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Un blog di nicchia. |

“The Clan” è un film coraggioso, e per tanti motivi. Chi avrebbe oggi il coraggio di fare un film così? Di rilanciare un genere ormai morto e sepolto come la commedia sofisticata e musicale anni’50?
teppisti-centauri stile “Il selvaggio”, emigrati dall’accento siculo in cerca di fortuna. Non sfrutta nessun grande nome (Max Tortora evidentemente non conta), ma ha il coraggio di affidarsi a esordienti poco avvezzi alla macchina da presa (cosa che si nota moltissimo).
Ho visto “Ferro 3”, finalmente. Dovevo dirlo. Ma non so che dire. L’ho visto da tre giorni ed è ancora impresso nella mia mente e nella mia retina, soprattutto alcune immagini. Perché “Ferro 3” è proprio un “film di immagini”, la cosa che più si avvicina alla vera essenza di Cinema che ho potuto sperimentare da molti anni a questa parte. Le immagini sono come i quadri, non si devono spiegare, non si devono commentare, le lasci penetrare dentro di te, macerare e metabolizzare, finché non ti comunicano qualcosa. La mia preferita? Quella finale: il peso dell’anima.

L’“Assassination” del titolo ha per vittima il presidente Richard Nixon ma, nella versione italiana, chissà per quale ragione di marketing, (timore che il pubblico potesse accorgersi che si trattasse di un film storico-politico?) viene omesso questo particolare. E, in effetti, chi ha confezionato il titolo non ha tutti i torti, perché Nixon fa capolino di tanto ma solo dentro lo schermo televisivo, e soprattutto perché il tentativo di assassinio è concepito soltanto nell’ultimo quarto d’ora d’avvenimenti. 
“Shaun of the Dead” (il titolo ovviamente è un gioco di parole con “Dawn of the Dead”) è una Zombie-Commedia, anzi, credo sia il primo esperimento di Zombie-Commedia. Due generi molto diversi tra loro che si innestano dando vita a un ibrido mostruoso ma, non mi vergogno a dirlo, irresistibile.
Con questo post chiudo (momentaneamente?) la minirassegna parkiana iniziata con “OldBoy” e proseguita con “Sympathy for Mr. Vengeance” (e quindi presentata in maniera cronologicamente invertita e filologicamente sbagliata). Confesso di essermi approcciato a “Joint Security Area” con una certa riluttanza, frutto dell’erronea convinzione di trovarmi di fronte a uno dei soliti thriller giudiziari (sì, avete capito bene, gli orientali non fanno solo horror, action ultraviolenti e commedie demenziali!) di stampo classico (tipo “Codice d’onore”, o robe così…), genere che non mi intriga moltissimo (ma che pure in alcuni casi apprezzo). Questo preambolo era solo per confessare quanto i miei stupidi preconcetti fossero totalmente infondati. Nonostante, infatti, stiamo parlando di un grosso filmone politicamente impegnato ma inequivocabilmente commerciale (di quelli che, se gli attori non avessero gli occhi a mandorla, potrebbero essere tranquillamente candidati all’Oscar), il nostro Chan-wook non rinuncia alla solita regia raffinatissima, puntigliosa e particolare.
Tanto per dirne una: l’ordine in cui sono mostrati gli eventi della storia è originalissimo e spiazzante. Il film inizia (come canone vuole) con l’iniziare delle indagini: il capitano Sophie E. Lang delle forze neutrali svizzero/svedesi vede di far luce su un conflitto a fuoco che ha coinvolto soldati sud e nord coreani proprio nella Joint Secutiy Area, la zona off-limits che individua il confine tra i due Stati, ancora formalmente in guerra. L’idea geniale è quella di costruire il flashback rivelatore proprio sugli ultimi pensieri di uno dei soldati mentre si getta dalla finestra perché non vuole confessare. Scopriamo così una verità per certi versi ancora più scomoda: era nata una bellissima amicizia tra quattro militari al di là delle frontiere ideologiche, purtroppo troncata tragicamente. A tal proposito, Park riesce con la macchina da presa a valorizzare magistralmente gli spazi e a rappresentare al meglio i limiti territoriali (e mentali).
Ma, esercizi stilistici a parte, “Joint Secutiy Area” è un duro apologo antimilitarista sull’assurdità di dell’odio che ancora oggi divide in due una Nazione con confini arbitrari e posticci. Apologo lucidissimo e distaccato (nessuna delle due parti è privilegiata) che però non contiene neanche un barlume d’ottimismo: la scintilla di pace accesa da quest’atto pionieristico è destinata a spegnersi nella violenza e nella morte. Il lieto fine lo lasciamo come sempre a Hollywood.