ascensore dell’ospedale, sopra tutti, la comparsa improvvisa dei fantasmi di una madre e un bambino gettatisi dalla finestra, e il finale. Sfortunatamente questi momenti non riescono a controbilanciare la noia e la sensazione di già visto che abbonda nei rimanenti tre quarti di storia. Come se non bastasse, le interpretazioni non aiutano e gli effetti speciali sono di ordinaria amministrazione.
In Cina (ma in tutto l’Oriente) arti marziali e cucina sembrano inscindibilmente legate. Considerate entrambe delle vere e proprie forme d’arte, necessitano per essere padroneggiate a dovere di un rigido tirocinio, di pratica intensa e perfino di meditazione spirituale. La ricerca della perfezione coreografica e la cura dell’aspetto estetico sono due altri punti fermi di entrambe le tecniche: è forse per questo motivo che si adattano particolarmente alla rappresentazione filmica. Un binomio spesso rivisitato in chiave comica: l’esempio più immediato, oltre appunto
“God of Cookery”, è “Mr. Nice Guy”, ma viene da pensare anche a un altro film di Chow, “Shaolin Soccer”, precisamente al personaggio di Mui, che impiega il Kung fu Shaolin per la preparazione del cibo.
Il preambolo un po’ noiosetto era solo per dire che l’idea centrale di questo “God of Cookery” sta proprio nella rappresentazione della gara culinaria proprio come se fosse un torneo di arti marziali, con tanto di sfidanti muniti d’abilità speciali che paiono uscite da un manga o da un wuxia (balzi, voli, controllo del fuoco ecc.. ecc..). Non a caso, il divertimento maggiore si concentra proprio nello scontro finale,
in cui le gag, le trovate geniali, i personaggi folli (la giudice che si mette a ballare, il presentatore che si nasconde, il monaco perverso e i “bonzi bronzei” – non potevo non citarli ^_^ ), si susseguono alla velocità della luce.
Uno dei classici e più riusciti film di Stephen Chow, ottimo per chi vuole “assaggiare” per la prima volta la sua comicità (qui c’è tutta: giochi linguistici, straparlare, gag da fumetto, parodie, citazioni, demenzialità) e farsi un’idea delle sue tematiche ricorrenti (il riscatto dei reietti, la furbizia del trickster che mette in scacco i potenti, le storie d’amore malinconiche ma con aspetti infantili, ecc..).

Altri 50 anni di ottimi film,
con affetto
Che duo, Jack e Martin. Le loro vite sono come due rette parallele che inesorabilmente si avvicinano fino a sovrapporsi. Nemici per la pelle, sono rispettivamente i bracci destri di due boss rivali. Fanno a gara in tutto: chi spara meglio, chi ama meglio, chi ha il vino migliore. Ma, sotto sotto, è evidente che sono legati da stima e rispetto reciproco. Il destino cambia le carte in tavola: traditi dai capi banda, sopravvissuti grazie al sacrificio delle loro donne, diventano compagni di sventura. Jack e Martin si ritroveranno fianco a fianco nell’ora della vendetta. Un inno all’amicizia fraterna, al sacrificio estremo, al coraggio e all’onore. 